15/01/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Continuano gli scontri tra etiopi e miliziani, la popolazione vive nel terrore
Attacchi miliziani alle truppe somalo-etiopi, chiusura di radio, morti civili. A più di due settimane dalla fuga da Mogadiscio delle Corti islamiche, in città regna ancora l’instabilità. “Ieri notte una bomba è esplosa vicino a casa mia, la popolazione vive nel terrore – riferisce a PeaceReporter lo scrittore Mohammed Abdinoor – e per di più è stata imposta la legge marziale. La gente è stanca, ma non può opporsi alla forza delle armi”. Per far fronte all’instabilità, l’Unione Africana sta tentando di allestire una forza di pace di almeno 8 mila uomini da inviare in Somalia. Basteranno per far tornare l’ordine in una città che precipita nella guerra civile?
 
Truppe etiopi nei pressi del porto di MogadiscioScontri. Quella di domenica è stata un’altra nottata di passione per la capitale somala. “Un convoglio militare etiope è stato attaccato, almeno 5 persone sono morte e i combattimenti si sono protratti per almeno mezz’ora – riferisce a PeaceReporter il giornalista Abukar Albadri – mentre nella mattinata di lunedì ci sono stati combattimenti meno intensi, ma più lunghi, nelle zone settentrionali della città”. Le truppe somalo-etiopi stanno setacciando i quartieri nord a caccia di armi, visto che il programma di disarmo volontario varato dal governo due settimane fa non ha portato i risultati sperati. “La gente ha paura dell’instabilità e si è abituata, in questi 15 anni, a difendersi da sola. Per questo nessuno si fida a consegnare le armi – continua Albadri – anche perché finora il governo ha lanciato queste operazioni solo nelle zone colpite dagli scontri. Servirebbe invece un piano per tutta la città”.
 
Legge marziale. Per tentare di controllare la situazione, il governo ha imposto tre mesi di legge marziale. Ciò significa vietare le manifestazioni (quelle anti-etiopi si erano intensificate negli ultimi giorni) e dare un giro di vite alla libertà di stampa, come dimostra la chiusura, avvenuta ieri e revocata oggi, di tre radio e dell’ufficio dell’emittente tv al-Jazeera, come riferito a PeaceReporter dal giornalista Sahal Abdulle. “Un pessimo segno per la democrazia – incalza Abdinoor – soprattutto in un momento in cui il governo dovrebbe guadagnarsi la fiducia della gente”.
La popolazione resta in casa e anche i signori della guerra, un tempo i veri padroni della città, mantengono un profilo insolitamente basso. “Molti di loro hanno ormai poco potere – rivela Albadri – anche se conservano il controllo delle proprie milizie perché l’accordo sul loro smantellamento, raggiunto la scorsa settimana, non è ancora entrato in vigore”.
 
Un vicolo di MogadiscioPeacekeepers. L’Unione Africana sta tentando di far fronte alla questione somala. In teoria, almeno sei stati avrebbero dato il loro assenso all’invio di truppe; in pratica, solo l’Uganda ha messo a disposizione un battaglione di 1.500 uomini, che dovranno però prima ricevere l’ok del Parlamento. Difficilmente quindi i berretti verdi potranno essere dispiegati a breve in Somalia, e ciò significa che le truppe etiopi potrebbero rimanere a lungo. “Anche se arrivassero, è molto improbabile che riescano a stabilizzare la situazione – conclude Albadri – perché non è stato avviato nessun processo politico di riconciliazione tra le parti. Le Corti sono ormai scomparse, sparpagliandosi nelle foreste del sud, e ciò non agevola il raggiungimento di un accordo”.
Proprio nel sud continuano i raid terrestri e aerei delle truppe etiopi, che ieri hanno conquistato Ras Kamboni, l’ultima roccaforte degli islamici. Gli attacchi della scorsa settimana, ad opera di bombardieri statunitensi ed etiopi, avrebbero provocato secondo l’ong Oxfam almeno 70 morti. Un bilancio smentito dal governo, anche se Abdinoor rivela che “fonti locali parlano di 200 persone uccise. Una carneficina che non ha prodotto alcun risultato, se non aumentare le sofferenze che dobbiamo sopportare ormai da 16 anni”.
 

Matteo Fagotto

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