18/04/2007
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Viaggio in un patrimonio dell'umanità, l'isola di Socotra, dove l'unico ospedale è povero e fatiscente
Scritto per noi da
Filiberto Belli*
In Yemen si accetta con allegria di vivere con poco, dando importanza
alle cose essenziali. In questo paese speciale c’è un luogo ancor più
speciale, sconosciuto ai più: l’isola di Socotra. Grande quasi il
doppio dell’Elba, è un lembo di Africa staccato dal continente migliaia
di anni fa, rimanendo completamente isolato in mezzo all’oceano
indiano, a circa 400 Km dalla costa, fra Corno d’Africa e coste
yemenite.
Patrimonio dell'umanità. L’uomo l’ha abitata vivendo di pastorizia e di pesca, lasciando quasi
intatta la sua natura, ricca di specie vegetali autoctone ed esclusive
che ha portato l’Unesco a inserire Socotra tra i siti patrimonio
dell’umanità, equiparandola per importanza naturalistica alle
Galapagos. La gente è allegra e discreta, ma curiosa di conoscere lo
straniero, che da pochi anni atterra sull’isola. La maggior parte
dell’anno, i monsoni la riportano a un pressoché totale isolamento dal
resto del mondo.
Ci sono tre medici itineranti sull’isola, per provvedere all’assistenza
medica di base della gente del capoluogo e dei villaggi,
organizzati da una piccola e per la verità piuttosto malmessa sezione
della “Mezza luna rossa” locale. Sicuramente è diffuso, per i problemi
più frequenti, il ricorso a rimedi tradizionali tratti dalle
piante officinali, come la resina della pianta della mirra (“good for
stomach troubles”) o il leggendario sangue di drago (estratto dalla
pianta simbolo di Socotra) con dichiarate attività pro-coagulanti. Ma a
Socotra c’è, tra mille difficoltà, anche una medicina meno
improvvisata ed è in costruzione un edificio destinato a ospedale, che
sarà però funzionante fra un numero imprecisato di anni.
Ospedale per i più gravi. Per ora, l’unico presidio medico operativo è l’attuale ospedale che
abbiamo voluto visitare prima di partire. L’assoluta bellezza
dell’isola si annienta di fronte alla fatiscenza e alla povertà degli
ambienti di questo polveroso edificio destinato ad accettare i malati
più gravi del posto. Veniamo accolti molto gentilmente dal direttore
socotrino, che in un buon inglese ci presenta gli unici membri del suo
staff medico: tre medici russi (un chirurgo, un internista e la moglie,
ginecologa) in servizio a Socotra da 2 anni. Ci illustrano
sommariamente la loro attività, spiegandoci che le patologie più
frequenti sono quelle tipiche dei paesi poveri della terra: malaria,
tubercolosi, traumatologia varia, aborti, problemi ostetrici. Chiediamo
se vedano tumori, ma ci rispondono che la gente non arriva all’età di
averne: la vita media in questo paradiso tropicale è di 45 anni, ogni
famiglia ha per lo meno 6 figli e la mortalità infantile si attesta fra
il il 15 e il 20 percento.
Una macchina per trasfusioni sicure. Guardandoci attorno si fa fatica a capire come questi medici svolgano
la loro attività: non c’è niente che faccia pensare di essere in un
ospedale. Chiediamo cosa possiamo fare per aiutarli. Farmaci? Qualche
strumento chirurgico? La loro richiesta ci coglie di sorpresa: la loro
assoluta priorità sembra essere una macchina per determinare il gruppo
sanguigno per le trasfusioni, che al momento vengono praticate a caso!
Tale esplicita dichiarazione di impotenza tecnologica è al tempo
stesso commovente e preoccupante: una macchina così complessa
verosimilmente richiederà competenze, manutenzione e reagenti
difficilmente reperibili in questa terra di confine. La richiesta
tuttavia è stata chiara , ripetuta e determinata, per cui la nostra
decisione è quella di portare con noi questo sogno e provare a
concretizzarlo nel prossimo futuro. Non si può neppure evitare di
riflettere su come la nostra professione possa essere vissuta e
spesa in modi infiniti, con un’intensità per molti quasi dimenticata.