29/01/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Circa 350 miliziani uccisi a Najaf dall'esercito Usa e da quello iracheno
E’ dai tempi della rivolta di Moqtada al-Sadr che non si combatteva con tanta ferocia a Najaf, assieme a Kerbala uno dei massimi luoghi sacri per gli sciiti di tutto il mondo. In due giorni di combattimento, secondo fonti irachene, ci sono state almeno 350 morti tra gli insorti, ma altre fonti parlano addirittura di 500 vittime. Nella battaglia hanno perso la vita anche 3 militari iracheni e altri 21 sono rimasti feriti. A questi vanno aggiunti due piloti di un elicottero Usa, abbattuto dai guerriglieri, come confermato dai militari iracheni, anche se Washington non ha commentato la notizia.
 
un fedele sciita commemora il martirio dell'imam husseinUna battaglia sanguinosa. Si è combattuto per 15 ore, tra il 27 e il 28 gennaio, ma secondo fonti locali la battaglia sarebbe ancora in corso contro alcuni focolai di resistenza attivi nella zona.
L’operazione, condotta dall’esercito iracheno con l’appoggio di aerei e mezzi corazzati delle truppe Usa, è scattata per prevenire, secondo quanto raccontato dal colonnello dell’esercito iracheno Ali Nomas, responsabile della sicurezza a Najaf, e da Asaad Abu Gilel, il governatore di Najaf, per prevenire una serie di omicidi che il gruppo aveva in mente contro eminenti leader sciiti, che per le festività si sarebbero radunati a Najaf. “Erano bene armati, anche con razzi antiaerei, ed erano in prevalenza iracheni, ma tra loro c’erano anche alcuni stranieri”, ha commentato Gilel. L’occasione è stata la festa dell’Ashura, che finisce proprio oggi, e che commemora il martirio dell’imam Hussein nella battaglia di Kerbala del 680, l’episodio che ha sancito lo scisma sciita nel mondo islamico. Negli anni scorsi, dopo l’invasione del contingente internazionale nel 2003, che ha rovesciato il regime di Saddam Hussein, l’Ashura è sempre stata segnata da terribili stragi e attentati. Quest’anno invece, non era accaduto ancora nulla.
Secondo i militari iracheni, l’Ashura non era stata segnata dal sangue perché il gruppo preparava una grande azione finalizzata all’eliminazione di personalità scomode sciite, ritenute dagli insorti in odore di accordo con il governo iracheno e quello statunitense. Ma qual è questo gruppo?
 
pattuglia usa per le strade di najafMilizia pro-Saddam, o no? Si tratterebbe del cosiddetto Esercito del Paradiso, una milizia fedele al leader religioso Ahmed Hassani al-Yemeni, uno dei pochi movimenti presenti in Iraq che conta tra le proprie fila elementi sciiti e sunniti. Secondo la ricostruzione dei vertici militari iracheni, al-Yemeni avrebbe radunato un gruppo di circa 600 miliziani in un frutteto nei pressi del villaggio di Zarqaa, a 12 miglia a nord-est di Najaf, per preparare azioni in grande stile, approfittando della marea di pellegrini che hanno raggiunto la città santa per le celebrazioni dell’Ashura. Al-Yemeni è colui che dai suoi uomini si faceva chiamare il ‘mahdi’, cioè il dodicesimo imam che gli sciiti aspettano e che salverà l’umanità. Lo stesso che, secondo il ministro della Sicurezza nazionale iracheno, sarebbe rimasto ucciso nell’attacco subito dalla sua milizia, e che secondo gli analisti di Baghdad rappresentava l’ultimo elemento di una catena di personaggi riconducibili in qualche maniera a Saddam Hussein.
La sua milizia sarebbe stata formata, sempre secondo il nuovo governo di Baghdad, dal dittatore iracheno per riequilibrare il potere dell’ayatollah Ali al-Sistani nel sud sciita dell’Iraq, da Saddam considerato un covo di serpenti che cospiravano contro di lui. A questo scopo avrebbe sostenuto, anche finanziariamente, il gruppo guidato da al-Yemeni, ma che prima di lui era guidato dall’ayatollah Ahmad bin al-Hassan al-Basri, nemico di quel Muhammad Bakr al-Sadr che il rais vedeva come il fumo negli occhi. Un altro pezzo della resistenza in Iraq legata a Saddam sarebbe quindi stato spazzato via, ma secondo altre fonti locali al-Yemeni sarebbe stato invece il simbolo di coloro che, riuscendo a mettere assieme sunniti e sciiti nell’interesse più alto della cacciata degli eserciti stranieri, finiva per rappresentare la vera forma di resistenza. Una situazione ingarbugliata, dove niente è chiaro, come accade in Iraq da 4 anni a questa parte. 

Christian Elia

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