scritto per noi da
Michele Luppi
Ci sono dei giorni in cui la
storia si diverte a giocare con le coincidenze. Oggi i cittadini della Serbia sono chiamati a eleggere i propri
rappresentanti in parlamento, in un momento estremamente delicato per il futuro
della loro nazione. Il governo che nascerà dovrà affrontare
due questioni politiche molto delicate per il futuro del paese: riavviare il
dialogo con l’Unione Europea, incrinato dalla mancata collaborazione di
Belgrado con il Tribunale Penale Internazionale, e attendere la decisone finale
sul nuovo status del Kosovo, prevista per i prossimi mesi. Oggi anche i cittadini
albanesi
del Kosovo, circa il 90 percento degli abitanti della provincia, ancora formalmente
parte della Serbia, si mobiliteranno, non per recarsi alle urne, ma per
commemorare il primo anniversario della morte di Ibrahim Rugova, presidente e
“padre del Kosovo”, stroncato, lo scorso 21 gennaio, da un cancro all’età di 61
anni, proprio alla vigilia dell’inizio dei colloqui con Belgrado.
Ai funerali laici celebrati a
Pristina parteciparono circa 500 mila persone.
Ascesa Politica. Nato nel 1944 nel villaggio di Crnce, nella
municipalità di Istok in Kosovo, Rugova rimane presto orfano del padre, ucciso
dai partigiani di Tito.
Dopo la laurea e il dottorato in
letteratura albanese all’Università di Pristina e un periodo di
specializzazione all’Università Sorbona di Parigi (1976 –1976), Rugova tornò
nei Balcani diventando uno degli intellettuali di riferimento per la cultura
albanese in Kosovo, tanto da essere eletto, nel 1988, presidente della Società
dei Letterati. La svolta nella sua vita politica
coincide con l’ascesa al potere di un altro importante personaggio nella storia
dei balcani moderni: Slobodan
Milosevic, eletto presidente della Serbia il 6 dicembre 1989.
In quello stesso anno un
emendamento alla Costituzione Serba, aveva cancellato l’autonomia garantita
alla provincia dalla Costituzione di Tito del 1974.
Contro questa decisione Rugova fu
uno dei promotori dell’ “Appello dei 215 intellettuali albanesi” in cui si
chiedeva il ripristino dell’Autonomia della provincia.
Escluso dalla Lega dei Comunisti
della Jugoslavia, a cui aveva aderito negli anni Settanta, decise di iniziare
la sua
battaglia politica per l’indipendenza della sua terra, fondando la Lega
Democratica del Kosovo (Ldk), ancora oggi il principale partito politico
kosovaro.
Il Ghandi dei Balcani. L’approccio dell’ Ldk e del suo leader alla
“questione kosovara, è sempre stato ispirato alla non-violenza. “Kosovo
indipendente con mezzi pacifici e politici” amava ripetere Rugova, affascinato dalla figura di Madre Teresa,
originaria proprio del Kosovo.
In risposta alla decisione
autoritaria di Belgrado il 2 luglio 1990, 114 deputati albanesi del Parlamento
del Kosovo proclamarono l’Indipendenza della provincia nell’abito della
federazione Jugoslava. Belgrado rispose con una purga di
grandi dimensioni a danno di circa 115 mila dipendenti statali kosovari
(medici, insegnanti, giornalisti) e abolendo tutte le organizzazioni politiche,
culturali e sportive albanesi.
Un anno dopo, alla fine di
settembre del 1991, con un referendum clandestino i Kosovari si espressero a
favore del distacco da Belgrado chiedendo il riconoscimento alla Comunità
Internazionale che fu però negato.
In questi anni Rugova, insieme al
sociologo Anton Cetta, lavorò per diffondere la cultura del perdono all’interno
della stessa comunità albanese promuovendo i “Consigli della Riconciliazione”
grazie ai quali centinaia di famiglie, divisi dalla vendetta di sangue
praticata secondo l’arcaico codice consuetudinario, si riappacificarono. Il 24
maggio 1992 in Kosovo si
tennero le elezioni, non riconosciute da Belgrado, in cui Rugova, unico
candidato appoggiato da tutti i partiti, venne eletto presidente.
Fu questo l’inizio di quel
sistema di “Stato Parallelo” che durerà in Kosovo fino allo scoppio della
guerra.
Un vero e proprio “stato ombra”
dotato di strutture politiche, culturali, sociali e mediche supportato da un
governo in esilio guidato da Bujar Bukashi, istallatosi a Stoccarda, e
finanziato grazie ai fondi inviati dai
membri della diaspora kosovara sparsi in Europa e negli Stati Uniti.
Una situazione accettata dallo
stesso Milosevic che, preoccupato dagli esiti della guerra in corso in
Jugoslavia, considerava Rugova il male minore.
La moderazione, l’attenzione ai
diritti umani, la politica non-violenta, trasformarono Rugova in un
interlocutore privilegiato per la Comunità Internazionale. Un’attenzione
sottolineata da alcuni importanti riconoscimenti internazionali tra cui la
candidatura al Premio Nobel per la Pace nel 1996 e la cittadinanza onoraria di
Milano, Venezia e Brescia.
La guerra e la ricostruzione. Durante le prime fase della guerra
Rugova rimase agli arresti nella sua casa di Pristina, con la moglie e i tre
figli. Successivamente ci fu un incontro tra Rugova e Milosevic a Belgrado (le
cui circostanze sono ancora da chiarire) in cui il leader albanese chiese,
davanti alle telecamere, la fine dei bombardamenti, l’avvio di negoziati
politici e l’autonomia del Kosovo nell’ambito della federazione Jugoslava. L’incontro con presidente serbo, mentre il
Kosovo era sconvolto dalle violenze, è una delle principali accuse che i suoi
rivali politici, in particolare gli ex militanti dell’Uck, hanno continuato a
rivolgergli anche dopo la guerra. Dopo alcuni mesi di esilio in Italia e
Germania Rugova verrà fece ritorno nei balcani nel mese di luglio, alcune
settimane dopo la fine della guerra.
Tornato in Kosovo Rugova riprese
da dove aveva lasciato, lavorando insieme agli amministratori internazionali
dell’Unmik (United Nation Mission in Kosovo) per la costruzione delle nuove
istituzioni kosovare, cercando di avviare un dialogo costruttivo tra le stesse
fazioni albanesi in lotta.
Alle elezioni politiche del 2001
l’Ldk si confermò il primo partito della provincia e, il 4 marzo 2002, dopo un
difficile accordo tra i tre principali partiti, Rugova venne eletto presidente:
carica che conserverà, dopo la rielezione nel 2005, fino alla morte.
Una nuova bandiera. Durante gli anni della sua presidenza Rugova
continuò a tessere quella fitta rete di relazioni con le diplomazie
internazionali che aveva costruito fin dai primi anni novanta, non perdendo mai
la sua politica di moderazione, ma continuando a invocare l’indipendenza per il
Kosovo.
Nello studio della sua casa di Pristina,
in cui incontrava i politici che gli facevano visita, spicca su una parete
dietro le sua poltrona, la foto che ritrae lui e il presidente americano
Clinton durante il loro colloquio proprio in quella sala. Accanto alla foto la
bandiera della Dardania (blu con al centro un’aquila a due teste in un cerchio
rosso) quella che secondo il presidente sarebbe dovuta diventare la bandiera
del Kosovo indipendente. Questo vessillo definito
comunemente la “bandiera di Rugova” è stata presentata dal presidente
nell’ottobre del 2000 ma mai accettata dalla popolazione kosovara, che continua
ad utilizzare la bandiera rossa con l’aquila nera a due teste, già bandiera dall’Albania.
Rugova era appassionato di
minerali che collezionava in una piccola stanza vicino alla sala dei colloqui.
Era qui che alla fine di ogni incontro portava i suoi interlocutori donando ad
ognuno un piccolo frammento della sua terra.