17/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Aumenta sempre più la pressione sul Paese di Assad
ritratto di assadIeri, 16 marzo 2004, ricorreva il sedicesimo anniversario della strage di Halabja, nel Kurdistan iracheno. Le truppe di Saddam Hussein, facendo largo uso di agenti chimici, massacrarono cinquemila curdi. Le immagini di uomini, donne e bambini morti in mezzo alla strada fecero il giro del mondo. Ogni anno, da allora, i curdi commemorano quel giorno. Anche ieri erano previste manifestazioni organizzate dai curdi della diaspora in tutto il mondo, quindi anche in Siria.
 
La tensione per gli scontri scoppiati venerdì a Qameshli, nel nord-est del Paese, al confine con la Turchia, è ancora altissima e la manifestazione è degenerata in scontri violenti.
Fonti curde sostengono che la polizia ha aperto il fuoco sui manifestanti uccidendone quattro ad Aleppo e tre ad Afrin. Il governo smentisce categoricamente e conferma la morte di due persone per non meglio specificati scontri tribali tra elementi arabi e curdi.
 
Il week-end precedente era stato segnato da violente proteste dei curdi che accusavano Damasco di aver permesso, se non favorito, l’attacco di milizie arabe alla comunità curda di Qameshli in occasione di una partita di calcio del campionato siriano di prima divisione.
Le cifre delle vittime sono assolutamente incontrollabili, anche perché la zona è stata totalmente isolata, con fonti curde che denunciano centinaia di vittime e di arresti indiscriminati.
 
“Responsabili diei disordini di questi giorni”, dichiarava ieri la televisione di Stato siriana, “sono personaggi stranieri che si infiltrano per commettere atti sovversivi.” Mentre sullo sfondo scorrono immagini di una folla festosa che incita il Presidente Bashar al-Assad, il canale televisivo rilancia la tesi che il governo siriano ha sposato fin da venerdì:”La minoranza curda non rappresenta un problema, sono fidati cittadini siriani, come tutti gli altri, trattati alla pari. Non avrebbero nessun motivo di causare incidenti. Qualcuno dall’esterno si è infiltrato per destabilizzare il governo legittimo dio Damasco.” La situazione però non appare così rosea, visto che il governo, a comandare le operazioni militari e il coprifuoco proclamato a Qameshli da venerdì sera, è stato inviato il colonnello Maher al-Assad, fratello del Presidente che ha sottolineato come “tutte le offese alla bandiera siriana e alle strutture governative saranno punite duramente.”
 
I rapporti tra il governo di Damasco e i due milioni di curdi che vivono in Siria, al contrario di quello che sostengono gli organi ufficiali d’informazione in Siria, non sono mai stati idilliaci. Scontri violenti con morti e feriti tra curdi e polizia nel marzo 1986, arresti di massa nell’ottobre 1992 ad una manifestazione curda per il trentennale della perdita della cittadinanza siriana per molti curdi e ancora scontri violenti quando le autorità siriane vietarono una festività religiosa curda nel 1995.
L’avvocato Anwar Bunni, portavoce della Human Rights Association of Syria, sostenuto da Amnesty International, denuncia abusi e arresti indiscriminati.
 
Damasco ha annunciato l’istituzione di una commissione d’inchiesta per accertare la dinamica dei fatti di venerdì, ma la comunità curda non vuole rassegnarsi alla normalizzazione che il governo impone alla provincia di al-Hassaka, densamente abitata da curdi e quelli della diaspora li sostengono.
Domenica , a Bruxelles, trenta manifestanti si sono introdotti nel giardino dell’ambasciata siriana in Belgio, sostituendo la bandiera della Siria con quella curda.
Ieri a Ginevra venti curdi hanno manifestato pacificamente davanti al consolato della Siria, mentre cinquecento persone a Berlino sfilavano in corteo dalla Porta di Brandeburgo fino alle ambasciate di Stati Uniti e Gran Bretagna, chiedendo loro un intervento.
Domenica una manifestazione si è tenuta anche a Istambul, dove un corteo è partito dall’università per raggiungere piazza Beyazit, è stata dispersa dalla polizia turca con uso di lacrimogeni. Il ruolo della Turchia non è secondario in questa vicenda. A gennaio 2004, per la prima volta nella storia, il capo di stato siriano si è recato in visita ufficiale ad Ankara. I due Paesi, tradizionalmente nemici (a causa dei contrasti sullo sfruttamento delle acque dell’Eufrate e la provincia turca dell’Hatay a maggioranza araba), hanno avuto un fortissimo avvicinamento dopo la guerra in Iraq, tormentati entrambi dall’eventualità di un Kurdistan iracheno autonomo e in grado di attivare un moto di attrazione verso le comunità curde in Siria e Turchia.
Subito le autorità siriane avevano sostenuto che di un semplice scontro tribale si era fatto “un caso politico, con chiaro intento destabilizzante. Un attacco esterno sul governo della Siria.”
 
Il riferimento è chiaramente agli Stati Uniti. Secondo il quotidiano israeliano Ha’aretz, ieri, una task force di osservatoti statunitensi avrebbe oltrepassato il confine tra l’Iraq e la Siria a bordo di due elicotteri per sincerarsi di persona della situazione a Qameshli.
Tutti si sono affrettati a smentire, ma non è un mistero che Bashar al-Assad senta il fiato di Washington sul collo. Un’armata statunitense è a poche ore dai confini siriani e i rapporti tra i due Paesi non sono mai stati così freddi. Adam Early, del Dipartimento di Stato Usa, ha dichiarato ieri che “ gli Stati Uniti chiedono alla Siria di rispettare le minoranze e di astenersi da politiche repressive nei loro confronti.”
La Siria è sulla lista degli Stati che sostengono il terrorismo dal lontano 1979, ma dopo l’11 settembre è entrata in quella degli Stati canaglia, quindi a rischio di guerra preventiva.
 
“Molto presto gli Stati Uniti inaspriranno lo loro sanzioni alla Siria”, ha dichiarato William Burns, sottosegretario di Stato per gli affari mediorientali degli Usa, riferendosi al Syrian Accountability Act votato a larga maggioranza a dicembre 2004 da Congresso e Senato degli Stati Uniti.
Il testo della legge intima al governo di Damasco di ritirare le truppe dal Libano, di sospendere il supporto logistico e finanziario a gruppi terroristici e di rendere noti i dati riguardanti l’arsenale di armi chimiche e batteriologiche che la Siria, secondo gli Stati Uniti, possiede e commercia. Sembra di leggere le accuse mosse a Saddam prima dell’attacco all’Iraq.
 
Per il momento sono previste solo sanzioni commerciali, politiche ed economiche, ma le parole di Burns non sono di buon auspicio per Bashar al-Assad e il veto posto dagli Stati Uniti sulla risoluzione dell’Onu che condannava il raid israeliano del 5 ottobre scorso in territorio siriano, in rappresaglia all’attentato di Haifa, ha chiaramente voluto essere un monito a Damasco.
Per la Siria il contrasto con i curdi, fedeli alleati di Washington, fa parte di questa strategia di pressione degli Stati Uniti che dovrebbe portare alla caduta del governo di al-Assad.
Pressione che si sviluppa anche dall’interno. Oggi, infatti, verrà consegnata a Bashar al-Assad un petizione di intellettuali siriani che chiedono tutta una serie di riforme politiche.
La battaglia del Comitato per la Difesa delle Libertà fondamentali e dei Diritti Umani, network di attivisti siriani, è cominciata nel settembre del 2000, quando 99 giornalisti, scrittori, registi e docenti universitari siriani, chiesero a Bashar (succeduto al padre Hafez dopo trent’anni di governo), un segnale di cambiamento.
 
Abolizione della legge marziale in vigore dal 1963, anno dell’ascesa al potere del partito Baath, lo stesso di Saddam, ritorno degli oppositori politici all’estero e la liberazione di quelli detenuti, indagini indipendenti sulla scomparsa di personaggi scomodi ed eventuali risarcimenti alle vittime di abusi, possibilità di creare partiti e associazioni libere.
Bashar al-Assad, che ha praticamente ereditato la Siria come in una monarchia, all’inizio, ha dato segnali positivi rilasciando 600 prigionieri politici e promettendo riforme che, però, tardano ad arrivare. Il movimento di protesta di è ingrossato, nonostante l’arresto nel settembre 2003 di uno dei suoi leader, il comunista Riad Turk, detenuto per 17 anni e rilasciato nel 1998.
Il suo posto è stato preso da Aktham Nasse, anche lui arrestato, l’8 marzo scorso assieme a sei attivisti, mentre faceva un sit-in pacifico davanti al Parlamento siriano.
Raccoglievano firme per quella petizione che oggi Bashar si vedrà consegnare a domicilio. Tante prima di queste sono state rispedite al mittente, ma questa volta il francobollo sulla busta è quello degli Stati Uniti.

Christian Elia

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