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Quando sarà grande e glielo racconteranno, Bianca probabilmente non ci crederà.
Non crederà che il padre Giorgio, a quasi 50 anni, dopo un'onesta e laboriosa
vita da tecnico delle comunicazioni si sarebbe trovato in piazza a manifestare
contro la base militare. Che, nottetempo, assieme a cinquemila persone avrebbe
occupato la stazione. E soprattutto che, dopo il nefasto 'sì' del premier italiano
Prodi agli americani, papà Giorgio avrebbe deciso, oltre che con la voce e con
le braccia, di protestare anche con lo stomaco. Da sei giorni Giorgio Benedetti
non mangia. Ha deciso di rinunciare a ingurgitare cibi solidi per rispondere,
con l'unica arma che possiede, a una classe politica che l'ha "tradito, umiliato,
ferito". L'unica arma di Giorgio è la lealtà. Ce lo ha detto quando lo abbiamo
incontrato, il terzo giorno delle proteste, nel capannone dontato da Radio Sherwood,
sede del presidio contro la base, tra le nebbie della campagna di Caldogno. Aveva
un megafono in mano. Ed è proprio di lealtà che parlava.
Le bugie del governo. "Qualcuno potrebbe anche disapprovare la mia scelta - diceva -, ma per me è
stato quasi naturale passare alla forma più estrema di protesta, lo sciopero della
fame. Se dico che non sto mangiando potete scommettere che, anche se non mi vedete,
io non toccherò un pezzo di pane. Chi mi conosce - dichiarava, mentre i suoi occhi
cercavano quelli dei suoi amici e concittadini - sa che nella vita io sono stato
sempre una persona leale, e solo con la lealtà si può rispondere alle bugie".
Le bugie sono quelle della giunta Hullweck, del ministro Parisi, di Prodi, e di
una classe politica che, a giudizio dei vicentini, ha nascosto alla città ciò
che era già stato deciso da tempo: la costruzione di una nuova base militare all'ex-aeroporto
Dal Molin.
Una questione di valori. "La mia decisione è stata improvvisa - racconta -, ed è scaturita dalla delusione.
La sera del 16 gennaio, quando si è saputo delle intenzioni di questo governo,
è stato come se avessi ricevuto un pugno in faccia. Ho avvertito un incredibile
rifiuto per la politica. Come l'anoressico rifiuta il cibo, io ho rifiutato di
colpo la politica. Ero in preda a una delusione violenta, e quando ho sentito
Prodi al Tg3 mi sono detto: 'Ma come? Come è possibile che la menzogna sia stata
così grande?'. Hanno mentito tutti, sapendo di mentire, oltre ogni immaginazione.
Sapevo che la politica poteva bluffare, ma non fino a questo punto. Mio padre
ha lasciato a me dei valori, io non potevo non lasciarne qualcuno a mia figlia".
"Rinuncerei anche al mio lavoro". Così, da sei giorni, Giorgio non tocca un pezzo di pane. Contattato telefonicamente
nella tarda serata di ieri, di ritorno dalla manifestazione di Bologna, ci ha
raccontato che, sotto consiglio dei medici che lo seguono, beve solo liquidi,
integrati con sali minerali, vitamine, proteine. E che è sua intenzione continuare
lo sciopero "fino a che riuscirò a resistere senza far del male a mia figlia.
Devo pensare prima di tutto a lei, ovviamente". Giorgio non ha deciso solo di
non mangiare più. Si è spinto oltre, promettendo che, se potesse servire a far
chiudere la caserma Ederle, lui sarebbe disposto a lasciare anche il lavoro. "Lo
dico senza nessun desiderio di protagonismo - ci ha spiegato -, ma se potesse
servire io oggi stesso rinuncerei al mio lavoro, pur di non vedere una base militare
nel bel mezzo di una città". Eppure, a dispetto della discrezione e del desiderio
di stare al riparo dalla troppa luce dei riflettori che, oltre al presidio del
Dal Molin, illuminano mediaticamente tutta la protesta vicentina, Giorgio ha già
degli emuli. Sono i ragazzi della rete di Lilliput, scesi in campo accanto a lui
per ricevere il testimone. Quando Giorgio smetterà, tornando a pranzare con la figlia Bianca,
a rotazione cominceranno a digiunare i 'lillipuziani'. Allora, finalmente, anche
Bianca, dall'innocenza dei suoi quattro anni, smetterà di chiedergli: "Papà, ma
perché non mangi più?".
Luca Galassi
Parole chiave: ederle, vicenza, benedetti, sciopero della fame, base dal molin