18/01/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La base e la città di Vicenza: due mondi vicini e distanti
Dal nostro inviato
 
Vicenza. Mentre ieri notte la contestazione cominciava ad affilare le sue armi nel presidio allestito all'esterno della pista del Dal Molin (dove dovrebbe sorgere la nuova struttura militare) gli ultimi militari Usa rientravano a casa, percorrendo una strada che si chiama "via della pace" e che porta alla 'vecchia' caserma Ederle, istituzione amata e odiata da ormai cinquant'anni.
 
militare Usa a Vicenza"No comment". All'alba i marines fanno jogging per le vie cittadine. Sembrano tori sbuffanti, un corpo estraneo e surreale, diviso per gruppi, a volte una manciata di uomini, a volte centinaia. I bianchi stanno coi bianchi, gli afroamericani con gli afroamericani. Il gruppo di mezzo è misto, composto da soldati con origini orientali, o ispaniche. Sono inavvicinabili, e non solo per via della loro minacciosa imponenza da culturisti. Basta lo sguardo. Per tutto il pomeriggio quelli che dal villaggio militare, dove abitano, procedevano a piedi verso la base (o viceversa), quelli che siamo riusciti a contattare, ci hanno negato qualsiasi commento sulla situazione. "No comment", ed entravano. Uscivano, e "no comment". Fuori dalla base c'è il mondo. La base è casa.
 
la protesta dei cittadini di VicenzaConsegna del silenzio. Due di loro, incrociati in tarda serata quasi per caso, di rientro dall'Art Cafè, dove i soldati Usa sono soliti far baldoria coi loro commilitoni, hanno acconsentito a scambiare due chiacchiere. Ma solo - forse - perché pensavano di parlare con un turista. I pochi commenti, e i molti 'no comment' strappati a bocca socchiusa dagli energumeni in mimetica che nel pomeriggio facevano dentro e fuori la 'Ederle', ci hanno permesso di giungere a due conclusioni: o questi ragazzi hanno poco da dire perché rispettano rigorosamente la consegna del silenzio imposta loro dai superiori, specialmente in un clima come quello di questi giorni, oppure  hanno poco da dire e basta. Peter e John, due nomi di fantasia, hanno diciannove e vent'anni. Il primo è afroamericano, l'altro è ispanico. A vederli sembrano due ragazzi qualunque, immigrati come tanti, in cerca di lavoro nel nostro paese. Ci assicuriamo che non sappiano che parlano con un reporter. Se lo sapessero, probabilmente non si sarebbero nemmeno fermati. Peter, l'afroamericano, ha parole di apprezzamento per la città che lo ospita. "Adoro Vicenza e l'Italia", declama come se fosse uno dei poeti del Grand Tour che calavano sul Belpaese come nell'Eden in terra. Così lui: "Vorrei abitare qui, da civile, per qualche tempo, perché Vicenza è splendida. Quando finirò il mio periodo alla base troverò una casa e mi fermerò qui qualche anno". Forse è l'espressione sognante del suo volto di ventenne a farci credere che sia sincero.
 
la protesta dei cittadini di Vicenza"I love Vicenza". Non altrettanto abbiamo pensato quando, nel pomeriggio, gli armadi a muro dalla pelle anglosassone e gli occhi cerulei che pedinavamo ansanti, ci dicevano, lasciandoci qualche metro indietro: 'I love Vicenza, I love Italy, I love italian food',  digrignando i denti e diventando immediatamente seri se la domanda era: 'Alcuni italiani non vi vogliono qui. Cosa ne pensate della protesta?". 'No comment, no idea, don't know what's happening". Ci si interroga se davvero non sappiano niente del terremoto che ha colpito Vicenza nelle ultime settimane. Se così fosse, questi soldati sarebbero un luogo comune incarnato, una parodia di se stessi. Ma come? Vicenza è su tutti i giornali e telegiornali nazionali e nella base non si sa ciò che accade fuori? Non si ha voce di ciò che freme e ribolle al di fuori della cittadella blindata nella quale i militari vivono? Terra di nessuno, terra di passaggio tra l'America e le missioni alle quali sono destinati in Medio Oriente, la base è la casa. Fuori, il mondo. E la guerra.
 
aerei della 173/a aviotrasportataIl mondo dentro la base. La Base è area Setaf (Southern European Task Force), nel cui ambito opera la 173/a brigata paracadutisti Usa, il reparto impiegato in Iraq tre anni fa, e successivamente in Afghanistan. Sono loro i Rambo che rincorriamo di giorno e che non commentano, non parlano, non sorridono. Continuiamo a dare credito alla consegna del silenzio. E torniamo a Peter, innamorato dell'Italia. "Vengo dal Texas, e i texani sono un po' come gli italiani: gentili, disponibili". Quanto dura il vostro periodo dentro la base? "Due o tre anni". Cosa c'è nella caserma Ederle? "Dentro? Esattamente quello che c'è fuori. Cinema, spaccio, banca, barbiere". Mentre Peter conversa, John, che ha un anno di meno e sembra più spaurito e assente, freme per tornare alla base. La riservatezza è d'obbligo con chiunque, specie quando il discorso vira sulle armi: "Che tipo di armamenti vengono maneggiati nella caserma?". La domanda è talmente ingenua da essere quasi stupida. E infatti viene liquidata con un: 'No comment on that'.
 
negozio a Vicenza"Siamo qui per voi". Peter parla, John ascolta, sempre più impaziente. "Parlando con la gente - dico io - i vicentini impegnati nella protesta mi hanno detto che non odiano gli americani, ma le basi militari e la guerra". "La base è proprio dentro la città - dice Peter - e io capisco le proteste della gente. Lo capisco: questa è casa loro. Ma nello stesso tempo noi siamo qui per proteggerli. Ripeto: le proteste sono legittime, e io non voglio che Vicenza o la sua gente siano danneggiate in qualche modo dalla nostra presenza. I miei commilitoni pensano la stessa cosa, amano la città. Ma noi siamo qui anche per la loro, per la vostra sicurezza". Peter ha pronunciato l'ultima parola, e John già lo sta tirando per la giacca. "Dobbiamo andare". Non ha sillabato per tutto il tempo. Mi chiedo se sia insospettito da qualcosa. Se i loro nomi, che mi hanno detto, venissero rivelati, rischierebbero grosso. Qui la military police ha mano pesante. Sono solo loro ad avere giurisdizione sui militari Usa. Se sgarrano, stanno freschi. Chiedo a Peter: "Sei mai stato in missione in Medio Oriente?". "No, io non ancora, ma John sì, vero John?". John abbassa gli occhi, e sul volto si dipinge un'espressione a metà tra il timido e l'impaurito. "Quanto?", faccio io. "Un anno". E' l'ultima cosa che dice, mentre saluta formalmente e a passo svelto si incammina verso la caserma. Un attimo e sono dentro, al sicuro. Dentro, nella loro dimensione. Fuori, una città che si chiama Vicenza. Anonima terra di passaggio. Americani e vicentini, qui lontani fisicamente solo qualche decina di metri, ma distanti anni luce riguardo la visione del mondo, recuperano le forze per il nuovo giorno, mentre la nebbia addormenta case e caserme.

Luca Galassi

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