24/01/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Il presidente cede e promette un nuovo premier, ma i sindacati continuano la protesta
“A Conakry regna una calma relativa, dopo gli incidenti dell’altro ieri” riferisce a PeaceReporter il giornalista guineano Oumar Yacine Bah. Lo sciopero generale, proclamato due settimane fa dai sindacati, continua ad oltranza. Gli organizzatori sembrano decisi a farla finita con il regime del presidente Lansana Conté, dopo gli scontri che negli ultimi giorni hanno fatto salire il bilancio totale a 60 vittime e 150 feriti. Nonostante la promessa di nominare un nuovo premier, fatta dal presidente in persona, i sindacati hanno annunciato che continueranno lo sciopero fin quando tutte le loro richieste non saranno accettate. “In questo momento tutti gli scenari sono possibili – continua Bah – si potrebbe andare verso una transizione democratica, come verso un altro colpo di stato”.
 
Polizia ed esercito per le strade della capitaleScontri. E’ durata poco più di una settimana la pazienza del presidente, che alle prime aperte manifestazioni degli oppositori ha fatto scendere in piazza l’esercito. Al potere dal 1984 e gravemente malato, Conté non è stato in grado di padroneggiare la situazione: dando ordini contraddittori all’esercito (a cui ha prima chiesto di sparare sui manifestanti per poi smentire qualsiasi responsabilità negli incidenti) il capo di stato è finito sul banco degli imputati per la carneficina di lunedì nella capitale Conakry. “Anche la comunità internazionale si è mossa per criticare Conté – rivela Bah – chiedendo un’inchiesta sugli scontri e la fine dei massacri”. “Il presidente - rincara la dose Caleb Kolié, giornalista di Radio Familia FM - nega di essere il responsabile degli incidenti, ma chi può aver dato l’ordine ai berretti rossi dell’esercito di sparare sulla folla?”
 
Trattative. Pensando di poter reprimere il dissenso con la forza come in passato, Conté si è invece trovato di fronte alla compatta reazione della popolazione. Rabiatou Serah Diallo e Ibrahima Fofana, i due leader sindacali imprigionati nei giorni scorsi, sono stati così liberati e portati davanti al presidente, che ha loro assicurato l’apertura di un tavolo delle trattative tra governo e società civile. Sul banco, la questione dell’aumento dei prezzi dovuto alla crisi economica e, soprattutto, “la formazione di un governo di unità nazionale, comprendente elementi dell’opposizione e della società civile”, come rivelato da Bah. A fungere da mediatore è stata la first lady, Henriette Conté, che sta tentando di gettare acqua sul fuoco per non compromettere una situazione già deteriorata.  Il regime del presidente, isolato da anni, nella crisi ha perso anche gli ultimi sostegni di cui godeva. “Ormai Conté può contare solo sulla guardia presidenziale, anche i suoi vecchi alleati l’hanno abbandonato” prosegue Bah. A dimostrazione di come, alla formazione di un nuovo governo, potrebbero seguire altre concessioni.
 
Manifestanti a ConakryScenari. Una buona notizia per chi sogna una transizione democratica in un Paese che, nonostante le sue ricchezze naturali, è piombato in una crisi economica senza precedenti, aggravatasi per lo sciopero che sta facendo mancare anche i generi di prima necessità. Ma se da una parte la società civile spera, dall’altra l’entourage del presidente non resta con le mani in mano: i vertici dell’esercito, rimasti silenti finora, si starebbero già organizzando per il dopo-Conté e per continuare la lunga tradizione di colpi di stato che il giovane Paese africano ha vissuto. L’ultimo dei quali, nel 1984, portò al potere proprio l’attuale presidente. Stretto tra i manifestanti che ne chiedono apertamente le dimissioni e tra i suoi ex-alleati, che lo giudicano responsabile della crisi attuale, Conté potrebbe avere i giorni contati. Tanto che una sua permanenza al palazzo presidenziale è vista da numerose fonti giornalistiche come un vero e proprio miracolo. Il rischio è che i veri problemi possano cominciare solo dopo.

Matteo Fagotto

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