27/01/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La Minustah entra nelle bidonville. I capi dei ribelli scappano. La popolazione è in preda alla paura. Nell'isola però non cambia nulla da anni
Il fortissimo rumore delle pale degli elicotteri militari ha fatto vibrare i tetti delle baracche di Citè Soleil per tutta la scorsa notte. I cingolati dell’Onu si facevano strada fra i cumuli di macerie, sporcizia, rifiuti e la gente scappava.
Cosa stava succedendo? I caschi blu della Minustah, dopo aver avuto il via libera dal presidente haitiano Renè Preval, hanno deciso di prendere in mano la situazione con la forza. E hanno iniziato dal quartiere simbolo della lotta contro la forza di pace e contro il governo di Preval: Citè Soleil.
 
I mezzi pesanti delle Nazioni UniteUn primo passo. Trecentomila abitanti vivono in quella che è considerata la baraccopoli più grande e pericolosa di Haiti. Al suo interno si nascondono uomini armati fedeli all’ex presidente J.B. Aristide e un arsenale da fare invidia a un esercito. In più, in questo luogo dimenticato, dove morire è quasi un sollievo perché permette di lasciarsi alle spalle situazioni catastrofiche, si decidono le strategie malavitose contro i caschi blu e il governo.
Per i caschi blu, però, (ma solo per loro) conquistare Citè Soleil e ristabilire l’ordine sarebbe il primo passo verso una normalizzazione dell’intero paese. E allora via con le operazioni congiunte fra Minustah e polizia haitiana. Operazioni difficili e pericolose, ma a nessuno importa delle conseguenze (finora sono stati diverse decine i feriti da arma da fuoco), l’importante è far vedere che la presenza dei peacekeepers provenienti da 35 paesi serve a qualcosa. Pare, infatti, che dal palazzo delle Nazioni Unite sia giunto un ultimatum che non dà scampo alla Minustah: risolvere il problema della baraccopoli dove si annidano violenza e terrore, altrimenti tutti a casa.
Ma i vertici della Minustah e i loro referenti a New York non hanno fatto i conti con i loro avversari che, una volta venuti a conoscenza delle operazioni militari imminenti, se ne sono andati via in tutta tranquillità, lasciando i caschi blu a combattere praticamente contro pochi irriducibili ribelli.
 
I ribelli sparano con armi automaticheOperazione immagine. La Minustah ha la necessità di far vedere che il compito per il quale è stata chiamata è stato eseguito, come racconta Francesco Fantoli, giornalista italiano da molti anni nell’isola: “I caschi blu hanno bisogno di dimostrare di aver fatto qualcosa. Sono entrati a Citè Soleil con lo scopo di conquistare un palazzo che era stato usato dai ribelli come avamposto per attaccarli e anche come prigione per i sequestrati. Ma la forza dell’Onu (presente dal 2004 a Haiti) ha la impellente necessità di aprire un ufficio in questa baraccopoli”. E la motivazione, come spiega Fantoli, è piuttosto insolita, “Devono far vedere di avere un palazzo nel cuore della favela e uomini e mezzi in grado di controllarla. Solo per poter costruire ad hoc un servizio fotografico da mandare a New York, agli alti vertici delle Nazioni Unite dicendo ‘vedete abbiamo risolto il problema di Citè Soleil. A loro poi non importa se i più grandi ricercati del paese se ne vanno in altri quartieri a organizzare i loro affari. L’importante è dare l’immagine che la bidonville è stata totalmente ripulita. E la bandiera Onu che sventola sul palazzo conquistato la dice lunga”.
 
Finirà la missione?Il mandato sta per scadere. Il 15 febbraio prossimo scade il mandato della Minustah. I timori che, visti i risultati, non venga confermato sono molti. I cinesi hanno già fatto sapere di avere intenzione di andarsene da Haiti.  Solo gli Stati Uniti hanno confermato la loro disponibilità a restare sul campo. Ma sia in Haiti sia fuori esistono molti dubbi sul fatto che il mandato possa essere ritirato tanto che il generale Juán Guzmán Muret, comandante aggiunto della Minustah (di nazionalità guatemalteca), ha fatto sapere che le cose si stanno mettendo per il verso giusto e anche chi inizialmente era diffidente sul fatto di continuare la missione, come appunto la Cina , adesso starebbe cambiando idea. La Minustah, quindi, non se ne andrà. Ma se le cose non cambieranno, da Haiti non se ne andranno neanche i problemi.

Alessandro Grandi

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