18/01/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Un reportage racconta la retata della polizia contro una cellula islamista
La voce ufficiale parla di un “fantomatico” gruppo criminale, fermato dalla polizia, durante una operazione che è poi degenerata in sparatoria il 3 gennaio scorso.
Eppure per chi era qui è ha vissuto quei primi giorni dell’anno, sembra impossibile credere che qualcuno si ostini ancora a parlare di criminali comuni e schermaglie con la polizia.
 
la polizia tunisina attorno a un edificio governativoSussurri inquietanti. Le voci che indicavano gli uomini fermati come gruppo terroristico hanno iniziato a circolare da subito fra la popolazione, e le informazioni si arricchivano, man mano, di particolari sfuggiti o carpiti alle forze dell’ordine. Finché il sentito dire si è trasformato in  una quasi certezza e gli imbarazzanti tentativi del governo tunisino di coprire i fatti  sempre più in una “farsa”. Tant’è che a livello interno ormai tutta la stampa avalla la teoria del terrorismo, contrariamente a quanto ancora viene comunicato all’esterno.
Un numero imprecisato di morti (12 secondo alcune fonti, ma in realtà sembrerebbero di più), un numero ancora più alto di arrestati e uno scenario che per una decina di giorni ha trasformato Tunisi e il suo hinterland in zona di guerra.
Secondo voci raccolte da alcuni militari (che ovviamente preferiscono rimanere anonimi) sono state schierate nella zona che va da Tunisi ad Hammamet 4mila uomini, fra forze di polizia e militari.
Nella capitale per alcuni giorni c’erano posti di blocco dovunque, mentre nei villaggi subito fuori dalla città il coprifuoco auto imposto dalla popolazione scattava già alle 6 del pomeriggio.
 
il presidente tunisiano ben alìTolleranza zero. L’ordine, a quanto pare, era di sparare a vista a qualsiasi sospettato (anche questa è una semiammissione dei militari). Quello che si sa del gruppo di terroristi è che si trattava di ragazzi fra i 18 e i 25 anni, di varie nazionalità (a quanto pare algerini, mauritiani e ovviamente tunisini), provenienti da un campo di addestramento in Algeria e al lavoro sul suolo tunisino da parecchi mesi. La polizia li seguiva da un po’, tentando di capire quali potessero essere le azioni che stavano preparando. Si è parlato di attentati nella zona turistica di Hammamet , mentre altri sostengono che le loro azioni sarebbero state indirizzate contro edifici governativi. Quest’ultima voce forse per dare credito alla teoria che i ragazzi fossero appoggiati dall’opposizione islamica al presidente Ben Alì. In effetti fra i “mandanti” delle operazioni si fanno i nomi di pezzi da novanta della scena politica presente e passata. Uno dei militari con i quali ho parlato, nei primi giorni dell’anno, era stato inviato nelle montagne intorno a Tunisi, dove sembrava si nascondessero alcuni del gruppo sfuggiti agli arresti del 3 gennaio. “Dopo alcuni giorni di ricerche, ne abbiamo trovati due, due ragazzini armati e in possesso di esplosivi che ancora dopo l’arresto continuavano a inneggiare alla loro causa e a fare proclami deliranti”, racconta il militare tunisino. “Ci siamo andati pesanti, lo ammetto, li abbiamo malmenati, anche io l’ho fatto. Ma sentivo una rabbia incredibile, mista allo stupore, fino da quando avevo saputo la prima volta quello che stava succedendo. Mi sembrava impossibile che queste cose stessero succedendo anche qui da noi e mi faceva rabbia vedere che si trattava di ragazzini, dell’età dei miei figli. Immaginavo cosa avrebbero potuto fare al nostro paese. Pensavo a chi delle persone che conosco, dei miei amici, dei miei cari avrebbe potuto trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. E avevo la consapevolezza che, per quanto potessimo impegnarci, poteva sempre sfuggirci qualcosa, come ci era sfuggita questa serpe cresciuta nelle nostre montagne”.
 
una jeep della polizia tunisinaOmbre sul futuro. La rabbia e la frustrazione della gente comune è la rabbia e la frustrazione del governo stesso, che traspare anche dalla volontà di fare piazza pulita, di non avere scrupoli, di sparare a vista col rischio di colpire degli innocenti ( e sono sempre più ricorrenti le voci secondo cui alcuni cittadini siano morti colpiti per sbaglio dalle forze dell’ordine), ma comunque di estirpare definitivamente questo pericolo.
La Tunisia è sempre stata una zona di confine, proiettata verso l’occidente e additata da più parti come la pecora nera del mondo musulmano. Sa che nessuno, nè dall’Europa, nè dai paesi arabi, verrebbe in soccorso di un paese che aspira a essere un paese democratico, ma non lo è ancora, che vuole affrancarsi dall’Islam fondamentalista, ma non ne ha la forza, che cresce economicamente, ma che può precipitare nel caos in pochissimo tempo.
Sa che la comprensione non potrebbe venire da nessuna parte, ecco perché vuole risolvere tutto in fretta e in silenzio. Sa che una volta avviata la caccia alle streghe dei paesi occidentali, diventerebbe un terreno di scontri, che l’equilibrio sociale precario non reggerebbe, che l’opposizione estremista acquisterebbe forza dagli errori del governo, si alimenterebbe dei suoi tentennamenti. Il fondamentalismo si sta insinuando in un paese musulmano che negli ultimi anni ne sembrava immune, che aveva intrapreso la strada della modernizzazione …è questo più che altro che dovrebbe far riflettere l’opinione pubblica mondiale.
La speranza è che le voci ufficiali che definiscono ‘isolato’ l’episodio siano vere. Si torna alla normalità, i posti di blocco non ci sono più, ancora si cerca qualcuno , ma tutti continuano a ripetersi: “E’finita,  non è stato niente”, tentando di convincersene. 
 
Ahmed L. 
Parole chiave: tunisia, tunisi, ben ali, hammamet, scontri tunisia
Categoria: Politica, Popoli
Luogo: Tunisia