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"No comment". All'alba i marines fanno jogging per le vie cittadine. Sembrano tori sbuffanti,
un corpo estraneo e surreale, diviso per gruppi, a volte una manciata di uomini,
a volte centinaia. I bianchi stanno coi bianchi, gli afroamericani con gli afroamericani.
Il gruppo di mezzo è misto, composto da soldati con origini orientali, o ispaniche.
Sono inavvicinabili, e non solo per via della loro minacciosa imponenza da culturisti.
Basta lo sguardo. Per tutto il pomeriggio quelli che dal villaggio militare, dove
abitano, procedevano a piedi verso la base (o viceversa), quelli che siamo riusciti
a contattare, ci hanno negato qualsiasi commento sulla situazione. "No comment",
ed entravano. Uscivano, e "no comment". Fuori dalla base c'è il mondo. La base
è casa.
Consegna del silenzio. Due di loro, incrociati in tarda serata quasi per caso, di rientro dall'Art Cafè,
dove i soldati Usa sono soliti far baldoria coi loro commilitoni, hanno acconsentito
a scambiare due chiacchiere. Ma solo - forse - perché pensavano di parlare con
un turista. I pochi commenti, e i molti 'no comment' strappati a bocca socchiusa
dagli energumeni in mimetica che nel pomeriggio facevano dentro e fuori la 'Ederle',
ci hanno permesso di giungere a due conclusioni: o questi ragazzi hanno poco da
dire perché rispettano rigorosamente la consegna del silenzio imposta loro dai
superiori, specialmente in un clima come quello di questi giorni, oppure hanno
poco da dire e basta. Peter e John, due nomi di fantasia, hanno diciannove e vent'anni.
Il primo è afroamericano, l'altro è ispanico. A vederli sembrano due ragazzi qualunque,
immigrati come tanti, in cerca di lavoro nel nostro paese. Ci assicuriamo che
non sappiano che parlano con un reporter. Se lo sapessero, probabilmente non si
sarebbero nemmeno fermati. Peter, l'afroamericano, ha parole di apprezzamento
per la città che lo ospita. "Adoro Vicenza e l'Italia", declama come se fosse
uno
dei poeti del Grand Tour che calavano sul Belpaese come nell'Eden in terra. Così
lui:
"Vorrei abitare qui, da civile, per qualche tempo, perché Vicenza è splendida.
Quando finirò il mio periodo alla base troverò una casa e mi fermerò qui qualche
anno". Forse è l'espressione sognante del suo volto di ventenne a farci credere
che sia sincero.
"I love Vicenza". Non
altrettanto abbiamo pensato quando, nel pomeriggio, gli armadi a muro
dalla pelle anglosassone e gli occhi cerulei che pedinavamo ansanti, ci
dicevano, lasciandoci qualche metro indietro: 'I love Vicenza, I love
Italy, I love italian food', digrignando i denti e diventando
immediatamente seri se la domanda era: 'Alcuni italiani non vi vogliono
qui. Cosa ne pensate della protesta?". 'No comment, no idea, don't know
what's happening". Ci si interroga se davvero non sappiano niente del
terremoto che ha colpito Vicenza nelle ultime settimane. Se così fosse,
questi soldati sarebbero un luogo comune incarnato, una parodia di se
stessi. Ma come? Vicenza è su tutti i giornali e telegiornali nazionali
e nella base non si sa ciò che accade fuori? Non si ha voce di ciò che
freme e ribolle al di fuori della cittadella blindata nella quale i
militari vivono? Terra di nessuno, terra di passaggio tra l'America e
le missioni alle quali sono destinati in Medio Oriente, la base è la
casa. Fuori, il mondo. E la guerra.
Il mondo dentro la base. La Base è area Setaf (Southern European Task Force), nel cui ambito opera la
173/a brigata paracadutisti Usa, il reparto impiegato in Iraq tre anni fa, e successivamente
in Afghanistan. Sono loro i Rambo che rincorriamo di giorno e che non commentano,
non parlano, non sorridono. Continuiamo a dare credito alla consegna del silenzio.
E torniamo a Peter, innamorato dell'Italia. "Vengo dal Texas, e i texani sono
un po' come gli italiani: gentili, disponibili". Quanto dura il vostro periodo
dentro la base? "Due o tre anni". Cosa c'è nella caserma Ederle? "Dentro? Esattamente
quello che c'è fuori. Cinema, spaccio, banca, barbiere". Mentre Peter conversa,
John, che ha un anno di meno e sembra più spaurito e assente, freme per tornare
alla base. La riservatezza è d'obbligo con chiunque, specie quando il discorso
vira sulle armi: "Che tipo di armamenti vengono maneggiati nella caserma?". La
domanda è talmente ingenua da essere quasi stupida. E infatti viene liquidata
con un: 'No comment on that'.
"Siamo qui per voi". Peter parla, John ascolta, sempre più impaziente.
"Parlando con la gente - dico io - i vicentini impegnati nella protesta mi hanno
detto che non odiano gli americani, ma le basi militari e la guerra". "La base
è proprio dentro la città - dice Peter - e io capisco le proteste della gente.
Lo capisco: questa è casa loro. Ma nello stesso tempo noi siamo qui per proteggerli.
Ripeto: le proteste sono legittime, e io non voglio che Vicenza o la sua gente
siano danneggiate in qualche modo dalla nostra presenza. I miei commilitoni pensano
la stessa cosa, amano la città. Ma noi siamo qui anche per la loro, per la vostra
sicurezza". Peter ha pronunciato l'ultima parola, e John già lo sta tirando per
la giacca. "Dobbiamo andare". Non ha sillabato per tutto il tempo. Mi chiedo se
sia insospettito da qualcosa. Se i loro nomi, che mi hanno detto, venissero rivelati,
rischierebbero grosso. Qui la military police ha mano pesante. Sono solo loro
ad avere giurisdizione sui militari Usa. Se sgarrano, stanno freschi. Chiedo a
Peter: "Sei mai stato in missione in Medio Oriente?". "No, io non ancora, ma John
sì, vero John?". John abbassa gli occhi, e sul volto si dipinge un'espressione
a metà tra il timido e l'impaurito. "Quanto?", faccio io. "Un anno". E' l'ultima
cosa che dice, mentre saluta formalmente e a passo svelto si incammina verso la
caserma. Un attimo e sono dentro, al sicuro. Dentro, nella loro dimensione. Fuori, una
città che si chiama Vicenza. Anonima terra di passaggio. Americani e vicentini,
qui lontani fisicamente solo qualche decina di metri, ma distanti anni luce riguardo
la visione del mondo, recuperano le forze per il nuovo giorno, mentre la nebbia
addormenta case e caserme.Luca Galassi