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Un primo passo. Trecentomila abitanti vivono in quella che è considerata la baraccopoli più grande
e pericolosa di Haiti. Al suo interno si nascondono uomini armati fedeli all’ex
presidente J.B. Aristide e un arsenale da fare invidia a un esercito. In più,
in questo luogo dimenticato, dove morire è quasi un sollievo perché permette di
lasciarsi alle spalle situazioni catastrofiche, si decidono le strategie malavitose
contro i caschi blu e il governo.
Operazione immagine. La Minustah ha la necessità di far vedere che il compito per il quale è stata
chiamata è stato eseguito, come racconta Francesco Fantoli, giornalista italiano
da molti anni nell’isola: “I caschi blu hanno bisogno di dimostrare di aver fatto
qualcosa. Sono entrati a Citè Soleil con lo scopo di conquistare un palazzo che
era stato usato dai ribelli come avamposto per attaccarli e anche come prigione
per i sequestrati. Ma la forza dell’Onu (presente dal 2004 a Haiti) ha la impellente
necessità di aprire un ufficio in questa baraccopoli”. E la motivazione, come
spiega Fantoli, è piuttosto insolita, “Devono far vedere di avere un palazzo nel
cuore della favela e uomini e mezzi in grado di controllarla. Solo per poter costruire
ad hoc un servizio fotografico da mandare a New York, agli alti vertici delle
Nazioni Unite dicendo ‘vedete abbiamo risolto il problema di Citè Soleil. A loro
poi non importa se i più grandi ricercati del paese se ne vanno in altri quartieri
a organizzare i loro affari. L’importante è dare l’immagine che la bidonville
è stata totalmente ripulita. E la bandiera Onu che sventola sul palazzo conquistato
la dice lunga”.
Il mandato sta per scadere. Il 15 febbraio prossimo scade il mandato della Minustah. I timori che, visti
i risultati, non venga confermato sono molti. I cinesi hanno già fatto sapere
di avere intenzione di andarsene da Haiti. Solo gli Stati Uniti hanno confermato
la loro disponibilità a restare sul campo. Ma sia in Haiti sia fuori esistono
molti dubbi sul fatto che il mandato possa essere ritirato tanto che il generale
Juán Guzmán Muret, comandante aggiunto della Minustah (di nazionalità guatemalteca),
ha fatto sapere che le cose si stanno mettendo per il verso giusto e anche chi
inizialmente era diffidente sul fatto di continuare la missione, come appunto
la Cina , adesso starebbe cambiando idea. La Minustah, quindi, non se ne andrà.
Ma se le cose non cambieranno, da Haiti non se ne andranno neanche i problemi.Alessandro Grandi