
“Leyla Zana è libera. Questo è un grande successo, ma nasconde solo un’operazione
di facciata. La Turchia non è un Paese democratico. Il governo turco è solo ossessionato
dalla scadenza del dicembre 2004, data fondamentale per il suo ingresso nell’
Unione Europea, e ha voluto mostrare dei segni di cambiamento alla comunità internazionale”.
Eren Keskin è abituata a combattere e sa, come tutti i generali, che non conta
chi vince una battaglia, ma conta chi vince la guerra. E lei non l’ha ancora vinta.
Una pettinatura da diva del cinema anni Cinquanta, occhi neri, pieni di vita e
di curiosità, incastonati da un trucco massiccio. La prima impressione che si
ha, vedendola avanzare nella sala dell’associazione milanese
Punto Rosso dove concederà l’intervista, è quella di una donna molto bella, abituata a farsi
ascoltare grazie alle proprie capacità, sicura di sé e convinta delle proprie
ragioni. Si siede con accanto la fidata Lerzan che è allo stesso tempo amica,
compagna di militanza e interprete. Accende la prima sigaretta.
Bisogna cominciare dalla fine di questa storia: Leyla è libera. Leyla Zana, insieme
a tre deputati curdi come lei, è stata arrestata nel 1994 e condannata a 15 anni
di carcere. La sua colpa e quella dei suoi compagni è di aver parlato la propria
lingua, il curdo appunto, nella seduta inaugurale dell’Assemblea Parlamentare
turca. Da quel momento è cominciata una durissima battaglia legale con Eren Keskin,
come avvocato difensore dei deputati, in prima linea.
Nei giorni scorsi la Corte di Cassazione di Ankara, ha restituito a Leyla e ai
suoi compagni la libertà, in attesa della sentenza definitiva. Eren Keskin non
si accontenta però, sa che non è finita. “Il 14 luglio prossimo ci sarà l’udienza
definitiva. Uno degli aggiustamenti legislativi che l’Unione Europea ha chiesto
alla Turchia è quello di equiparare le pene dei detenuti politici a quelle dei
detenuti comuni. Questo significherebbe la libertà per Leyla e gli altri.
“Appena scarcerati, come credo sia normale, Leyla e gli altri sono tornati tra
la loro gente, a Dyarbakir”, spiega la Keskin, “hanno parlato in curdo ovviamente.
Puntuale, il 7 luglio scorso, è arrivata la denuncia dei militari turchi, che
hanno addirittura ritenuto i deputati responsabili del blocco del traffico in
quella che viene ritenuta la capitale del Kurdistan turco, dove la gente era pazza
di gioia. La loro scarcerazione era stata studiata a tavolino dal governo. Avveniva
infatti lo stesso giorno della prima trasmissione televisiva della storia turca
in lingua curda. La reazione dei vertici militari vi da l’esatta misura della
spaccatura esistente in questo momento in Turchia –continua l’avvocato- da una
parte i politici vogliono accontentare l’Unione Europea per entrare nella comunità
e quindi garantire il rispetto dei diritti della minoranza curda e il rispetto
dei diritti umani e politici, dall’altra i militari si oppongono tenacemente a
questo processo”.
Eren Keskin non è solo l’avvocato della Zana e degli altri, ma è anche la vice
presidente dell’Associazione Nazionale dei Diritti Umani in Turchia. Ha collezionato
130 denunce, tutte da parte dei militari, perché rende pubblici gli abusi sessuali
che avvengono nelle caserme sulle donne arrestate per la loro attività politica.
Eren Keskin ha conosciuto anche il carcere, nel 1995. Ha scontato sei mesi che
le sono costati l’interdizione per un anno dalla professione forense. Per due
volte la Keskin è sopravvissuta ad attentati contro di lei e il suo impegno le
è valso il premio Amnesty International nel 2001. Conosce bene la società turca
e, secondo lei, il problema è uno solo: i militari.
“L’ influenza dei quadri delle forze armate pervade tutta la vita del Paese”,
sostiene la Keskin, “dominano la vita turca. Per cominciare rappresentano la vera
forza economica della Turchia. Hanno fabbriche, soprattutto di armi, sulle quali
non pagano tasse con ricavi paurosi. I militari sono l’elemento chiave della vita
politica turca. Dal settembre del 1980, anno del colpo di Stato, nel nostro Paese
c’è solo una parvenza di democrazia. In realtà hanno sempre mantenuto lo stato
d’emergenza per risultare assolutamente indispensabili al Paese”.
In Occidente si guarda spesso ai militari in Turchia come ad una specie di elemento
di garanzia della laicità del Paese. Non è così signora Keskin? ”Assolutamente
no”, risponde imperiosa l’avvocato, “i militari, per mantenere la propria influenza
sulla vita politica turca, creano nemici ad hoc. Basti pensare che il maggior
numero di scuole islamiche lo hanno aperto loro dopo il colpo di Stato del 1980.
Agitano lo spauracchio del fondamentalismo islamico per rendersi indispensabili.
Oppure quello del terrorismo per reprimere la minoranza curda. L’esercito vuole
una Turchia omogenea etnicamente e religiosamente: turchi e musulmani sunniti.
Tutti gli altri non hanno e non devono avere voce in capitolo”.
Come risponde alle accuse, rilanciate dopo la scarcerazione della Zana e degli
altri dalla rivista turca NOKTA, di connivenza tra i vertici dei partiti curdi
e le organizzazioni armate come l’ex PKK di Ocalan? ”La risposta sta nelle dichiarazioni
di Leyla”, dice la Keskin, accendendosi un’altra sigaretta con la precedente ancora
non terminata, “ha sempre optato per una soluzione politica del problema curdo.
Non ha mai incitato nessuno alla lotta armata”.
Cosa s’aspetta dalla sentenza del 14 luglio prossimo? “In Turchia, come dicevo
prima, si scontrano due interessi. I militari, diversamente dai politici, non
hanno alcuna voglia di entrare in Europa”, spiega la Keskin, “larga parte della
magistratura è legata a filo doppio all’esercito. Vedremo se prevarrà quell’operazione
di facciata che vuole dimostrare a Bruxelles che la Turchia è un Paese democratico.
Anche solo con modifiche farsa come quella di non usare più il termine stato d’emergenza,
ma individuare delle ‘città critiche’, ovviamente curde, oppure quella di abolire
il Tribunale di Sicurezza Nazionale per sostituirlo con il Tribunale contro il
crimine organizzato che ha gli stessi poteri e le stesse prerogative”.
L’ intervista è finita, ma resta il tempo per un’ultima domanda e per l’ennesima
sigaretta. Ha mai pensato di smettere di lottare e di dedicarsi alla sua professione
in senso tradizionale? “No, mai”, risponde la Keskin senza quasi lasciare il tempo
all’interprete di terminare la traduzione, “questa è la mia vita. Mia madre mi
ha detto che ero curda solo a 14 anni. Vivevo, allora come ora, a Istanbul e non
mi ponevo problemi. Da quel momento e dopo il colpo di Stato ho avuto ben chiaro
quello che volevo fare della mia vita. E non ho ancora finito”.