Quando avevo dato una buona valutazione del governo
Kostunica, in occasione del suo primo anniversario, poco è mancato che venissi
espulso dalle case editrici più prestigiose di Belgrado, tanto più che le mie
dichiarazioni erano state ampiamente riprese e citate da tutti coloro i quali,
all’epoca, ancora non osavano confessare le loro simpatie per Kostunica.
Viceversa oggi, in occasione dei mille giorni del governo Kostunica (un governo
minoritario sotto ogni punto di vista), sento dei commenti positivi, non solo
di carattere tecnico, che provengono dai suoi principali avversari politici, ad
esclusione di quelli che non pensano ad altro che a loro stessi, obnubilati
dalla speranza di raggiungere quel famoso 5 percento che in Serbia permette di
entrare in
Parlamento, come se ciò fosse sufficiente a pagare il prezzo dei cambiamenti
della società serba, della politica e del corso della storia.

Montenegro e Ratko Mladic, sconfitte silenziose.
Vojislav Kostunica ha dovuto superare, evidentemente, delle pesanti sconfitte,
ma è riuscito a passarle sotto silenzio collettivo. Saranno sufficienti due
esempi: il primo, il suo fervente impegno a salvaguardare ad ogni costo la comunità,
politicamente composita, di Serbia e Montenegro, un impegno così strano per uno
spirito pragmatico come il suo. Nessuno glielo rinfaccia nella campagna
elettorale attualmente in corso. D’altra parte, egli non ha nemmeno mantenuto
la promessa di consegnare Mladic al Tribunale Penale internazionale, ma Mladic
non rappresenta un soggetto
interessante per i partiti politici che pretendono di ritrovarsi in Parlamento,
dato che essi dovranno, a loro volta, farsi carico di questo caso.
Attualmente, tutti sostengono che Kostunica abbia fatto più di quanto si
sperava. A dire la verità, non si è ottenuto nulla di particolarmente prezioso,
salvo che le mie valutazioni su Kostunica si sono rivelate corrette: quest’uomo
che si diceva pigro, addormentato, inattivo, non lo era del tutto. Egli ha
passato notti in bianco a preparare le risposte alle critiche dei suoi
oppositori politici. Se mi è permesso dirlo, egli è un grande tecnico del
potere, a somiglianza di Kule Acimovic, il numero dieci della Stella rossa, che
difendeva la palla per servirla a Dragan Dzajic, che la faceva poi partire
verso la testa di Lazarevic.
I populisti restano in gioco.
È facile notare che Kostunica è onnipresente in tutte le combinazioni
post-elettorali sulla costituzione del nuovo governo. Per restare
nell’ambito
dei paragoni calcistici, egli mantiene la sua posizione a centrocampo,
il che
gli permette di sorvegliare il gioco e di scegliere a chi dare la
palla. Il
nuovo dizionario politico descrive questa abilità come «un grande
potenziale di
coalizione», e io oso predire che Kostunica non uscirà perdente da
queste
elezioni.
Al contrario questo rischio lo corrono tutti gli altri. Il sostegno
degli
elettori ai radicali potrebbe scendere al di sotto del 30 percento. Gli
ambiziosi
democratici di Boris Tadic hanno paura di essere sorpassati da
Kostunica. Gli
altri hanno paura di non raggiungere la soglia del 5 percento.
Solo la coalizione dei partiti popolari, a cui nessuno accordava la
minima
possibilità di restare al potere più di 200 giorni, non corre il
rischio di
essere scossa. Ad essa sembra assicurato, da un minimo del 17, fino al
25 percento
dei
suffragi che saranno espressi il 21 gennaio. La sola cosa certa è che
nessuno
potrà costituire il nuovo governo senza Kostunica e i suoi. Questi
ultimi senza alcun dubbio apprezzano tale idea, ma questa soddisfazione
non è necessariamente da noi condivisa. Personalmente io avrei
preferito che
questo governo avesse dato prova di una maggiore determinazione nelle
riforme
delle strutture economiche e sociali, che avesse avviato la
privatizzazione del
settore pubblico, che avesse ripulito il sistema giudiziario con più
efficacia,
assicurato i meccanismi di controllo civile sui servizi di sicurezza,
reso la
Serbia più civile, anche senza un accesso formale all’Accordo di
stabilizzazione e associazione (Saa) con l’Ue, che il dialogo politico
interno
sul Kosovo fosse stato più aperto, che il governo avesse lavorato
sull’apertura
delle frontiere ai cittadini e alle merci da noi prodotte... La lista
potrebbe
dilungarsi, ma non cambierebbe la valutazione che gli avevo accordato
all’epoca.
Dribbling in spazi stretti: la costituzione del nuovo governo. Si avvicina la fine della campagna elettorale. Già avevo previsto che si
sarebbero nuovamente cercati gli assassini di Zoran Djindjic, che si sarebbero
fatte uscire delle prove,
inconsistenti o poco affidabili, sui ladrocini, sulle relazioni amorose, sugli
storni di fondi pubblici, e su tutto ciò che si racconta per difendere o
conquistare delle cariche politiche.
Stando ai pronostici di Jelica Minic, collaboratrice scientifica presso
l’Istituto di scienze economiche di Belgrado, si tratta in realtà dell’ultima
tornata di grandi trasferimenti di proprietà pubbliche e di grandi, lucrosi
affari. Quelli che ne rimarranno al di fuori non potranno più approfittarne, e
le prossime elezioni serbe saranno noiose.
Le campagne elettorali troppo lunghe confondono il pubblico, e i media, i
resoconti e i commenti si ripetono, come se tutti non aspettassero che la
pubblicazione dei risultati, nella notte tra il 21 e il 22 gennaio. In effetti,
i problemi inizieranno solo allora, dato che la formazione del governo,
all’ombra delle proposte di Martti Ahtisaari sullo status del Kosovo, ricorda
il celebre cubo di Rubik, sempre a un passo dalla soluzione.
Avevo già detto da qualche parte che la Serbia avrebbe potuto vedere altre
nuove elezioni piuttosto che un nuovo governo. Tanto più che il termine per la
costituzione di quest’ultimo è stabilito dalla Costituzione. La formazione di
un governo di minoranza da parte di Kostunica non sarebbe sorprendente, ma la
media dei suoi voti sarebbe sicuramente più bassa di quella attuale. Questo
governo sarebbe limitato e condizionato da troppi compromessi per permettere
una vita politica sana. La Serbia di Kostunica aveva da principio garantito una
pausa e una certa stabilità dopo l’assassinio del Primo ministro Djindjic, ma
ciò non basta più per l’avvenire. La Serbia ha bisogno di fare un passo in
avanti, ha bisogno di persone che passino la palla in avanti, e non di
giocatori che non fanno altro che difenderla, senza passarla a nessuno.