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Trattative. “Innanzitutto,
c’è da precisare che il comando non ha preso ancora una decisione ufficiale –
precisa a PeaceReporter Obonyo Olweny,
portavoce del Lra –. Quella del
ritorno in Uganda è solo una delle opzioni, ma non percepiamo più come neutrale
l’atteggiamento del governo sudanese. Di conseguenza, se non otterremo un altro
mediatore, non riprenderemo i colloqui di pace e lasceremo il Paese”. Una
brutta gatta da pelare per Joaquim Chissano, ex-presidente mozambicano e nuovo
rappresentante speciale dell’Onu per l’Uganda. La scorsa settimana, il Lra ha chiesto al Kenya e al Sudafrica
di prendere in mano le trattative, a séguito delle dichiarazioni della
presidenza sudanese che definiva i ribelli “non più graditi” chiedendo loro, in
caso di fallimento dei colloqui, di lasciare il Sudan meridionale dove il Lra ha le sue basi. La mossa di
Khartoum, mirante a dare una scossa a una trattativa in stallo da qualche
settimana, ha dunque sortito l’effetto contrario. “La verità è che il Lra è diventato indipendente dal Sudan,
che un tempo ci appoggiava – continua Olweny – e questo a Khartoum non piace.
Le loro dichiarazioni dimostrano che non siamo pupazzi nelle loro mani come si
crede”.
Minacce. Dall’altra
parte, il governo ugandese tiene la posizione: da Kampala fanno sapere di non
avere intenzione di cambiare la sede dei colloqui, fissata fin dall’inizio a
Juba, nel Sudan meridionale. Meno che mai l’esercito sarebbe disposto a vedere
i ribelli tornare nel nord. “Qualsiasi loro movimento in territorio ugandese
sarà visto come un atto ostile - conferma a PeaceReporter
il maggiore dell’esercito, Felix Kulayigye – anche perché i luoghi di raccolta
sono stati scelti assieme al Lra.
Perché ora vogliono tornare in Uganda? Sarebbe una contraddizione. Abbiamo il
dovere di proteggere i civili, per questo suggeriamo ai ribelli di rimanere dove
sono”. Nemmeno la garanzia di non riprendere gli scontri, data nei giorni
scorsi dal Lra, è sufficiente. “Il Lra continua ad attaccare civili in
Sudan – prosegue Kulayigye – che garanzia abbiamo che non lo facciano anche in
Uganda?”. Di tutt’altro tono la posizione di Olweny, che accusa l’esercito “di
aver impedito, a causa dei continui attacchi, la raccolta dei nostri uomini nei
campi in Sudan. Per questo stiamo valutando la possibilità di tornare indietro,
ben consci che ciò significherebbe una ripresa del conflitto”.Matteo Fagotto