
Sangi ha trent’anni, è nata
in un villaggio della zona collinare dello Sri Lanka e nella sua casa
non c’era né luce né acqua. Da sei vive in Italia, a
Napoli, dove riesce a racimolare più o meno 800 euro al mese
lavorando come domestica, ma più della metà di questi
soldi se ne va per pagare l’affitto, le bollette, la spesa. Ogni
mese “affida” 150 euro a un connazionale perché li faccia
arrivare ai genitori che nel suo Paese accudiscono suo figlio, tre
anni, con cui avrà passato si e no cinque mesi della sua vita
da quando lo ha messo al mondo. Il servizio le costa ogni volta 10
euro. E’ lei, Sangi, occhi neri dolcissimi e tono della voce sempre
sereno, a farci da guida in un viaggio che in molti ci avevano
sconsigliato di fare e che lo stesso ministero degli Esteri definisce
tra quelli a rischio, indicando al cocciuto turista i luoghi da
evitare, vale a dire la penisola di Jaffna, la zona a est di
Polonnaruwa, le aree lungo la costa orientale del Paese, la regione
del Vanni e, naturalmente, le zone con divieti di accesso da parte
delle Autorità militari e civili o controllate dall'LTTE, i
separatisti del Movimento di Liberazione Tigri del Tamil Eelam.
La vecchia Ceylon. L’impatto con l’ex isola di
Ceylon ci prende alla gola, l’aeroporto di Katunayake e la capitale
Colombo, che dobbiamo purtroppo attraversare, sono un grande caos dei
caratteristici mezzi a tre ruote, auto, autobus pubblici e privati
vecchissimi dai cui tubi di scappamento esce un grigio-nero
impressionante. Muoversi nel Paese è un’impresa, a parte la
reale pericolosità di chi guida (incontreremo ogni giorno
incidenti sui nostri tragitti, la segnaletica è inesistente
tranne a Colombo e in rari centri urbani, del resto temiamo che
nessuno la rispetterebbe) e ce ne accorgiamo presto. Chiediamo a
Sangi di andare a Polonnaruwa, una delle meravigliose città
antiche, all’interno della quale potremo ammirare il Gal Vihara, il
gruppo delle statue del Buddha tra le più famose della
scultura rupestre cingalese.
L'esercito nelle strade. La strada in alcuni posti è
impraticabile come sempre e i posti di blocco man mano che ci
avviciniamo si moltiplicano. I militari fanno cenno di fermare, poi
vedono noi, i turisti, e ci lasciano passare senza controllare.
Comprendiamo lo scopo (tra l’altro indicazione di esponenti del
Governo), non infastidire i pochi turisti che ancora si recano in
questo paese nonostante lo tsunami e l’intensificarsi del conflitto
tra esercito e guerriglieri Tamil, ma ci viene da pensare
all’assurdità di tale sistema, all’approssimazione delle
norme di sicurezza. Dal 2005 è in vigore nel Paese lo stato di
emergenza a causa della recrudescenza degli scontri tra l'esercito e
i separatisti.
"Attenzione ai bambini". La tregua seguita al cessate il fuoco
sottoscritto tra il Governo e l’LTTE nel dicembre 2001 e i colloqui
di pace avviati nel febbraio del 2002 avevano lasciato qualche
speranza, ma dall’inizio dell’anno il Paese ha subito
un’escalation della fase della guerra con azioni e attentati che
coinvolgono sempre più la popolazione civile e…i bambini.
“Dobbiamo fare attenzione ai nostri figli” ci confida Sangi, che
quando porta Baba con noi non lo perde d’occhio un istante. Quando
andiamo a Polonnaruwa (oppure a Sigiriya o a Dambulla) lo lascia con
la nonna. “Le tigri rapiscono i bambini per farli combattere, è
già accaduto”. Lo Sri Lanka è uno dei Paesi sotto
l’attenzione delle Nazioni Unite sulla questione dei diritti umani
legati all’infanzia e all’adolescenza. Non si sa con certezza
quanti siano i bambini-soldato addestrati nelle fila dei Tamil, 1300,
secondo l’Unicef, al momento del cessate il fuoco. Ci scopriamo a
fissare le facce dei soldati dell’esercito, quelli che dovrebbero
garantire la nostra sicurezza e soprattutto quella dei loro
connazionali. Quanti anni avranno: 18, 19, 20? Quanti di più
dei piccoli soldati rapiti dalle loro case?
Nel tempio del Buddha. A Kandy, dove è conservata la
reliquia più importante del mondo buddista, il dente del
Buddha, cerchiamo di respirare la spiritualità che pure questo
Paese custodisce. Superiamo il disagio di dover pagare (qui come in
qualunque altro museo, tempio, o centro storico-culturale) un
biglietto d’ingresso che è dieci volte più alto di
quello che pagano i locali (in alcuni altri luoghi per i Cingalesi
l’ingresso è gratuito) ma non riusciamo a superare la scena
a cui assisteremo pochi minuti dopo. Siamo testimoni, infatti, del
furto del cellulare che il nostro autista aveva lasciato incustodito
per qualche attimo sul cruscotto del pulmino. E così ci
ritroviamo in una camionetta della polizia con il giovane ladro,
sicuramente minorenne, verso la sede di polizia. Chi prende in
custodia il ragazzo non si cura granché della presenza di un
turista e comincia a dargli pugni nello stomaco dicendo, spiegherà
Sangi, che non era stata una bella figura rubare davanti a turisti e
che le scuse che chiedeva di fare al nostro autista per avergli
rubato il cellulare non erano sufficienti. Ci avviciniamo e gli
chiediamo di smettere. Lo fa, ma ci dice che se anche non denunceremo
il ragazzo, lui deve trattenerlo. Non dimenticheremo questo posto. La
nostra amica per un po’ rimane in silenzio, ma sembra volerci fare
un regalo quando ci porta su una collina dove scorgiamo un tempio
isolato. Non c’è altro che vento, arsura, silenzio e,
dall’alto, campi infiniti di tè. Le statue del Buddha ci
accolgono sorridenti. Finalmente un po’ di pace.
Pericolo scampato. I giorni successivi decidiamo di
andare sulla costa a sud dove ci accorgeremo di quante tracce ha
lasciato lo tsunami e di quanto il turismo abbia ormai dimenticato
queste mete. Ma soprattutto scansiamo un grosso attentato. Sulla
strada per Mirissa, Sangi chiede di fermarsi a salutare la sua
vecchia insegnante che ora vive ad Hiwwaduwa. Mentre siamo lì,
a un paio di chilometri un bus proveniente da Colombo verso Galle
viene fatto saltare in aria: 17 morti, decine di feriti. Le strade
vengono chiuse, la gente ha paura “Meno male che il bambino è
a casa”, dice Sangi.