30/01/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Un texano organizza corse di maiali sul suo terreno, adiacente a quello dove sorgerà una moschea
Se il maialino di Roberto Calderoli non vedeva l’ora “di fare la pipì sulla moschea”, come disse una volta l’ex ministro leghista, di sicuro starà morendo dalla voglia di partecipare all’American Pig Race di Barker, un’area nell’hinterland occidentale di Houston dove ogni venerdì sera centinaia di persone accorrono per vedere, pasteggiando a birra e salsicce, chi è il più veloce dei 24 porcellini comprati dal signor Craig Baker. Che li fa crescere, e gareggiare, a pochi metri da dove sorgerà una moschea per la crescente comunità musulmana locale. Dando vita a una storia che mescola diffidenza post-11 settembre, tipico onore sudista e attaccamento americano alla proprietà privata, in un vortice che più politically incorrect non si può.
 
La vicenda. Le radici di questo scontro di civiltà light risalgono allo scorso settembre, quando due rappresentanti della Katy Islamic Association informano Baker, un imprenditore di marmi e graniti, di aver comprato il terreno adiacente al suo per costruirci il community center della Kia, compreso di moschea. In sostanza, Baker deve rimuovere il suo bestiame da quei 4 ettari che affittava da anni. Lui accetta, ma accompagnando i messaggeri alla porta sente che questi gli consigliano di fare le valigie e sloggiare dalla sua proprietà, perché puntano a mettere le mani anche su quella. Qualche giorno dopo, durante una riunione degli abitanti della zona, Baker racconta la sua versione ma si sente dare del “bugiardo patentato” da un membro della Kia. Apriti cielo! L’onore di un texano non si tocca.
 
Un'immagine della corsa organizzata dal signor BakerLa corsa. Così, mentre dove sorgerà la moschea compare il cartello che annuncia il vicino avvio dei lavori, pochi metri più in là Baker ne pianta uno che promette corse di maialini ogni venerdì sera. Compra due dozzine di suini e piazza il nuovo porcile sul lato del suo terreno che dà verso la futura moschea. Non solo: crea il sito Americanpigrace.com, vende magliette con il logo di un sorridente maialino a stelle e strisce, offre la possibilità di “sponsorizzare” i suini con donazioni. Il 29 dicembre organizza la “prima”, con barbecue e fuochi d’artificio gratuiti. A sentir lui è un successo di pubblico, con oltre 300 persone, anche se dai filmati disponibili su YouTube gli spettatori sembrano poche decine. La volta dopo fa pagare cinque dollari a testa a un pubblico raddoppiato. Progetta di comprare più maiali e di allungare il percorso di gara. Ma da questa protesta non ricava un soldo, perché devolve il ricavato a un ospedale pediatrico di Houston che non è riuscito a curare un suo nipote scomparso prematuramente.
 
Il signor Baker, intervistato da una tv locale durante una delle serateMuro contro muro. “Non ho niente contro i musulmani”, dice Baker al telefono a PeaceReporter, “pensi che una delle mie dipendenti è la figlia del console pachistano a Houston; suo padre le ha intimato di dimettersi perché io sarei un razzista, ma lei mi ha difeso. Queste persone mi hanno offeso e io voglio difendere la mia proprietà, nonché i valori americani”. Lui e l’associazione islamica ormai si parlano solo tramite avvocati: quello della Kia gli ha ordinato di sospendere la competizione suina, Baker ribatte proponendo di comprare tre macchine della verità per inchiodare quelli che l’avrebbero minacciato. I musulmani locali ostentano indifferenza: “Non è che odiamo i maiali, semplicemente non li mangiamo”, ha detto Kamel Fotouh, presidente dell’associazione, “e comunque se Baker ha capito che volevamo sfrattarlo, ci scusiamo”. I vicini invece lo sostengono in massa, anche perché in questa fetta di “Bush country” pochi vogliono vedere centinaia di musulmani inginocchiarsi davanti a casa. Come finirà? “Io ho tutta l’intenzione di andare avanti”, spiega Baker, “e lei non ha idea di quanto puzzino i maiali col caldo umido che in estate c’è a Houston”. Complice l’inverno, probabilmente non ci hanno ancora pensato neanche i vicini.

Alessandro Ursic

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