21/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Eren Keskin, avvocato di Leyla Zana e molto di più
eren keskin“Leyla Zana è libera. Questo è un grande successo, ma nasconde solo un’operazione di facciata. La Turchia non è un Paese democratico. Il governo turco è solo ossessionato dalla scadenza del dicembre 2004, data fondamentale per il suo ingresso nell’ Unione Europea, e ha voluto mostrare dei segni di cambiamento alla comunità internazionale”.
 
Eren Keskin è abituata a combattere e sa, come tutti i generali, che non conta chi vince una battaglia, ma conta chi vince la guerra. E lei non l’ha ancora vinta. Una pettinatura da diva del cinema anni Cinquanta, occhi neri, pieni di vita e di curiosità, incastonati da un trucco massiccio. La prima impressione che si ha, vedendola avanzare nella sala dell’associazione milanese Punto Rosso dove concederà l’intervista, è quella di una donna molto bella, abituata a farsi ascoltare grazie alle proprie capacità, sicura di sé e convinta delle proprie ragioni. Si siede con accanto la fidata Lerzan che è allo stesso tempo amica, compagna di militanza e interprete. Accende la prima sigaretta.
 
Bisogna cominciare dalla fine di questa storia: Leyla è libera. Leyla Zana, insieme a tre deputati curdi come lei, è stata arrestata nel 1994 e condannata a 15 anni di carcere. La sua colpa e quella dei suoi compagni è di aver parlato la propria lingua, il curdo appunto, nella seduta inaugurale dell’Assemblea Parlamentare turca. Da quel momento è cominciata una durissima battaglia legale con Eren Keskin, come avvocato difensore dei deputati, in prima linea.
 
Nei giorni scorsi la Corte di Cassazione di Ankara, ha restituito a Leyla e ai suoi compagni la libertà, in attesa della sentenza definitiva. Eren Keskin non si accontenta però, sa che non è finita. “Il 14 luglio prossimo ci sarà l’udienza definitiva. Uno degli aggiustamenti legislativi che l’Unione Europea ha chiesto alla Turchia è quello di equiparare le pene dei detenuti politici a quelle dei detenuti comuni. Questo significherebbe la libertà per Leyla e gli altri.
 
“Appena scarcerati, come credo sia normale, Leyla e gli altri sono tornati tra la loro gente, a Dyarbakir”, spiega la Keskin, “hanno parlato in curdo ovviamente. Puntuale, il 7 luglio scorso, è arrivata la denuncia dei militari turchi, che hanno addirittura ritenuto i deputati responsabili del blocco del traffico in quella che viene ritenuta la capitale del Kurdistan turco, dove la gente era pazza di gioia. La loro scarcerazione era stata studiata a tavolino dal governo. Avveniva infatti lo stesso giorno della prima trasmissione televisiva della storia turca in lingua curda. La reazione dei vertici militari vi da l’esatta misura della spaccatura esistente in questo momento in Turchia –continua l’avvocato- da una parte i politici vogliono accontentare l’Unione Europea per entrare nella comunità e quindi garantire il rispetto dei diritti della minoranza curda e il rispetto dei diritti umani e politici, dall’altra i militari si oppongono tenacemente a questo processo”.
 
Eren Keskin non è solo l’avvocato della Zana e degli altri, ma è anche la vice presidente dell’Associazione Nazionale dei Diritti Umani in Turchia. Ha collezionato 130 denunce, tutte da parte dei militari, perché rende pubblici gli abusi sessuali che avvengono nelle caserme sulle donne arrestate per la loro attività politica.
Eren Keskin ha conosciuto anche il carcere, nel 1995. Ha scontato sei mesi che le sono costati l’interdizione per un anno dalla professione forense. Per due volte la Keskin è sopravvissuta ad attentati contro di lei e il suo impegno le è valso il premio Amnesty International nel 2001. Conosce bene la società turca e, secondo lei, il problema è uno solo: i militari.
 
“L’ influenza dei quadri delle forze armate pervade tutta la vita del Paese”, sostiene la Keskin, “dominano la vita turca. Per cominciare rappresentano la vera forza economica della Turchia. Hanno fabbriche, soprattutto di armi, sulle quali non pagano tasse con ricavi paurosi. I militari sono l’elemento chiave della vita politica turca. Dal settembre del 1980, anno del colpo di Stato, nel nostro Paese c’è solo una parvenza di democrazia. In realtà hanno sempre mantenuto lo stato d’emergenza per risultare assolutamente indispensabili al Paese”.
 
In Occidente si guarda spesso ai militari in Turchia come ad una specie di elemento di garanzia della laicità del Paese. Non è così signora Keskin? ”Assolutamente no”, risponde imperiosa l’avvocato, “i militari, per mantenere la propria influenza sulla vita politica turca, creano nemici ad hoc. Basti pensare che il maggior numero di scuole islamiche lo hanno aperto loro dopo il colpo di Stato del 1980. Agitano lo spauracchio del fondamentalismo islamico per rendersi indispensabili. Oppure quello del terrorismo per reprimere la minoranza curda. L’esercito vuole una Turchia omogenea etnicamente e religiosamente: turchi e musulmani sunniti. Tutti gli altri non hanno e non devono avere voce in capitolo”.
 
Come risponde alle accuse, rilanciate dopo la scarcerazione della Zana e degli altri dalla rivista turca NOKTA, di connivenza tra i vertici dei partiti curdi e le organizzazioni armate come l’ex PKK di Ocalan? ”La risposta sta nelle dichiarazioni di Leyla”, dice la Keskin, accendendosi un’altra sigaretta con la precedente ancora non terminata, “ha sempre optato per una soluzione politica del problema curdo. Non ha mai incitato nessuno alla lotta armata”.
 
Cosa s’aspetta dalla sentenza del 14 luglio prossimo? “In Turchia, come dicevo prima, si scontrano due interessi. I militari, diversamente dai politici, non hanno alcuna voglia di entrare in Europa”, spiega la Keskin, “larga parte della magistratura è legata a filo doppio all’esercito. Vedremo se prevarrà quell’operazione di facciata che vuole dimostrare a Bruxelles che la Turchia è un Paese democratico. Anche solo con modifiche farsa come quella di non usare più il termine stato d’emergenza, ma individuare delle ‘città critiche’, ovviamente curde, oppure quella di abolire il Tribunale di Sicurezza Nazionale per sostituirlo con il Tribunale contro il crimine organizzato che ha gli stessi poteri e le stesse prerogative”.

L’ intervista è finita, ma resta il tempo per un’ultima domanda e per l’ennesima sigaretta. Ha mai pensato di smettere di lottare e di dedicarsi alla sua professione in senso tradizionale? “No, mai”, risponde la Keskin senza quasi lasciare il tempo all’interprete di terminare la traduzione, “questa è la mia vita. Mia madre mi ha detto che ero curda solo a 14 anni. Vivevo, allora come ora, a Istanbul e non mi ponevo problemi. Da quel momento e dopo il colpo di Stato ho avuto ben chiaro quello che volevo fare della mia vita. E non ho ancora finito”.

Christian Elia

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