
Ieri, 16 marzo 2004, ricorreva il sedicesimo anniversario della strage di Halabja,
nel Kurdistan iracheno. Le truppe di Saddam Hussein, facendo largo uso di agenti
chimici, massacrarono cinquemila curdi. Le immagini di uomini, donne e bambini
morti in mezzo alla strada fecero il giro del mondo. Ogni anno, da allora, i curdi
commemorano quel giorno. Anche ieri erano previste manifestazioni organizzate
dai curdi della diaspora in tutto il mondo, quindi anche in Siria.
La tensione per gli scontri scoppiati venerdì a Qameshli, nel nord-est del Paese,
al confine con la Turchia, è ancora altissima e la manifestazione è degenerata
in scontri violenti.
Fonti curde sostengono che la polizia ha aperto il fuoco sui manifestanti uccidendone
quattro ad Aleppo e tre ad Afrin. Il governo smentisce categoricamente e conferma
la morte di due persone per non meglio specificati scontri tribali tra elementi
arabi e curdi.
Il week-end precedente era stato segnato da violente proteste dei curdi che accusavano
Damasco di aver permesso, se non favorito, l’attacco di milizie arabe alla comunità
curda di Qameshli in occasione di una partita di calcio del campionato siriano
di prima divisione.
Le cifre delle vittime sono assolutamente incontrollabili, anche perché la zona
è stata totalmente isolata, con fonti curde che denunciano centinaia di vittime
e di arresti indiscriminati.
“Responsabili diei disordini di questi giorni”, dichiarava ieri la televisione
di Stato siriana, “sono personaggi stranieri che si infiltrano per commettere
atti sovversivi.” Mentre sullo sfondo scorrono immagini di una folla festosa che
incita il Presidente Bashar al-Assad, il canale televisivo rilancia la tesi che
il governo siriano ha sposato fin da venerdì:”La minoranza curda non rappresenta
un problema, sono fidati cittadini siriani, come tutti gli altri, trattati alla
pari. Non avrebbero nessun motivo di causare incidenti. Qualcuno dall’esterno
si è infiltrato per destabilizzare il governo legittimo dio Damasco.” La situazione
però non appare così rosea, visto che il governo, a comandare le operazioni militari
e il coprifuoco proclamato a Qameshli da venerdì sera, è stato inviato il colonnello
Maher al-Assad, fratello del Presidente che ha sottolineato come “tutte le offese
alla bandiera siriana e alle strutture governative saranno punite duramente.”
I rapporti tra il governo di Damasco e i due milioni di curdi che vivono in Siria,
al contrario di quello che sostengono gli organi ufficiali d’informazione in Siria,
non sono mai stati idilliaci. Scontri violenti con morti e feriti tra curdi e
polizia nel marzo 1986, arresti di massa nell’ottobre 1992 ad una manifestazione
curda per il trentennale della perdita della cittadinanza siriana per molti curdi
e ancora scontri violenti quando le autorità siriane vietarono una festività religiosa
curda nel 1995.
L’avvocato Anwar Bunni, portavoce della Human Rights Association of Syria, sostenuto
da Amnesty International, denuncia abusi e arresti indiscriminati.
Damasco ha annunciato l’istituzione di una commissione d’inchiesta per accertare
la dinamica dei fatti di venerdì, ma la comunità curda non vuole rassegnarsi alla
normalizzazione che il governo impone alla provincia di al-Hassaka, densamente
abitata da curdi e quelli della diaspora li sostengono.
Domenica , a Bruxelles, trenta manifestanti si sono introdotti nel giardino dell’ambasciata
siriana in Belgio, sostituendo la bandiera della Siria con quella curda.
Ieri a Ginevra venti curdi hanno manifestato pacificamente davanti al consolato
della Siria, mentre cinquecento persone a Berlino sfilavano in corteo dalla Porta
di Brandeburgo fino alle ambasciate di Stati Uniti e Gran Bretagna, chiedendo
loro un intervento.
Domenica una manifestazione si è tenuta anche a Istambul, dove un corteo è partito
dall’università per raggiungere piazza Beyazit, è stata dispersa dalla polizia
turca con uso di lacrimogeni. Il ruolo della Turchia non è secondario in questa
vicenda. A gennaio 2004, per la prima volta nella storia, il capo di stato siriano
si è recato in visita ufficiale ad Ankara. I due Paesi, tradizionalmente nemici
(a causa dei contrasti sullo sfruttamento delle acque dell’Eufrate e la provincia
turca dell’Hatay a maggioranza araba), hanno avuto un fortissimo avvicinamento
dopo la guerra in Iraq, tormentati entrambi dall’eventualità di un Kurdistan iracheno
autonomo e in grado di attivare un moto di attrazione verso le comunità curde
in Siria e Turchia.
Subito le autorità siriane avevano sostenuto che di un semplice scontro tribale
si era fatto “un caso politico, con chiaro intento destabilizzante. Un attacco
esterno sul governo della Siria.”
Il riferimento è chiaramente agli Stati Uniti. Secondo il quotidiano israeliano
Ha’aretz, ieri, una task force di osservatoti statunitensi avrebbe oltrepassato
il confine tra l’Iraq e la Siria a bordo di due elicotteri per sincerarsi di persona
della situazione a Qameshli.
Tutti si sono affrettati a smentire, ma non è un mistero che Bashar al-Assad
senta il fiato di Washington sul collo. Un’armata statunitense è a poche ore dai
confini siriani e i rapporti tra i due Paesi non sono mai stati così freddi. Adam
Early, del Dipartimento di Stato Usa, ha dichiarato ieri che “ gli Stati Uniti
chiedono alla Siria di rispettare le minoranze e di astenersi da politiche repressive
nei loro confronti.”
La Siria è sulla lista degli Stati che sostengono il terrorismo dal lontano 1979,
ma dopo l’11 settembre è entrata in quella degli Stati canaglia, quindi a rischio
di guerra preventiva.
“Molto presto gli Stati Uniti inaspriranno lo loro sanzioni alla Siria”, ha dichiarato
William Burns, sottosegretario di Stato per gli affari mediorientali degli Usa,
riferendosi al Syrian Accountability Act votato a larga maggioranza a dicembre
2004 da Congresso e Senato degli Stati Uniti.
Il testo della legge intima al governo di Damasco di ritirare le truppe dal Libano,
di sospendere il supporto logistico e finanziario a gruppi terroristici e di rendere
noti i dati riguardanti l’arsenale di armi chimiche e batteriologiche che la Siria,
secondo gli Stati Uniti, possiede e commercia. Sembra di leggere le accuse mosse
a Saddam prima dell’attacco all’Iraq.
Per il momento sono previste solo sanzioni commerciali, politiche ed economiche,
ma le parole di Burns non sono di buon auspicio per Bashar al-Assad e il veto
posto dagli Stati Uniti sulla risoluzione dell’Onu che condannava il raid israeliano
del 5 ottobre scorso in territorio siriano, in rappresaglia all’attentato di Haifa,
ha chiaramente voluto essere un monito a Damasco.
Per la Siria il contrasto con i curdi, fedeli alleati di Washington, fa parte
di questa strategia di pressione degli Stati Uniti che dovrebbe portare alla caduta
del governo di al-Assad.
Pressione che si sviluppa anche dall’interno. Oggi, infatti, verrà consegnata
a Bashar al-Assad un petizione di intellettuali siriani che chiedono tutta una
serie di riforme politiche.
La battaglia del Comitato per la Difesa delle Libertà fondamentali e dei Diritti
Umani, network di attivisti siriani, è cominciata nel settembre del 2000, quando
99 giornalisti, scrittori, registi e docenti universitari siriani, chiesero a
Bashar (succeduto al padre Hafez dopo trent’anni di governo), un segnale di cambiamento.
Abolizione della legge marziale in vigore dal 1963, anno dell’ascesa al potere
del partito Baath, lo stesso di Saddam, ritorno degli oppositori politici all’estero
e la liberazione di quelli detenuti, indagini indipendenti sulla scomparsa di
personaggi scomodi ed eventuali risarcimenti alle vittime di abusi, possibilità
di creare partiti e associazioni libere.
Bashar al-Assad, che ha praticamente ereditato la Siria come in una monarchia,
all’inizio, ha dato segnali positivi rilasciando 600 prigionieri politici e promettendo
riforme che, però, tardano ad arrivare. Il movimento di protesta di è ingrossato,
nonostante l’arresto nel settembre 2003 di uno dei suoi leader, il comunista Riad
Turk, detenuto per 17 anni e rilasciato nel 1998.
Il suo posto è stato preso da Aktham Nasse, anche lui arrestato, l’8 marzo scorso
assieme a sei attivisti, mentre faceva un sit-in pacifico davanti al Parlamento
siriano.
Raccoglievano firme per quella petizione che oggi Bashar si vedrà consegnare
a domicilio. Tante prima di queste sono state rispedite al mittente, ma questa
volta il francobollo sulla busta è quello degli Stati Uniti.