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Relazioni pericolose. La sigla Gspc dovrebbe però
essere consegnata alla storia. Il 26 gennaio scorso, con un comunicato su un
sito internet ritenuto vicino al Gspc, Abu Musab Abdul-Wadud, il capo dei
salafiti algerini, ha annunciato che il gruppo cambia ufficialmente nome,
diventando l’Organizzazione di al-Qaeda nel Maghreb islamico, sancendo
definitivamente quanto gli analisti occidentali sostenevano da tempo, e cioè
che l’unico gruppo ancora attivo in Algeria è legato ad Osama bin Laden. Già in
un video dell’11 settembre scorso, il braccio destro di Osama, l’egiziano
al-Zawahiri, aveva salutato l’ingresso del Gspc in al-Qaeda e, il 10 dicembre
successivo, il gruppo algerino aveva rivendicato un attacco contro un pulmino
che trasportava lavoratori di un’azienda statunitense, uccidendo l’autista
algerino e un libanese. Il tutto era stato ripreso con una telecamera e messo
in rete, come anche i video messaggi di Abdul-Wadud, sempre più simili nel
linguaggio e nella simbologia ai messaggi di al-Qaeda. Tutto sembra chiaro e
lineare, quindi: l’ultimo gruppo armato della guerra civile algerina, che negli
anni Novanta ha insanguinato il Paese, si allea all’internazionale del terrore.
Soluzione finale. Quello che lascia perplessi però è
la pubblicità data a tutta la vicenda, in uno stile che se risponde alle
strategie comunicative di Osama e soci, non ha però mai rappresentato un gruppo
che ha sempre fatto della sua invisibilità la sua forza. Un gruppo che dovrebbe
essere formato da un massimo di 1500 uomini e che, dal 1998, tiene in scacco
l’esercito algerino con uno stillicidio di attacchi a obiettivi militari e mai
civili. E anche questa differente linea strategica, in sintonia con chi si
presume abbia fatto schiantare tre aerei in due città statunitensi, stride
molto. Christian Elia