L'ex presidente Usa è nella bufera per il suo ultimo libro su Israele e Palestina
La sua mediazione fu determinante per gli accordi di pace tra Israele ed Egitto,
firmati da Monachem Begin e Anwar Sadat nel 1978 a Camp David. Ma con il suo ultimo,
“Palestine: Peace not Apartheid”, l’ex presidente statunitense Jimmy Carter si è guadagnato contemporaneamente
applausi e critiche feroci. Se da una parte lo si elogia per il coraggio nel sollevare
un tema scomodo oltreoceano, dall’altra lo si accusa di sfiorare l’antisemitismo
e di essere fazioso. Per far tacere le polemiche, Carter ha dovuto scusarsi per
quello che ha chiamato un passaggio “stupido” del libro, nel quale le sue parole
sembravano giustificare gli attacchi suicidi contro i civili israeliani. E l’ex
presidente ha dovuto ribadire che il suo intento era quello di stimolare un dibattito
utile per aiutare a ripristinare le trattative di pace.
La tesi. Nel volume, uscito il mese scorso negli Usa, Carter sostiene che “il controllo
continuo e la colonizzazione delle terre palestinesi da parte di Israele hanno
rappresentato i maggiori ostacoli verso il raggiungimento di un accordo di pace
in Terra Santa”. Ma a scatenare le critiche è stato soprattutto il paragone con
il sistema di segregazione razziale nel Sudafrica al tempo della dominazione bianca.
Per Carter, le attuali politiche israeliane nei Territori occupati costituiscono
“un sistema di
apartheid, con due popoli che occupano la stessa terra ma completamente separati l’uno
dall’altro, con gli israeliani dominanti che reprimono la violenza privando i
palestinesi dei loro diritti umani fondamentali”.
Le critiche. In polemica con le tesi del libro, si sono dimessi 15 membri del consiglio direttivo
del Carter Center, l’organizzazione fondata dall’ex presidente con l’obiettivo
di promuovere la democrazia e prevenire i conflitti nel mondo. Oltre all’uso della
parola apartheid, i critici si sono scagliati contro un passaggio a pagina 213 del libro, in
cui Carter scrive: “E’ necessario che la comunità araba in generale e tutti i
più importanti gruppi palestinesi dicano esplicitamente che porranno fine agli
attentati suicidi e ad altri atti di terrorismo quando le leggi internazionali
e gli scopi ultimi della Road Map saranno accettati da Israele”. Molti hanno letto
in questa frase una difesa della politica degli attacchi kamikaze contro civili
israeliani. E c’è chi ha fatto notare come il Carter Center sia stato finanziato
anche da donatori arabi ostili a Israele, tra cui il governo saudita e la fondazione
del principe saudita Alwaleed bin Talal bin Abdul Aziz al-Saud.
Le scuse di Carter. In risposta alle critiche, Carter si è difeso dicendo che il passaggio incriminato
è stato “scritto in modo completamente improprio e stupido”, e ha chiesto alla
casa editrice di modificare quella frase nelle prossime ristampe. Parlando di
fronte a una platea di studenti alla Brandeis University, un istituto ebraico
secolare del Massachusetts, Carter ha voluto scusarsi “personalmente con ognuno
di voi” per il fraintendimento causato dalle sue parole. “Sono stato ferito, io
e la mia famiglia, da alcune reazioni al mio libro. Ero stato condannato da oppositori
politici in passato, ma questa è la prima volta che sono stato definito un bugiardo,
un bigotto, un antisemita, un codardo e un plagiario. Sono cose che fanno male”,
ha detto Carter.
Le lodi. Tra chi ha difeso l’ex presidente c’è invece il giornalista inglese Robert Fisk,
esperto mediorientale per il quotidiano
The Independent. Il libro di Carter, ha scritto Fisk, “è una lettura forte da parte dell’unico
presidente americano che si avvicina alla santità. Ovviamente, in America la stampa
e i media hanno largamente ignorato la sua uscita, fino a che i soliti lobbisti
pro-israeliani hanno iniziato a strillare insulti al povero Jimmy Carter, nonostante
sia stato l’architetto del più duraturo trattato di pace tra Israele e un paese
arabo vicino”.