Attacchi miliziani alle truppe
somalo-etiopi, chiusura di radio, morti civili. A più di due settimane dalla
fuga da Mogadiscio delle Corti islamiche, in città regna ancora l’instabilità.
“Ieri notte una bomba è esplosa vicino a casa mia, la popolazione vive nel
terrore – riferisce a PeaceReporter
lo scrittore Mohammed Abdinoor – e per di più è stata imposta la legge marziale.
La gente è stanca, ma non può opporsi alla forza delle armi”. Per far fronte
all’instabilità, l’Unione Africana sta tentando di allestire una forza di pace
di almeno 8 mila uomini da inviare in Somalia. Basteranno per far tornare
l’ordine in una città che precipita nella guerra civile?
Scontri. Quella di domenica è stata un’altra nottata di passione
per la capitale somala. “Un convoglio militare etiope è stato attaccato, almeno
5 persone sono morte e i combattimenti si sono protratti per almeno mezz’ora –
riferisce a
PeaceReporter il
giornalista Abukar Albadri – mentre nella mattinata di lunedì ci sono stati
combattimenti meno intensi, ma più lunghi, nelle zone settentrionali della
città”. Le truppe somalo-etiopi stanno setacciando i quartieri nord a caccia di
armi, visto che il programma di disarmo volontario varato dal governo due
settimane fa non ha portato i risultati sperati. “La gente ha paura
dell’instabilità e si è abituata, in questi 15 anni, a difendersi da sola. Per
questo nessuno si fida a consegnare le armi – continua Albadri – anche perché
finora il governo ha lanciato queste operazioni solo nelle zone colpite dagli
scontri. Servirebbe invece un piano per tutta la città”.
Legge marziale. Per tentare di controllare la situazione, il
governo ha imposto tre mesi di legge marziale. Ciò significa vietare le
manifestazioni (quelle anti-etiopi si erano intensificate negli ultimi giorni)
e dare un giro di vite alla libertà di stampa, come dimostra la chiusura,
avvenuta ieri e revocata oggi, di tre radio e dell’ufficio
dell’emittente tv al-Jazeera, come
riferito a PeaceReporter dal
giornalista Sahal Abdulle. “Un pessimo segno per la democrazia – incalza
Abdinoor – soprattutto in un momento in cui il governo dovrebbe guadagnarsi la
fiducia della gente”.
La popolazione resta in casa e
anche i signori della guerra, un tempo i veri padroni della città, mantengono
un profilo insolitamente basso. “Molti di loro hanno ormai poco potere – rivela
Albadri – anche se conservano il controllo delle proprie milizie perché l’accordo
sul loro smantellamento, raggiunto la scorsa settimana, non è ancora entrato in
vigore”.
Peacekeepers. L’Unione
Africana sta tentando di far fronte alla questione somala. In teoria, almeno
sei stati avrebbero dato il loro assenso all’invio di truppe; in pratica, solo
l’Uganda ha messo a disposizione un battaglione di 1.500 uomini, che dovranno
però prima ricevere l’ok del Parlamento. Difficilmente quindi i berretti verdi
potranno essere dispiegati a breve in Somalia, e ciò significa che le truppe
etiopi potrebbero rimanere a lungo. “Anche se arrivassero, è molto improbabile
che riescano a stabilizzare la situazione – conclude Albadri – perché non è
stato avviato nessun processo politico di riconciliazione tra le parti. Le
Corti sono ormai scomparse, sparpagliandosi nelle foreste del sud, e ciò non
agevola il raggiungimento di un accordo”.
Proprio nel sud continuano i raid
terrestri e aerei delle truppe etiopi, che ieri hanno conquistato Ras Kamboni,
l’ultima roccaforte degli islamici. Gli attacchi della scorsa settimana, ad
opera di bombardieri statunitensi ed etiopi, avrebbero provocato secondo l’ong
Oxfam almeno 70 morti. Un bilancio
smentito dal governo, anche se Abdinoor rivela che “fonti locali parlano di 200
persone uccise. Una carneficina che non ha prodotto alcun risultato, se non
aumentare le sofferenze che dobbiamo sopportare ormai da 16 anni”.