
Nascere donna, in molti angoli della Terra, comporta un’esistenza difficile,
spesso anche una fine tragica. Nascere donna in Kurdistan, per esempio, significa
una vita dura, con pochi sorrisi, schiacciata tra una società maschilista e un
mondo che non riconosce i tuoi diritti.
Guldunya era una di loro. Era perché la sua vita è finita a Istambul in un letto
di ospedale, freddata con un colpo alla nuca come in un regolamento di conti tra
bande. Ma Guldunya non era una criminale, era solo una mamma e i suoi assassini
non sono affiliati di un clan rivale, ma i suoi stessi fratelli.
Guldunya aveva 22 anni e veniva da Siirt, sud-est della Turchia, nel profondo
Kurdistan turco.
Un giorno, la giovane e bella curda, attira le attenzioni del marito di sua cugina.
Una famiglia curda è diversa da una famiglia occidentale, è una comunità, si
vive tutti assieme. Dopo aver cercato con tutti i mezzi, pochi per una donna,
di sottrarsi alle sue attenzioni, Guldunya viene stuprata dall’uomo nel marzo
del 2003. E rimane incinta.
In molte situazioni quello che è accaduto farebbe di Guldunya una vittima e dell’uomo
un carnefice, ma in Kurdistan è diverso, e la colpevole diventa lei.
La sua famiglia cerca di rimediare alla perdita dell’onore nell’unico modo che
una società profondamente misogina può immaginare: chiede allo stupratore di accettare
Guldunya come seconda moglie.
In Turchia la poligamia è ufficialmente vietata, ma in molte zone rurali, soprattutto
nei territori abitati dai curdi, questa usanza è ancora largamente praticata e
tollerata.
Lo stupratore però rifiuta e, prese in fretta le sue cose e sua moglie, fugge
di notte riparando in Europa da un parente.
La tradizione curda parla chiaro: la condanna a morte per Guldunya è stata emessa
assieme al biglietto per l’Europa del marito di sua cugina. Infatti, per la morale
curda, è disonorata, è un rifiuto e la sua famiglia deve lavare l’onta subita
nell’unico modo ritenuto rispettabile: giustiziarla.
Lei però vuole vivere. Ha solo 22 anni e un bimbo in grembo. Scappa e, aiutata
da qualcuno che sa guardare oltre gli steccati di certe tradizioni mortificanti,
raggiunge Istambul a febbraio di quest’anno.
Sola in una grande metropoli, questa ragazza di campagna con un bambino che stava
per nascere, si rivolge alla polizia. Quell’autorità costituita che tante, troppe
volte per il suo popolo ha significato violenze e prigione, bombe e rappresaglie,
diventa l’unica speranza.
Il commissariato di polizia l’accompagna all’ospedale Bakirkoy Develet Hastanesi,
dove nasce il suo bimbo. Un maschietto bellissimo, che gode di ottima salute.
Guldunya lo chiama Unit che significa speranza. Quella di restare vivi, di avere
una vita normale.
Le autorità turche però, dopo averla accompagnata all’ospedale, si attengono
alla legge e avvertono la famiglia. Il clan maschile (padre, fratelli e zii) parte
alla volta di Istambul per mettere fine all’incresciosa vicenda. A modo loro.
La ragazza si rifiuta di tornare con loro, ma la legge parla chiaro il suo cieco
lessico burocratico. L’unico aiuto che le autorità turche danno alla ragazza è
un tentativo di mediazione in cui coinvolgono un imam originario di Siirt, villaggio
di provenienza della famiglia di Guldunya.
L’anziano religioso tenta di far ragionare i parenti, di proteggere la giovane
madre. Insiste per accompagnare la giovane alla stazione e si è cautelato affidando
il piccolo Unit a una coppia di sua fiducia, di cui si rifiuta di dare il nome
alla famiglia. Il padre e i fratelli lo rassicurano, garantendo che a Guldunya
non sarà torto un capello. La porteranno a Bursa dove hanno trovato un marito,
un uomo pronto a sposare la ragazza e a far da padre al piccolo.
E’ facile immaginare Guldunya mentre osserva tutte queste persone che decidono
della sua vita, senza che lei abbia neanche diritto di parola. Alla fine l’imam
si fida e acconsente a lasciar andare la ragazza con i suoi parenti. La mattina
del 29 febbraio, dopo i saluti di rito, tutto è pronto alla partenza e il gruppetto
si avvia per la strada, ma dopo pochi passi, il fratello più grande di Guldunya,
estrae una pistola e le spara. Così a freddo, in mezzo alla strada, come un cane.
I parenti fuggono, mentre l’imam accorre per salvarla e, aiutato da alcuni passanti
sconvolti, trasporta Guldunya all’ospedale. E’ancora l’Hastanesi, quello dove
la ragazza è entrata tempo prima per dare la vita al suo Unit. Lotta tra la vita
e la morte, ma potrebbe salvarsi.
Potrebbe se la polizia turca si rendesse conto del rischio che corre e le desse
protezione, ma non va così. Alle tre di notte, i suoi parenti, come consumati
assassini di un film di terza serie, s’introducono nell’ospedale, freddano nel
suo letto l’inerme Guldunya e fuggono senza incontrare ostacoli.
Gli assassini sono ricercati dalla polizia turca, ma la regione curda è un territorio
impervio, dove difficilmente le autorità di Ankara si avventurano se non in condizioni
di assoluta sicurezza. Il rischio d’impunità è altissimo.
La mattina dopo l’omicidio, una folla di donne turche e curde, si raduna davanti
all’ospedale, per manifestare tutto il loro orrore per la fine di Guldunya, colpevole
solo di aver protetto suo figlio e la sua vita dalla violenza subita.
Ora la priorità è quella di salvare la vita del piccolo Unit, perché il codice
d’onore curdo prevede la morte anche per il piccolo. Rintracciato presso la famiglia
cui lo aveva affidato l’imam, il bambino viene portato in un orfanotrofio nell’attesa
che venga presa una decisione dalla magistratura turca.
Il direttore di questo centro è il signor Kahramm, un uomo di mezza età che assiste
ogni giorno a storie di questo genere.
“Esiste una legge turca che tutela le vittime di faide familiari, ma è il ministro
che deve pronunciarsi in merito”, fa sapere il direttore, “perché tecnicamente,
se un bambino ha famiglia, gli deve essere restituito e non può essere tenuto
in orfanotrofio.”
Il ministro dei Diritti delle Donne, una donna peraltro, si è già pronunciata
in merito, sollecitando la consegna del piccolo alla famiglia.
Allora comincia la battaglia del dott. Kahramm, che si oppone in tutti i modi
rischiando in proprio.
Infatti perde il lavoro, ma dice “non mi arrendo e continuo a lottare perché
Unit possa vivere.”
Le associazioni che si battono per il rispetto dei diritti delle donne si sono
stretta attorno al piccolo, che per ora si trova ancora in orfanotrofio, nella
spertanza che la battaglia legale intrapresa sia vinta.
Il premio è la vita di Unit.