16/01/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Autobombe all'università della capitale, oltre 80 morti
L’odio settario che infiamma le strade dell’Iraq in questo periodo è più acceso che mai. Oggi le Nazioni Unite hanno divulgato una nuova statistica, secondo cui, nel corso del 2006, le vittime civili del conflitto sono state 34.452, mentre altre 36 mila sono le persone rimaste ferite. Dall’inizio di gennaio le persone che hanno perso la vita in Iraq sono state almeno 729, e oggi ci sono già più di 85 vittime in tre attentati, il più grave dei quali davanti all’università della capitale, dove due autobombe hanno ucciso oltre 65 studenti.
 
Autobambe esplose davanti all'università Recentemente il presidente Bush ha annunciato un cambio di strategia per riprendere il controllo del Paese, ma i primi risultati sono a dir poco scoraggianti. La novità più tangibile consiste nel prossimo invio di 21 mila soldati in più per aiutare l’esercito iracheno a fronteggiare le milizie che, sempre più numerose, compiono quotidiani massacri di civili. Gran parte di quelle truppe verranno schierate a Baghdad, dove le comunità sunnita e sciita vivono fianco a fianco e dove, nonostante le continue operazioni di sicurezza, le violenze hanno raggiunto ormai livelli apocalittici. Il premier al Maliki ha dovuto promettere che si impegnerà a smantellare le milizie, anche quelle legate all’Iran e al religioso di Najaf, Moqtada Al Sadr, ma per farlo non può contare sui soldati sciiti, quindi ha annunciato che per le strade della capitale verranno schierati anche 3600 soldati peshmerga di origine curda, che sono sunniti e acerrimi nemici delle milizie sciite. La notizia ha suscitato sgomento tra la popolazione di Baghdad, che teme che anche la lotta dell’esercito nazionale contro i cosiddetti insorti assuma carattere confessionale. Non solo, la popolazione curda della capitale teme di essere coinvolta nel circolo di violenze e vendette tra sciiti e sunniti, che finora li aveva risparmiati. In questo contesto si inserisce anche l’ondata di attacchi orchestrati dalla componente sunnita, decisa a vendicare la frettolose e spettacolarizzate uccisioni di Saddam Hussein e dei suoi più stretti collaboratori. Mentre le milizie sunnite legate al disciolto partito Baath compiono attentati contro la popolazione civile, il presidente iracheno Talabani si trova a Damasco, in Siria, dove pare incontrerà esponenti iracheni del Baath in esilio, per tentare di coinvolgerli nella pacificazione del Paese, mettendoli contro i fedelissimi di Saddam. All’indomani dell’uccisione dell’ex dittatore si sono moltiplicate le voci secondo cui proprio quegli oppositori in esilio avrebbero dato l’assenso all’esecuzione, in cambio della rinuncia alle leggi contro la presenza di Baathisti in parlamento. Se la mossa di Talabani avesse successo, potrebbe profilarsi uno scontro tra costoro e le milizie baathiste nel Paese, che sono ora guidate dal suo ex vice, Al Dhouri. La domanda nasce spontanea e inquietante: ma davvero si può riportare la pace in un paese nel mezzo di una guerra civile aumentando il numero delle persone armate e mettendole le une contro le altre?

Naoki Tomasini

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