La vicenda di Murat Kurnaz, il "talebano di Brema" che la Germania ha lasciato per quattro anni a Guantanamo
scritto per noi da
Alessandro Alviani
Per anni l’ex governo tedesco avrebbe attivamente impedito il rientro in Germania
di Murat Kurnaz, malgrado fosse chiaro da tempo che il giovane, detenuto a Guantanamo
per quattro anni e mezzo, non avesse nulla a che fare col terrorismo islamico.

La vicenda ruota intorno a tre attori: il ministero degli Interni, i servizi
segreti tedeschi e il capo della Cancelleria Federale, ruolo, quest’ultimo, allora
ricoperto dall’attuale ministro degli Esteri, Frank-Walter Steinmeier, cui spettava
il coordinamento dell’intelligence. Sono questi tre attori, stando ai documenti
in mano alla “Sueddeutsche Zeitung”, ad aver deciso, nell’ottobre 2002, di respingere
una proposta avanzata dalle autorità statunitensi per liberare Kurnaz e rispedirlo
in Germania. Già allora si sarebbe potuta dunque concludere un’odissea iniziata,
pochi mesi prima, da un nome sbagliato e da un viaggio intrapreso nel momento
sbagliato.
Il nome è quello di Selcuk Bilgin, che Kurnaz aveva conosciuto a Brema, sua città
natale, e con cui era diventato amico. O, secondo l’accusa delle autorità statunitensi,
“confidente”. Motivo per cui Kurnaz non poteva non conoscere i suoi presunti piani
terroristi, in realtà inesistenti. Gli statunitensi avrebbero infatti scambiato
Bilgin col responsabile di una serie di attentati in Turchia, avvenuti a fine
2003.

Il viaggio è quello che Kurnaz, di origini turche, aveva deciso di compiere in
Pakistan, a pochi mesi dagli attacchi dell’11 settembre, per studiare il Corano.
Lì il giovane 19enne venne arrestato dalla polizia, che lo cedette alle forze
di sicurezza statunitensi. Queste lo trasferirono prima a Kandahar (dove Kurnaz,
secondo le sue dichiarazioni, sarebbe stato picchiato da due membri delle forze
speciali tedesche) e infine a Guantanamo. Già dall’autunno 2002 era comunque chiaro
che il giovane, noto come “il talebano di Brema”, era estraneo al mondo dell’estremismo:
il 23 e 24 settembre tre esperti dei servizi segreti tedeschi visitarono Kurnaz
sull’isola cubana, traendone la conclusione che non aveva “nessun accesso all’ambiente
dei mujaheddin”, come si legge in un’informativa dell’ottobre 2002.
Nonostante tutto, a fine ottobre il ministero degli Interni tedesco elaborò un
piano in due fasi per bloccare il ritorno di Kurnaz, in possesso di un passaporto
turco. Dapprima bisognava spingere le autorità di Brema ad annullare il suo permesso
di soggiorno in Germania, in quanto Kurnaz (allora rinchiuso a Guantanamo) si
era trattenuto all’estero per oltre sei mesi. Allo stesso tempo i servizi segreti
dovevano cancellare dal suo passaporto, rimasto nelle mani degli statunitensi,
ogni traccia del permesso di soggiorno tedesco, così da impedirne il rimpatrio.
Non solo: ancora nell’ottobre 2005, quando ormai anche il giudice Joyce Hens Green
aveva accertato l’inconsistenza delle accuse contro di lui e Angela Merkel si
apprestava a formare un nuovo governo, i servizi segreti tedeschi speravano “di
ottenere da parte statunitense altre informazioni contro Kurnaz che rafforzino
il sospetto di sostegno al terrorismo internazionale”, come riporta una nota del
Ministero degli Esteri. Nell’informativa si registra anche l’opposizione di Steinmeier
al rientro di Kurnaz, avvenuto infine ad agosto 2006, dopo l’intervento della
Merkel.
Nelle prossime settimane è probabile che il ministro degli Esteri compaia davanti
alla commissione di inchiesta sui servizi segreti esteri, per chiarire le responsabilità
dell’ex governo nella vicenda.