Oltre al danno, la beffa. Sembra l’adagio ideale da
associare alla vicenda di Imad al-Kabir, autista di minibus di Bulaq al-Dakrur,
un sobborgo di Giza. Imad è stato condannato, il 10 gennaio scorso, a 3 mesi di
carcere per ‘resistenza a pubblico ufficiale’, dopo che è stato ripreso con un
cellulare mentre veniva torturato e sodomizzato con un bastone in un
commissariato di polizia.
Una brutta storia. La brutta avventura di Imad
comincia il 16 gennaio dello scorso anno, secondo la ricostruzione degli
avvocati che difendono l’autista, quando interviene in una violenta lite tra
suo cugino e un poliziotto. L’agente,
chiamati rinforzi, li arresta entrambi, portandoli al commissariato più vicino.
Ed è proprio qui che comincia l’incubo di Imad, che viene filmato con un
cellulare mentre subisce abusi sessuali e altre violenze fisiche. Dopo 36 ore
di inferno, Imad viene rilasciato senza accuse e senza essere schedato.
Potrebbe finire tutto qui, ma il video, ancora non si sa come, finisce in rete
a novembre dello scorso anno. Un blogger egiziano lo trova e denuncia la
vicenda, Wa’il `Abd al-Fattah, un giornalista del settimanale
al-Fajr,
intervista Kabir e pubblica la sua storia l’11 dicembre 2006, suscitando
l’intervento delle organizzazioni che si battono per il rispetto dei diritti
umani in Egitto.
In breve la vicenda di Imad valica i confini dell’Egitto, e
molti giornali internazionali la raccontano. La magistratura egiziana, messa
sotto pressione dall’opinione pubblica internazionale, ordina l’arresto e il
rinvio a giudizio di due agenti di polizia, Islam Nabih e Reda Fathi, che
compariranno davanti alla Corte nel marzo prossimo. Ma intanto Imad dovrà scontare
la sua pena. “Ho paura per quello che potrebbe accadergli in prigione, ho detto
con chiarezza al ministro degli Interni che lo riterrò personalmente
responsabile di qualunque cosa accada a Imad”, ha tuonato Nasser Amin,
l’avvocato dell’autista.
Violazioni continue. Una brutta vicenda di abuso di
potere e violazione dei diritti di un uomo, come tante ne accadono in giro per
il mondo. Solo che le tecnologie moderne hanno permesso alla storia di Imad di
diventare pubblica e sembra che quello che è capitato a lui, nei commissariati
di polizia egiziani, sia all’ordine del giorno. Almeno secondo
Human Rights
Watch, l’organizzazione non governativa che si batte per il rispetto dei
diritti umani nel mondo. “Processare i responsabili del crimine è un primo passo,
ma la vicenda non deve finire qui, il governo egiziano deve impegnarsi per una
rivoluzione culturale contro la pratica che rende la tortura una routine nelle
carceri egiziane”, ha commentato Sarah Leah Whitson, responsabile di Hrw per il
Medio Oriente.
Sulla stessa lunghezza d’onda
Amnesty International, che nel
rapporto 2006 denuncia come migliaia di detenuti sono stati trattenuti in
carcere in condizioni definite inumane e degradanti e che sono tanti i detenuti
malati a causa della mancanza di igiene e di cure mediche, o per il
sovraffollamento e la scarsa qualità del cibo delle carceri. Decine di loro, a
giugno dello scorso anno, hanno iniziato uno sciopero della fame per protestare
contro i maltrattamenti e la mancanza di adeguata assistenza medica e un gruppo
di parenti di detenuti ha tenuto un sit-in presso l’edificio del Sindacato
degli avvocati al Cairo, per vari mesi, per protestare contro le condizioni di
detenzione. Molti detenuti, denuncia ancora l’ong britannica, sono nel limbo
legale della detenzione amministrativa, per la quale ci sono carcerati che
aspettano da anni di conoscere il loro destino.