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I dati. Dal 1989, pochi anni dopo che la tecnologia lo rese possibile, negli Usa il
test del Dna ha portato allo scagionamento di 192 innocenti. Con 12 casi negli
ultimi cinque anni, la contea di Dallas detiene il record di errori giudiziari
portati alla luce dal test. La spiegazione di questa insolita concentrazione non
è univoca. C’è chi fa notare come la maggiorparte di questi casi riguarda sentenze
emesse da un ex procuratore generale piuttosto duro con i sospettati, altri guardano
al lato positivo dicendo: significa che a Dallas, almeno, i test del Dna li fanno
davvero. “Una risposta certa non ci può essere”, dice al telefono a PeaceReporter Eric Ferrero di Innocence Project, una clinica legale che assiste i condannati nel test del Dna, “più che altro
serve farsi delle domande”. Al momento, il gruppo sta lavorando su circa altri
250 casi come quelli di Waller.
La tendenza. Waller ha pagato la sua innocenza con dieci anni di prigione e l’etichetta di
“sex offender” una volta libero, che gli vietava di avvicinarsi ai bambini e gli è valsa il
disprezzo della gente. E se qualcuno avesse pagato con la vita? Prove provate
di innocenti giustiziati non sono mai state riconosciute da un giudice, anche
se quelli di Innocence Project sono convinti che l’irreparabile sia già accaduto. “E’ solo difficile da dimostrarlo,
ci sono indizi molto pesanti in diversi casi”, dice Ferrero. Comunque sia, i 192
scagionamenti dettati dal test del Dna – e i 123 detenuti scagionati quando erano
già nel braccio della morte – stanno convincendo un crescente numero di americani
che la possibilità di uccidere un innocente esiste. Nel 1994, quattro su cinque
dichiaravano di essere favorevoli alla pena di morte, oggi lo sono in due su tre.
E di fronte all’ipotesi di scegliere tra pena di morte ed ergastolo senza libertà
anticipata, le percentuali si dividono equamente. Intanto, nel 2006 le esecuzioni
si sono fermate a 53, il minimo degli ultimi trenta anni.Alessandro Ursic