15/01/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Un rito indigeno ha battezzato Rafael Correa quale presidente dell'Ecuador
Una cerimonia in quechua (la lingua degli indigeni andini) con traduzione simultanea in castigliano, davanti a migliaia di indios, sotto il sole cocente del paese di Zumbahua, sulle Ande, a cento chilometri da Quito e a migliaia di metri di altitudine. E’ così, con abiti colorati e cappello tipico in testa che Rafael Correa, 43 anni, economista, ha festeggiato l’inizio della sua missione al timone del Paese. Con lui, gli immancabili testimonial di quella “rivoluzione socialista del XXI secolo” che sta plasmando da cima a fondo l’America Latina: Hugo Chavez, presidente del Venezuela, ed Evo Morales, capo di stato indigeno della Bolivia.
 
Rafael Correa abbraccia una bambina indigenaAl timone. Da oggi Correa è ufficialmente il presidente dell’Ecuador: alle 9.30, ora locale, avverrà il passaggio del testimone nella sede del Congresso di Quito, dove il giovane presidente presterà giuramento e farà il suo primo discorso da capo dello stato. Ma quello avvenuto ieri, nel cuore delle Ande, è stato qualcosa di più: un rito propiziatorio, simbolico, di enorme importanza per un capo di stato che si appresta a governare una nazione a forte presenza indigena, una maggioranza politicamente preparata e socialmente cosciente, che negli ultimi tempi ha fatto il bello e il cattivo tempo della politica ecuadoriana.
Scegliendo di officiare la celebrazione nella lingua madre dei nativi e di accettare il Baston de Mando, ossia lo scettro del comando simbolo di potere e saggezza, Correa ha lanciato un chiaro messaggio, poi rafforzato dalle parole: “Questo sarà il governo degli indigeni”, ha dichiarato. E, davanti alle migliaia di testimoni, ha ribadito che come prima cosa indirà un referendum per chiedere al popolo se sia d’accordo nel formare un’Assemblea Costituente che lavori a una nuova Magna Carta, prima tappa per un paese nuovo.
 
 
ZumbahuaLa ragion politica. Fra battimani e sorrisi, Morales e Chavez non hanno perso l’occasione per ribadire i concetti che stanno alla base della loro ragion politica. Sottolineando che l’America Latina sta iniziando a liberarsi, a camminare verso il socialismo, si sono appellati alla partecipazione popolare quale unica speranza di un cambiamento vero.
Applausi a scena aperta li ha conquistati il presidente boliviano quando, vestito con il poncho tipico delle popolazioni andine, prendendo la parola ha rammentato la “lotta anti-imperialista e anti-neoliberale del popolo cubano e del suo comandante, Fidel Castro, a cui si sono uniti Chavez e ora Correa. Prima – ha aggiunto Morales – avevamo democrazie, sì, ma subordinate agli Stati Uniti. Ora abbiamo democrazie libere, che libereranno tutto il popolo latinoamericano”.
 
 
Vero leader. Quindi due parole anche da parte di Chavez, che ha definito Correa “un vero leader, compromesso con i più poveri e con l’unione di tutti i popoli. Chiedo a Dio – ha aggiunto – che ogni secondo accompagni il leader della nuova onda latinoamericana”. Nella cerimonia di oggi, invece, sarà presente anche Daniel Ortega, presidente appena rieletto del Nicaragua, che non perde occasione per dimostrare la sua scelta di campo: stare con “la nuova sinistra latinoamericana” contro ogni previsione di analisti e commentatori politici.
E non mancheranno nemmeno il brasiliano Luis Inacio Lula da Silva, che interromperà per un giorno le sue vacanze (gennaio in Brasile è come l’agosto per noi) pur di assistere alla cerimonia di investitura, e la cilena Michelle Bachelet, entrambi schierati su posizioni meno radicali.
 
 
Mamma e figlio indigeni di Zumbahua, ascoltano il discorso di CorreaGli altri. Arriveranno comunque anche gli ultimi baluardi filo-statunitensi: il presidente del Perù, Alan Garcia, quello colombiano, Alvaro Uribe, e il paraguaiano, Nicanor Duarte. E gli Stati Uniti stessi, rappresentati dal Segretario di Commercio, Carlos Gutierrez, il quale appena giunto a Quito ha espresso il desiderio che entrambi i paesi possano proseguire costruendo “un’amicizia con mutui benefici” e nonostante le amicizie scomode già strette da Correa. La presenza di Mahmoud Ahmadinejad alla cerimonia di oggi la dice lunga: è proprio alla corte del neo presidente che il leader iraniano ha deciso di terminare la sua visita in America Latina, iniziata sabato in Venezuela, a suggello del nuovo asse che promette grandi sviluppi. 

Stella Spinelli

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