E’ dai tempi della rivolta di Moqtada al-Sadr che non si
combatteva con tanta ferocia a Najaf, assieme a Kerbala uno dei massimi luoghi
sacri per gli sciiti di tutto il mondo. In due giorni di combattimento, secondo
fonti irachene, ci sono state almeno 350 morti tra gli insorti, ma altre fonti
parlano addirittura di 500 vittime. Nella battaglia hanno perso la vita anche
3 militari iracheni e altri 21 sono rimasti feriti. A questi vanno aggiunti due
piloti di un elicottero Usa, abbattuto dai guerriglieri, come confermato dai
militari iracheni, anche se Washington non ha commentato la notizia.
Una battaglia sanguinosa. Si è combattuto per 15 ore,
tra il 27 e il 28 gennaio, ma secondo fonti locali la battaglia sarebbe
ancora in corso contro alcuni focolai di resistenza attivi nella zona.
L’operazione, condotta dall’esercito iracheno con l’appoggio
di aerei e mezzi corazzati delle truppe Usa, è scattata per prevenire, secondo
quanto raccontato dal colonnello dell’esercito iracheno Ali Nomas, responsabile
della sicurezza a Najaf, e da Asaad Abu Gilel, il governatore di Najaf, per
prevenire una serie di omicidi che il gruppo aveva in mente
contro eminenti leader sciiti, che per le festività si sarebbero radunati a
Najaf. “Erano bene armati, anche con razzi antiaerei, ed erano in prevalenza
iracheni, ma tra loro c’erano anche alcuni stranieri”, ha commentato Gilel.
L’occasione è stata la festa dell’Ashura, che finisce proprio oggi, e che commemora
il
martirio dell’imam Hussein nella battaglia di Kerbala del 680, l’episodio che
ha sancito lo scisma sciita nel mondo islamico. Negli anni scorsi, dopo
l’invasione del contingente internazionale nel 2003, che ha rovesciato il regime
di Saddam Hussein, l’Ashura è sempre stata segnata da terribili stragi e
attentati. Quest’anno invece, non era accaduto ancora nulla.
Secondo i militari iracheni, l’Ashura non era stata segnata dal sangue perché
il gruppo preparava una grande azione finalizzata
all’eliminazione di personalità scomode sciite, ritenute dagli insorti in odore
di accordo con il governo iracheno e quello statunitense. Ma qual è questo
gruppo?
Milizia pro-Saddam, o no? Si tratterebbe del
cosiddetto Esercito del Paradiso, una milizia fedele al leader religioso Ahmed
Hassani al-Yemeni, uno dei pochi movimenti presenti in Iraq che conta tra le proprie
fila elementi sciiti e sunniti. Secondo la ricostruzione dei vertici
militari iracheni, al-Yemeni avrebbe radunato un gruppo di circa 600 miliziani
in un frutteto nei pressi del villaggio di Zarqaa, a 12 miglia a nord-est di
Najaf, per preparare azioni in grande stile, approfittando della marea di
pellegrini che hanno raggiunto la città santa per le celebrazioni dell’Ashura.
Al-Yemeni è colui che dai suoi uomini si faceva chiamare il ‘mahdi’, cioè il
dodicesimo imam che gli sciiti aspettano e che salverà l’umanità. Lo stesso
che, secondo il ministro della Sicurezza nazionale iracheno,
sarebbe rimasto ucciso nell’attacco subito dalla sua milizia, e che secondo gli
analisti di Baghdad rappresentava l’ultimo elemento di una catena di
personaggi riconducibili in qualche maniera a Saddam Hussein.
La sua milizia sarebbe stata formata, sempre
secondo il nuovo governo di Baghdad, dal dittatore iracheno per riequilibrare
il potere dell’ayatollah Ali al-Sistani nel sud sciita dell’Iraq, da Saddam
considerato un covo di serpenti che cospiravano contro di lui. A questo scopo
avrebbe sostenuto, anche finanziariamente, il gruppo guidato da al-Yemeni, ma
che prima di lui era guidato dall’ayatollah Ahmad bin al-Hassan al-Basri, nemico
di quel Muhammad Bakr al-Sadr che
il rais vedeva come il fumo negli occhi. Un altro pezzo della resistenza in
Iraq legata a Saddam sarebbe quindi stato spazzato via, ma secondo altre fonti
locali al-Yemeni sarebbe stato invece il simbolo di coloro che, riuscendo a
mettere assieme sunniti e sciiti nell’interesse più alto della cacciata degli
eserciti stranieri, finiva per rappresentare la vera forma di resistenza. Una
situazione ingarbugliata, dove niente è chiaro, come accade in Iraq da 4 anni
a
questa parte.