25/01/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Il Premio Nobel sudafricano Nadine Gordimer spiega le ragioni della sua battaglia contro l'apartheid

Neanche quando tre uomini di colore sono entrati in casa sua e l'hanno assalita e derubata, nell'ottobre del 2006, Nadine Gordimer ha mai pensato che potesse esistere un altro luogo dove vivere, se non Johannesburg, Sudafrica.

Nadine Gordimer (foto di Lica Galassi)La visita a Milano. Il premio Nobel per la letteratura, protagonista dell'incontro tenutosi lunedì sera a palazzo Clerici, sede dell'Ispi (Istituto studi di politica internazionale) di Milano, ha raccontato a PeaceReporter di non aver mai desiderato fuggire dal suo Paese. Né quando, quindicenne, cominciò ad accorgersi che i neri erano stranieri nel loro - e nel suo - Paese, risolvendosi da allora a usare la penna come strumento contro qualsiasi ingiustizia razziale. Né quando la discriminazione raggiunse l'apice, agli inizi degli anni '90, e vivere a Johannesburg significava essere nell'occhio del ciclone di persecuzioni, violenze, saccheggi, rapine, stupri, omicidi. Né dopo che l'African National Congress di Mandela, al quale la Gordimer era iscritta, vinse le elezioni, nel '93, inaugurando una nuova - seppur assai problematica - stagione di convivenza tra bianchi e neri.
 
Nadine Gordimer (foto di Luca Galassi)"Essere responsabili". Introdotta da Boris Biancheri, ex ambasciatore a Tokyo, Londra, Washington, e attuale presidente dell'Ispi, Nadine Gordimer, che ha offerto l'esperienza dei suoi 84 anni e il suo meraviglioso volto senza tempo alla platea di Palazzo Clerici, è la stessa Gordimer che negli anni '60 e'70 perorava la causa dei neri nelle università statunitensi, dove aveva contratti a tempo o ricopriva il ruolo di visiting professor; la stessa che nel discorso di accettazione del Nobel sosteneva che uno scrittore "è un essere umano responsabile, che deve agire con responsabilità all'interno di un contesto sociale"; la stessa che, nel 2003, scriveva su 'La Repubblica': "Trovo gli uomini neri tanto più belli degli uomini bianchi".
 
Nadine Gordimer (foto di Luca Galassi)A fianco dei più deboli. Nadine Gordimer, insignita dei premi più prestigiosi per il suo impegno contro la discriminazione razziale in Sudafrica, ha ricevuto il Nobel nel 1991 perchè "con grande intensità - si legge nelle motivazioni dell'Accademia di Svezia - ha convogliato nella sua opera la complessità degli eventi di una nazione che (dopo l'indipendenza, ndr) stava cominciando a formarsi e ad esistere". Il perché l'autrice di 'A guest of honour' (Ospite d'onore), 'July's People' (Luglio) e 'Get a life' (Sveglia!), per citare alcuni tra i suoi più famosi romanzi, non ha mai desiderato fuggire dal suo Paese anche nei momenti più difficili, lo ha spiegato a PeaceReporter durante il dibattito a Palazzo Clerici, sede dell'Ispi. Nonostante i fastosi affreschi del Tiepolo, gli opulenti lampadari a goccia e gli stucchi dorati del salone poco si adattassero a far da sfondo alla lettura di alcuni brani di 'Luglio', centrati sulla povertà della popolazione di colore, la Gordimer ha ascoltato pacatamente le domande del pubblico, tra le quali la nostra: perchè non ha mai desiderato andarsene dal Sudafrica? Perchè non ha scelto un'esistenza meno difficoltosa, e pericolosa, altrove?
 
Nadine Gordimer (foto di Luca Galassi)Scelta di vita. "C'è stato un tempo in cui - ha spiegato il premio Nobel - quale membro bianco, tra i pochissimi bianchi, dell'African National Congress, un partito che era allora fuorilegge, mi sono chiesta: perché sono qui? Quale può essere il mio ruolo nell'Anc? Erano veramente pochi i bianchi che lavoravano nel movimento di liberazione. Mi sono detta: dovrei essere migliore, più coraggiosa, dovrei fare di più, e probabilmente sarei finita in prigione. Mi sono anche detta: ho amici in Zambia, allora da poco indipendente, posso andare là, e tornare in Sudafrica quando le cose saranno cambiate. Ma poi mi sono anche detta: se vado mi sentirò una profuga, sarò un altro dei membri della comunità bianca ed europea fatta di ingegneri, tecnici, docenti, che si trova lì per un breve periodo di tempo, senza voto, senza responsabilità civile per il Paese ospite. Mi sentirei di vivere, pensavo, una vita 'a contratto', nel continente africano. Dopo averne discusso con mio marito, che era un profugo ebreo scappato dalla Germania nazista, decidemmo di rimanere e di lottare contro l'apartheid. Non abbiamo mai rimpianto la nostra decisione. E mai ci siamo sentiti più cittadini, più 'individui politici', più esseri umani di quando è arrivato il momento del voto libero e universale. Di quando, io e mio marito, abbiamo potuto votare insieme a individui di tutti i colori. Di quando abbiamo potuto vivere e sperimentare la libertà, la fine dell'apartheid. E quale migliore riconoscimento della propria vita può esserci in questo?".

Luca Galassi

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