Al timone. Da oggi Correa è ufficialmente il presidente dell’Ecuador:
alle 9.30, ora locale, avverrà il passaggio del testimone nella sede del
Congresso di Quito, dove il giovane presidente presterà giuramento e farà il
suo primo discorso da capo dello stato. Ma quello avvenuto ieri, nel cuore
delle Ande, è stato qualcosa di più: un rito propiziatorio, simbolico, di
enorme importanza per un capo di stato che si appresta a governare una nazione
a forte presenza indigena, una maggioranza politicamente preparata e socialmente
cosciente, che negli ultimi tempi ha fatto il bello e il cattivo tempo della
politica ecuadoriana.
Scegliendo di officiare la celebrazione nella lingua madre
dei nativi e di accettare il
Baston de Mando, ossia lo
scettro del comando simbolo di potere e saggezza, Correa ha lanciato un chiaro
messaggio, poi rafforzato dalle parole: “Questo sarà il governo degli
indigeni”, ha dichiarato. E, davanti alle migliaia di testimoni, ha ribadito
che come prima cosa indirà un referendum per chiedere al popolo se sia
d’accordo nel formare un’Assemblea Costituente che lavori a una nuova Magna
Carta, prima tappa per un paese nuovo.
La ragion politica. Fra battimani e sorrisi, Morales e Chavez non hanno perso
l’occasione per ribadire i concetti che stanno alla base della loro ragion
politica. Sottolineando che l’America Latina sta iniziando a liberarsi, a
camminare verso il socialismo, si sono appellati alla partecipazione popolare
quale unica speranza di un cambiamento vero.
Applausi a scena aperta li ha conquistati il presidente
boliviano quando, vestito con il poncho tipico delle popolazioni andine, prendendo
la parola ha rammentato la “lotta anti-imperialista e anti-neoliberale del
popolo cubano e del suo comandante, Fidel Castro, a cui si sono uniti Chavez e
ora Correa. Prima – ha aggiunto Morales – avevamo democrazie, sì, ma subordinate
agli Stati Uniti. Ora abbiamo democrazie libere, che libereranno tutto il
popolo latinoamericano”.
Vero leader. Quindi due parole anche da parte di Chavez, che ha definito Correa
“un vero leader, compromesso con i più poveri e con l’unione di tutti i popoli.
Chiedo a Dio – ha aggiunto – che ogni secondo accompagni il leader della nuova
onda latinoamericana”.
Nella cerimonia di oggi, invece, sarà presente anche Daniel
Ortega, presidente appena rieletto del Nicaragua, che non perde occasione per
dimostrare la sua scelta di campo: stare con “la nuova sinistra
latinoamericana” contro ogni previsione di analisti e commentatori politici.
E non mancheranno nemmeno il brasiliano Luis Inacio Lula da
Silva, che interromperà per un giorno le sue vacanze (gennaio in Brasile è come
l’agosto per noi) pur di assistere alla cerimonia di investitura, e la cilena
Michelle Bachelet, entrambi schierati su posizioni meno radicali.
Gli altri. Arriveranno comunque anche gli ultimi baluardi
filo-statunitensi: il presidente del Perù, Alan Garcia, quello colombiano,
Alvaro Uribe, e il paraguaiano, Nicanor Duarte. E gli Stati Uniti stessi, rappresentati
dal Segretario di Commercio, Carlos Gutierrez, il quale appena giunto a Quito
ha espresso il desiderio che entrambi i paesi possano proseguire costruendo
“un’amicizia con mutui benefici” e nonostante le amicizie scomode già strette
da Correa. La presenza di Mahmoud Ahmadinejad alla cerimonia di oggi la dice
lunga: è proprio alla corte del neo presidente che il leader iraniano ha deciso
di terminare la sua visita in America Latina, iniziata sabato in Venezuela, a
suggello del nuovo asse che promette grandi sviluppi.