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Neanche quando tre uomini di colore sono entrati in casa sua e l'hanno assalita e derubata, nell'ottobre del 2006, Nadine Gordimer ha mai pensato che potesse esistere un altro luogo dove vivere, se non Johannesburg, Sudafrica.
La visita a Milano. Il premio Nobel per la letteratura, protagonista dell'incontro tenutosi lunedì
sera a palazzo Clerici, sede dell'Ispi (Istituto studi di politica internazionale)
di Milano, ha raccontato a PeaceReporter di non aver mai desiderato fuggire dal
suo Paese. Né quando, quindicenne, cominciò ad accorgersi che i neri erano stranieri
nel loro - e nel suo - Paese, risolvendosi da allora a usare la penna come strumento
contro qualsiasi ingiustizia razziale. Né quando la discriminazione raggiunse
l'apice, agli inizi degli anni '90, e vivere a Johannesburg significava essere
nell'occhio del ciclone di persecuzioni, violenze, saccheggi, rapine, stupri,
omicidi. Né dopo che l'African National Congress di Mandela, al quale la Gordimer
era iscritta, vinse le elezioni, nel '93, inaugurando una nuova - seppur assai
problematica - stagione di convivenza tra bianchi e neri.
"Essere responsabili". Introdotta da Boris Biancheri, ex ambasciatore a Tokyo, Londra, Washington,
e attuale presidente dell'Ispi, Nadine Gordimer, che ha offerto l'esperienza dei suoi
84 anni e il suo meraviglioso volto senza tempo alla platea di Palazzo Clerici,
è la stessa Gordimer che negli anni '60 e'70 perorava la causa dei neri nelle
università statunitensi, dove aveva contratti a tempo o ricopriva il ruolo di visiting professor; la stessa che nel discorso di accettazione del Nobel sosteneva che uno scrittore
"è un essere umano responsabile, che deve agire con responsabilità all'interno
di un contesto sociale"; la stessa che, nel 2003, scriveva su 'La Repubblica':
"Trovo gli uomini neri tanto più belli degli uomini bianchi".
A fianco dei più deboli. Nadine Gordimer, insignita dei premi più prestigiosi per il suo impegno contro
la discriminazione razziale in Sudafrica, ha ricevuto il Nobel nel 1991 perchè
"con grande intensità - si legge nelle motivazioni dell'Accademia di Svezia -
ha convogliato nella sua opera la complessità degli eventi di una nazione che
(dopo l'indipendenza, ndr) stava cominciando a formarsi e ad esistere". Il perché l'autrice di 'A guest
of honour' (Ospite d'onore), 'July's People' (Luglio) e 'Get a life' (Sveglia!),
per citare alcuni tra i suoi più famosi romanzi, non ha mai desiderato fuggire
dal suo Paese anche nei momenti più difficili, lo ha spiegato a PeaceReporter
durante il dibattito a Palazzo Clerici, sede dell'Ispi. Nonostante i fastosi affreschi
del Tiepolo, gli opulenti lampadari a goccia e gli stucchi dorati del salone poco
si adattassero a far da sfondo alla lettura di alcuni brani di 'Luglio', centrati
sulla povertà della popolazione di colore, la Gordimer ha ascoltato pacatamente
le domande del pubblico, tra le quali la nostra: perchè non ha mai desiderato
andarsene dal Sudafrica? Perchè non ha scelto un'esistenza meno difficoltosa,
e pericolosa, altrove?
Scelta di vita. "C'è stato un tempo in cui - ha spiegato il premio Nobel - quale membro bianco,
tra i pochissimi bianchi, dell'African National Congress, un partito che era allora
fuorilegge, mi sono chiesta: perché sono qui? Quale può essere il mio ruolo nell'Anc?
Erano veramente pochi i bianchi che lavoravano nel movimento di liberazione. Mi
sono detta: dovrei essere migliore, più coraggiosa, dovrei fare di più, e probabilmente
sarei finita in prigione. Mi sono anche detta: ho amici in Zambia, allora da poco
indipendente, posso andare là, e tornare in Sudafrica quando le cose saranno cambiate.
Ma poi mi sono anche detta: se vado mi sentirò una profuga, sarò un altro dei
membri della comunità bianca ed europea fatta di ingegneri, tecnici, docenti,
che si trova lì per un breve periodo di tempo, senza voto, senza responsabilità
civile per il Paese ospite. Mi sentirei di vivere, pensavo, una vita 'a contratto',
nel continente africano. Dopo averne discusso con mio marito, che era un profugo
ebreo scappato dalla Germania nazista, decidemmo di rimanere e di lottare contro
l'apartheid. Non abbiamo mai rimpianto la nostra decisione. E mai ci siamo sentiti
più cittadini, più 'individui politici', più esseri umani di quando è arrivato
il momento del voto libero e universale. Di quando, io e mio marito, abbiamo potuto
votare insieme a individui di tutti i colori. Di quando abbiamo potuto vivere
e sperimentare la libertà, la fine dell'apartheid. E quale migliore riconoscimento
della propria vita può esserci in questo?".Luca Galassi