scritto per noi da
Sara Dellabella
Un
programma ricco di incontri, dibattiti, video e spettacoli legati da un unico
filo conduttore: la memoria dell’olocausto. Una ricomposizione di storie, di
voci, di ricordi che passano attraverso l’analisi di studiosi, dei racconti dei
sopravvissuti e degli spettacoli degli attori e dei teatranti.
Il
valore della memoria.
Una giornata che si è svolta nella cornice dell’Ara Pacis di Roma, alla
presenza di alcune scolaresche e molti adulti, organizzata dalle Associazioni
Altromodo, E.T.I.C.A e Opera Nomadi. Conferenze, documentari, tanti spettacoli
e musica per la giornata della memoria di quest’anno. Si parla di sterminio,
degli ebrei e del lavoro dei Lager, ma si ricorda anche la deportazione dei Rom
e quella degli omosessuali ancora poco conosciuti. La scarsa considerazione per
queste due “sottoclassi” di sterminati è stata il motore trascinante della
conferenza. Una situazione, quella dei Rom, che rimane controversa anche oggi,
per il loro complicato inserimento sociale. Una memoria difficile da coltivare,
anche per il loro modo tutto particolare di rapportarsi alla morte. Per la
cultura nomade i morti vanno lasciati in pace, e anche la memoria dello
sterminio rimane per questo affidata a pochi studiosi dell’epoca nazi-fascista.
Un atteggiamento questo che ha alimentato nel tempo la forbice tra l’Olocausto
degli ebrei e quello dei Rom, identificando sempre più il ricordo
dell’Olocausto come il ricordo della strage degli ebrei.
Una
mattanza senza senso.
Quella di Hitler non fu solo una caccia al giudeo, ma una vera e propria
persecuzione razziale, che non ha conosciuto differenza di religione. Disabili,
omosessuali, preti, oppositori e piccole minoranze vennero individuati tra gli
obiettivi della lotta nazista. Massimo Converso, presidente nazionale
dell’Opera Nomadi, precisa che la deportazione dei Rom vide come protagoniste
le camicie nere fasciste, e che l’accanimento contro i Rom probabilmente
derivava dalla loro scarsa propensione al lavoro, ma che “non per questo oggi
si debba considerare lo zingaro, solamente come colui che ruba”. Un
riconoscimento difficile, che evidenzia come ancora oggi il problema
dell’integrazione sia una questione spinosa, tutt’altro che risolta. Converso,
nel suo intervento, aggiunge una nota di colore, specificando che all’interno
del popolo Rom, si usa distinguere con la parola Sindi coloro che sono
particolarmente avvezzi all’arte dello
spettacolo, citando alcuni casi celebri nati da matrimoni misti: Elvis Prestly,
Charlie Chaplin, le famiglie circensi Orfei e Merano dove pare si parli ancora
il dialetto sanscrito.
Cultura
e violenza. Un
viaggio che si preoccupa di analizzare la memoria da tutti i punti di vista.
Attraverso le letture di Primo Levi, testimone internato nei lager nel 1943. Il
canto d’Ulisse tratto da “Se questo è un uomo” tenta di spiegare che non è
follia quella di recitare Dante all’interno di un campo di concentramento, ma
che è il primo gesto verso la salvezza. Perché l’isolamento porta l’uomo alla
morte. Già perché lo scrittore non manca di ricordare che nei campi, la
conoscenza della lingua tedesca segnava il primo spartiacque. Se qualcuno
esitava agli ordini arrivavano i colpi, non c’era differenza tra un colpo o un
urlo. Proprio come le bestie. Solo chi capiva questa lingua si salvava dai
colpi. Molti, negli anni successivi, riferirono di aver sempre sentito urlare
“Arbeit Arbeit” senza capirne il significato: si piegavano a lavorare, per la
paura di essere colpiti. Una lingua che cambia, che si fa semplice, più adatta
agli ordini e agli urli.
Una
comunicazione che passa dagli idiomi alla cultura. In questo bisogna
sottolineare che il fascismo fu più astuto. Mussolini si presenta all’Italia
come un uomo di cultura, autore di prefazioni di libri e giornalista. Unisce
sotto di sé le correnti culturali dell’epoca, addomesticandole all’ideologia
fascista. Nel ventennio in Italia fiorirono riviste e giornali sebbene l’Italia
fosse un Paese quasi totalmente analfabeta. Per chi tanto scrivere? Per i
ricchi borghesi e per i giovani studenti da forgiare secondo l’ideologia del
fascio, creando un allineamento ideologico nelle generazioni future. In quegli
anni tutta la stampa è in mano al Governo, che una volta preoccupatosi di
epurare i giornali dagli oppositori, si occupa di impartire direttive e moniti
ben precisi alle testate. Le veline (gli ordini) emanate dal Min.Cul.Pop
(Ministero Cultura Popolare) impartivano i consigli per un buon giornale
fascista, riprendendo in alcuni casi gli errori e le scelleratezze di alcuni
giornalisti azzardati. Creando una uniformazione dell’informazione.
Un
incontro costruttivo.
Questi sono solo alcuni aspetti affrontati nell’intera giornata, ma che in
realtà mettono in evidenza che poi non si è fatto molto per risolvere e superare
i problemi che causarono la strage nazifascista degli anni ’30-’40. Divisioni,
gelosie, paura dell’altro che ancora oggi sedimentano nella società, che non
mancano di venire a galla in certe occasioni legate alla cronaca. Un odio
razziale che ricordiamo di denunciare in occasioni come queste, ma che poi
ritorna sempre a galla, quando la politica ed i cittadini scendono in piazza
per rivendicare un diritto. Gli omosessuali come gli extra comunitari, che
difficilmente vengono presi in considerazione come esseri facenti parte di una
società civile, ma che sempre più spesso vengono relegati dalla politica in
spazi ghettizzati nei quali non creano disturbo.
“Ricordare oggi quello che è stato significa volere
che non succeda più una cosa simile. Ricordare che siamo tutti esseri umani
uguali” è lo slogan di questa giornata e la speranza di poter cambiare
qualcosa.