La voce ufficiale parla di un “fantomatico” gruppo
criminale, fermato dalla polizia, durante una operazione che è poi degenerata
in sparatoria il 3 gennaio scorso.
Eppure per chi era qui è ha vissuto quei primi giorni
dell’anno, sembra impossibile credere che qualcuno si ostini ancora a parlare
di criminali comuni e schermaglie con la polizia.
Sussurri inquietanti. Le voci che indicavano gli
uomini fermati come gruppo terroristico hanno iniziato a circolare da subito
fra la popolazione, e le informazioni si arricchivano, man mano, di particolari
sfuggiti o carpiti alle forze dell’ordine. Finché il sentito dire si è
trasformato in una quasi certezza e gli
imbarazzanti tentativi del governo tunisino di coprire i fatti sempre più in una “farsa”. Tant’è che a
livello interno ormai tutta la stampa avalla la teoria del terrorismo,
contrariamente a quanto ancora viene comunicato all’esterno.
Un numero imprecisato di morti (12 secondo alcune fonti, ma
in realtà sembrerebbero di più), un numero ancora più alto di arrestati e uno
scenario che per una decina di giorni ha trasformato Tunisi e il suo hinterland
in zona di guerra.
Secondo voci raccolte da alcuni militari (che ovviamente
preferiscono rimanere anonimi) sono state schierate nella zona che va da Tunisi
ad Hammamet 4mila uomini, fra forze di polizia e militari.
Nella capitale per alcuni giorni c’erano posti di blocco
dovunque, mentre nei villaggi subito fuori dalla città il coprifuoco auto
imposto dalla popolazione scattava già alle 6 del pomeriggio.
Tolleranza zero. L’ordine, a quanto pare, era di
sparare a vista a qualsiasi sospettato (anche questa è una semiammissione dei
militari). Quello che si sa del gruppo di terroristi è che si trattava di
ragazzi fra i 18 e i 25 anni, di varie nazionalità (a quanto pare algerini,
mauritiani e ovviamente tunisini), provenienti da un campo di addestramento in
Algeria e al lavoro sul suolo tunisino da parecchi mesi. La polizia li seguiva
da un po’, tentando di capire quali potessero essere le azioni che stavano
preparando. Si è parlato di attentati nella zona turistica di Hammamet , mentre
altri sostengono che le loro azioni sarebbero state indirizzate contro edifici
governativi. Quest’ultima voce forse per dare credito alla teoria che i ragazzi
fossero appoggiati dall’opposizione islamica al presidente Ben Alì. In effetti
fra i “mandanti” delle operazioni si fanno i nomi
di pezzi da novanta della scena politica presente e passata. Uno dei militari
con i quali ho parlato, nei primi giorni
dell’anno, era stato inviato nelle montagne intorno a Tunisi, dove sembrava si
nascondessero alcuni del gruppo sfuggiti agli arresti del 3 gennaio. “Dopo
alcuni giorni di ricerche, ne abbiamo trovati due, due ragazzini armati e in
possesso di esplosivi che ancora dopo l’arresto continuavano a inneggiare alla
loro causa e a fare proclami deliranti”, racconta il militare tunisino. “Ci
siamo andati pesanti, lo ammetto, li abbiamo malmenati, anche io l’ho fatto. Ma
sentivo una rabbia incredibile, mista allo stupore, fino da quando avevo saputo
la prima volta quello che stava succedendo. Mi sembrava impossibile che queste
cose stessero succedendo anche qui da noi e mi faceva rabbia vedere che si
trattava di ragazzini, dell’età dei miei figli. Immaginavo cosa avrebbero
potuto fare al nostro paese. Pensavo a chi delle persone che conosco, dei miei
amici, dei miei cari avrebbe potuto trovarsi nel posto sbagliato al momento
sbagliato. E avevo la consapevolezza che, per quanto potessimo impegnarci,
poteva sempre sfuggirci qualcosa, come ci era sfuggita questa serpe cresciuta
nelle nostre montagne”.
Ombre sul futuro. La rabbia e la frustrazione della
gente comune è la rabbia e la frustrazione del governo stesso, che traspare
anche dalla volontà di fare piazza pulita, di non avere scrupoli, di sparare a
vista col rischio di colpire degli innocenti ( e sono sempre più ricorrenti le
voci secondo cui alcuni cittadini siano morti colpiti per sbaglio dalle forze
dell’ordine), ma comunque di estirpare definitivamente questo pericolo.
La Tunisia è sempre stata una zona di confine, proiettata
verso l’occidente e additata da più parti come la pecora nera del mondo
musulmano. Sa che nessuno, nè dall’Europa, nè dai paesi arabi, verrebbe in
soccorso di un paese che aspira a essere un paese democratico, ma non lo è
ancora, che vuole affrancarsi dall’Islam fondamentalista, ma non ne ha la
forza, che cresce economicamente, ma che può precipitare nel caos in pochissimo
tempo.
Sa che la comprensione non potrebbe venire da nessuna parte,
ecco perché vuole risolvere tutto in fretta e in silenzio. Sa che una volta
avviata la caccia alle streghe dei paesi occidentali, diventerebbe un terreno
di scontri, che l’equilibrio sociale precario non reggerebbe, che l’opposizione
estremista acquisterebbe forza dagli errori del governo, si alimenterebbe dei
suoi tentennamenti. Il fondamentalismo si sta insinuando in un paese musulmano
che negli ultimi anni ne sembrava immune, che aveva intrapreso la strada della
modernizzazione …è questo più che altro che dovrebbe far riflettere l’opinione
pubblica mondiale.
La speranza è che le voci ufficiali che definiscono ‘isolato’ l’episodio
siano vere. Si torna alla normalità, i posti di blocco non ci sono più, ancora
si cerca qualcuno , ma tutti continuano a ripetersi: “E’finita, non è stato niente”, tentando di
convincersene.
Ahmed L.