Il processo di pace muove i primi storici passi. Ma c’è chi minaccia una nuova guerra
Quella passata è stata una settimana storica per il Nepal. I maoisti hanno fatto
il loro ingresso in Parlamento e hanno iniziato a disarmare e a smantellare le
loro strutture di governo parallelo nelle campagne. Sono i primi concreti passi
del processo di pace che segna la fine di una guerra civile durata dieci anni
e costata oltre 13mila morti. Un processo che continuerà con l’ingresso dei maoisti
nel governo provvisorio e con l’elezione, in giugno, di un’assemblea costituente
che sancirà la nascita del “nuovo Nepal”. Nell’euforia generale del momento, però,
nessuno si è accorto che una fazione scissionista dei ribelli già minaccia una
nuova guerra.
Il sud paralizzato da nuovi bandh. Mentre tutti gli occhi e gli obiettivi erano puntati su Kathmandu, sullo storico
ingresso degli 83 deputati maoisti in Parlamento, sui loro abiti grigi e austeri
(anche per le deputate maoiste), sul volto un po’ spaesato del loro leader Prachanda
(che non trovava la strada per arrivare e che si è seduto sugli spalti, tra il
pubblico, perché lui non è tra i deputati), nel sud del paese, lontano dai riflettori,
succedeva qualcosa di inquietante.
Tutta la regione del Madhesh (o Terai, ‘terre umide’) – la fascia pianeggiante
e fertile del Nepal che confina con l’India – era paralizzata da un bandh,
la tradizionale forma di protesta usata dai maoisti: blocco totale
della circolazione e delle attività commerciali, accompagnato da
proteste di piazza degenrate anche in azioni violente. Per giorni, le
strade della regione sono state bloccate, i negozi sono rimasti chiusi
e si sono verificati diversi atti di violenza e vandalismo.
Sabato
sera nella città di Lahan è stato ucciso ucciso un ragazzino e ne sono seguiti
violenti scontri, con decine di feriti, nonostante il coprifuoco subito imposto
dalle autortià.
A proclamare questo bandh è stato il Fronte di Liberazione Democratico del Terai (Jtmm, Janatantrik Terai Mukti Morcha), gruppo armato che si è scisso dai maoisti nel 2004 e che ora minaccia di non
aderire al processo di pace.
Madhesi: i nepalesi di serie b. Jai Krishna Goit, il leader del Jtmm chiede l'indipendenza per la regione del
Madhesh/Terai, abitata dai madhesi: popolazione di lingua hindi che costituisce
la metà dell’intera popolazione nepalese, ma che è sempre stata disprezzata e
marginalizzata dai pahadi, la ‘gente delle colline’ che abita la fascia centrale
del paese, il
pahad, gli altopiani ai piedi dell’Himalaya, e che ha sempre controllato le istituzioni
nepalesi. Dal 2004 il Jtmm combatte per la creazione di uno Stato Terai indipendente,
con un proprio esercito, una propria polizia e una propria amministrazione. Dal
luglio 2006 i guerriglieri del Jtmm si sono ripetutamente scontrati con i maoisti,
oltre che con le truppe governative. Ora Goit, dal suo nascondiglio nel India
del nord, minaccia di mandare all’aria il processo di pace e dichiarare guerra
al nuovo governo di unità nazionale nepalese.
Un problema creato dagli stessi maoisti. Il leader maoista Prachanda è ben consapevole della minaccia rappresentata dal
movimento separatista Terai, uno dei tanti sub-nazionalismi creati dalla strategia
militare maoista di creare per ogni minoranza nepalese dei
Mukti Morcha: Fronti di Liberazione che avrebbero sostenuto la guerriglia maoista in ambito
locale.
Per Prachanda, la soluzione alla questione Terai sarebbe la creazione di una
repubblica federale che garantisca autonomia ed eguali diritti alle popolazioni
nepalesi. A suo parere il Jtmm non costituisce una seria minaccia alla stabilità
del nuovo Nepal: “Se dovessimo decidere di combatterli – ha dichiarato nei giorni
scorsi – li sconfiggeremmo nel giro di una settimana”.
Per i maoisti è stato relativamente facile rovesciare il re e arrivare al potere.
La vera sfida per loro sarà governare il paese, mantenendo le promesse e soddisfacendo
le aspirazioni del popolo nepalese.