Il “presidente di guerra” è sotto assedio sul fronte interno. Dopo aver annunciato
alla nazione un aumento di 21.500 soldati in Iraq nei prossimi mesi, nel tentativo
di pacificare Baghdad e le regioni più turbolente, su George W. Bush piovono critiche
da più parti. Il 60 per cento dei cittadini Usa è contrario alla sua decisione,
e anche tra i militari il consenso verso questo conflitto è precipitato: ormai
solo il 41 percento dei soldati crede che l’invasione dell’Iraq sia stata una
buona idea. Un gruppo di generali in pensione ha bocciato l’escalation militare
davanti alla Commissione Esteri del Senato. E tre senatori hanno presentato una
risoluzione per affermare che la proposta di Bush va contro gli interessi nazionali
degli Stati Uniti. Intanto, i gruppi pacifisti stanno preparando una grande manifestazione
di protesta a Washington per sabato 27 gennaio.
Le statistiche. I sondaggi condannano la scelta di Bush, bocciato ormai dall’opinione pubblica
su tutta la linea. Solo un terzo approva la gestione del conflitto da parte dell’amministrazione
Bush. Metà degli intervistati è convinta che il presidente abbia mentito di proposito
per giustificare l’invasione. Per tre americani su cinque (soprattutto, anche
per un repubblicano su quattro), questa guerra non doveva essere combattuta. Due
terzi degli statunitensi vogliono che il ritiro delle truppe inizi entro il 2008,
uno cinque preferirebbe che venisse fatto subito. Per quanto riguarda l’aumento
delle truppe, metà degli interpellati vorrebbe che il Congresso bloccasse l’escalation,
negando il finanziamento alla missione o con altre misure volte a contrastare
la decisione di Bush.
La battaglia al Congresso. Nonostante il recente cambio di colore di Capitol Hill, dove ora entrambe le
camere sono controllate dai democratici, una battaglia al Congresso per rovesciare
la decisione di Bush viene però considerata improbabile dagli analisti. La definizione
della politica estera, in fondo, spetta al presidente: il Congresso può concedere
o meno i finanziamenti richiesti ma, nonostante i democratici siano ormai compatti
nel volere un ritiro in tempi brevi, opporsi in un muro contro muro potrebbe essere
controproducente. E in fondo, ai democratici non dispiacerebbe arrivare alle elezioni
presidenziali del 2008 con l’Iraq ancora palla al piede dei repubblicani. Tuttavia,
il malcontento della nuova maggioranza al Congresso è emerso mercoledì 17 gennaio,
quando tre senatori (tra cui un repubblicano) hanno presentato una risoluzione
per esprimere la loro contrarietà all’aumento temporaneo delle truppe. La misura,
che verrà votata la settimana prossima dal Senato, anche in caso di approvazione
avrebbe solo un valore simbolico. Non vincolerebbe Bush a tornare sui propri passi,
ma gli manderebbe un segnale del tipo “per questa volta te la passiamo, ma non
abusare della nostra disponibilità”.
Il no dei generali. Il giorno dopo, le obiezioni al piano Bush sono arrivate anche dagli ambienti
militari. Un comitato di generali in pensione ha liquidato con un “troppo poco,
troppo tardi” l’escalation militare, sostenendo che in Iraq “la soluzione è politica,
non militare”. “I nostri alleati ci stanno abbandonando ed entro l’estate se ne
saranno andati”, ha detto davanti alla Commissione Esteri del Senato il generale
Barry McCaffrey, che ha guidato le truppe Usa nella prima Guerra del Golfo. Da
tempo una parte crescente dei vertici militari ha puntato il dito contro l’ex
segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, reo di aver voluto combattere una guerra
con poche truppe (in media gli Usa hanno impegnato in Iraq un quarto delle forze
disponibili). Per questo, secondo questo filone di pensiero, un’aggiunta di 21.500
soldati ai circa 130.000 già presenti non può costituire una grande differenza.
Per molti soldati, ciò significa comunque un terzo periodo servizio in Iraq: per
alcune brigate è già cominciato.
Manifestazione per la pace. Già rinvigorito dalla crescente opposizione dell’opinione pubblica alla guerra,
anche il movimento pacifista negli Usa ha sfruttato la decisione di Bush per dire
ancora una volta no alla guerra in Iraq. Il gruppo
United for Peace and Justice, che fa da ombrello a centinaia di associazioni, ha indetto per sabato prossimo
una “marcia su Washington”. Vista l’ormai diffusa impopolarità del conflitto,
gli organizzatori sperano che alla manifestazione partecipino anche persone che
all’inizio erano favorevoli all’invasione.