17/01/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



I ribelli ricusano il mediatore, sempre più a rischio i colloqui di pace tra governo e Lra
La speranza della fine della guerra in nord Uganda, durata sei mesi, sta svanendo. Nell’ultima settimana, il deteriorarsi dei rapporti tra governo, ribelli del Lord’s Resistance Army e mediatori sudanesi ha fatto precipitare la situazione. Il Lra ricusa il vicepresidente del sud Sudan, Riek Machar, come mediatore, minaccia di lasciare i campi di raccolta nel Sudan meridionale (dove parte dei ribelli si sono raggruppati in vista del disarmo, secondo la tregua firmata ad agosto) e di fare ritorno in Uganda, l’esercito risponde che il gesto verrebbe visto come un atto di guerra.
 
Un gruppo di uomini del LraTrattative. “Innanzitutto, c’è da precisare che il comando non ha preso ancora una decisione ufficiale – precisa a PeaceReporter Obonyo Olweny, portavoce del Lra –. Quella del ritorno in Uganda è solo una delle opzioni, ma non percepiamo più come neutrale l’atteggiamento del governo sudanese. Di conseguenza, se non otterremo un altro mediatore, non riprenderemo i colloqui di pace e lasceremo il Paese”. Una brutta gatta da pelare per Joaquim Chissano, ex-presidente mozambicano e nuovo rappresentante speciale dell’Onu per l’Uganda. La scorsa settimana, il Lra ha chiesto al Kenya e al Sudafrica di prendere in mano le trattative, a séguito delle dichiarazioni della presidenza sudanese che definiva i ribelli “non più graditi” chiedendo loro, in caso di fallimento dei colloqui, di lasciare il Sudan meridionale dove il Lra ha le sue basi. La mossa di Khartoum, mirante a dare una scossa a una trattativa in stallo da qualche settimana, ha dunque sortito l’effetto contrario. “La verità è che il Lra è diventato indipendente dal Sudan, che un tempo ci appoggiava – continua Olweny – e questo a Khartoum non piace. Le loro dichiarazioni dimostrano che non siamo pupazzi nelle loro mani come si crede”.
 
Joaquim ChissanoMinacce. Dall’altra parte, il governo ugandese tiene la posizione: da Kampala fanno sapere di non avere intenzione di cambiare la sede dei colloqui, fissata fin dall’inizio a Juba, nel Sudan meridionale. Meno che mai l’esercito sarebbe disposto a vedere i ribelli tornare nel nord. “Qualsiasi loro movimento in territorio ugandese sarà visto come un atto ostile - conferma a PeaceReporter il maggiore dell’esercito, Felix Kulayigye – anche perché i luoghi di raccolta sono stati scelti assieme al Lra. Perché ora vogliono tornare in Uganda? Sarebbe una contraddizione. Abbiamo il dovere di proteggere i civili, per questo suggeriamo ai ribelli di rimanere dove sono”. Nemmeno la garanzia di non riprendere gli scontri, data nei giorni scorsi dal Lra, è sufficiente. “Il Lra continua ad attaccare civili in Sudan – prosegue Kulayigye – che garanzia abbiamo che non lo facciano anche in Uganda?”. Di tutt’altro tono la posizione di Olweny, che accusa l’esercito “di aver impedito, a causa dei continui attacchi, la raccolta dei nostri uomini nei campi in Sudan. Per questo stiamo valutando la possibilità di tornare indietro, ben consci che ciò significherebbe una ripresa del conflitto”.
 
Speranza. Una pessima notizia soprattutto per le centinaia di migliaia di sfollati che, nei mesi scorsi, hanno fatto ritorno alle proprie case. Nonostante i colloqui non siano ancora falliti e ci sia un margine di manovra, la situazione è molto delicata. “La guerra in Uganda ha portato tanta distruzione – ammette Olweny – e una sua ripresa sarebbe disastrosa per la popolazione, specialmente per i 3 milioni di persone che il governo ha ammassato in maniera irresponsabile nei campi profughi. Ma non accettiamo di essere additati come gli unici responsabili della situazione”. E mentre i mediatori sudanesi tentano di smorzare i toni facendo appello alle parti, Chissano è da ieri a Juba per tentare di salvare il salvabile. Non è ancora troppo tardi. 

Matteo Fagotto

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