23/01/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Le proteste dell’opposizione degenerano in scontri di piazza con le forze filo-governative
Lo sciopero generale indetto dall’unione sindacale libanese, cui si sono aggiunti i blocchi stradali imposti dalle forze di opposizione, ha innescato una serie di scontri armati in diverse parti di Beirut, ma non solo. Per ora l’esercito è rimasto a guardare, intervenendo solo per sedare le situazioni più pericolose. A due giorni dalla conferenza per la ricostruzione, il Paese rivive il clima della guerra civile.
 
Opposizioni in piazza. Questa mattina è scattata la terza fase delle proteste delle opposizioni libanesi che, dal primo dicembre, manifestano per chiedere le dimissioni del premier Fouad Seniora. Attivisti delle forze dell’8 marzo, composto dai partiti sciiti e cristiani di Hezbollah, Amal, Aoun e Marada, hanno bloccato numerose strade a Beirut e non solo, incendiando pneumatici che hanno avvolto Beirut in una coltre di fumo nero. Anche l’aeroporto è stato isolato, i voli sono stati annullati e diverse persone, appena atterrate, sono state costrette a rimanere all’interno della struttura. Da parte del governo, Samir Geagea, a capo delle cristiane Forze Libanesi, ha condannato le proteste definendole “un colpo di stato, una rivolta che non ha nulla a che fare con la democrazia”. Altri esponenti del governo, come l’ex parlamentare Fares Sahed, hanno minacciato di ricorrere alle armi: “Se le forze di sicurezza non faranno il loro lavoro, le persone scenderanno nelle strade e le riapriranno da sole”.
 
Filo-governativi in piazza. L’esercito era preventivamente schierato in tutta la città per impedire che le proteste degenerassero in attacchi contro edifici pubblici, ma poche ore dopo l’inizio dei disordini, le strade di Beirut erano invase anche dalle milizie vicine ai partiti al governo. Le strade del quartiere Mezrah e quelle vicino alla corniche, il lungomare della capitale, sono presidiate da uomini armati del partito Mustaqbal, guidato da Saad Hariri, che risiede in quella parte della città, mentre altrove, nella parte settentrionale di Beirut, uomini armati legati alle Forze Libanesi hanno attaccato i manifestanti e hanno cercato di penetrare nella sede del partito Tayyar. Di fronte all’emittente radio Sawt al Ghad -la voce del domani, legata al partito del generale Aoun-  c’è stata una sparatoria e le forze dell’esercito sono dovute intervenire per contenere gli attivisti filo-governativi. Membri delle forze vicine al governo hanno sparato anche contro l’abitazione del leader druso Talal Arslan a Khalde. Arslan è a capo del Partito Democratico Libanese, che sta con le opposizioni, mentre l’altra formazione drusa, quella di Walid Jumblatt, sta con il governo. Scontri tra attivisti cristiani delle due fazioni si sono registrati nella città di Zahlè, dove ci sono state scaramucce tra Forze Libanesi e Aounisti. Un primo bilancio degli scontri parla di 58 persone rimaste ferite.
 
Frattura vera. “La frattura tra maggioranza e opposizione ora è davvero grave –commenta Massimo, un ricercatore che vive a Beirut- piccoli scontri si erano registrati anche in passato, ma oggi mi pare diverso. Sono stato in giro per il Mezrah e la situazione sembrava calma, ma non c’è da fidarsi. Ora le forze che guidano le proteste stanno decidendo se continuare la manifestazione o sospendere le iniziative”. “La situazione mi pare pericolosa –concorda il giornalista e saggista Lorenzo Trombetta da Beirut- è importante che l’esercito si limiti a mantenere sotto controllo le parti per non far degenerare gli scontri di piazza. Queste proteste hanno innescato disordini che potrebbero andare avanti per giorni”.
 

Naoki Tomasini

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