12/01/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Raid Usa al consolato iraniano di Erbil, sequestrati documenti e catturate 5 persone
Questa notte, intorno alle tre ora locale, la televisione di stato irachena ha annunciato un’irruzione delle forze armate statunitensi nella sede del consolato iraniano a Erbil, capitale della regione curda nel nord dell’Iraq.
 
Il raid. I militari Usa sono penetrati con la forza nella rappresentanza diplomatica iraniana, dove hanno sequestrato computer, documenti e hanno arrestato cinque persone, la cui identità non è stata comunicata. L’ambasciata iraniana a Baghdad ha protestato con il governo iracheno per la violazione, chiedendo il rilascio delle persone catturate, mentre il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran ha accusato direttamente Washington, sostenendo che le accuse lanciate dal presidente Bush contro la repubblica islamica sono solo “pretesti per giustificare il fallimento della sua politica in Iraq”. L’incidente avviene in un periodo di grande tensione tra Stati Uniti e Iran, dovuto alle accuse statunitensi secondo cui Teheran starebbe cercando di dotarsi di armamenti nucleari e, allo stesso tempo, lavorando per infiammare la guerra civile in Iraq. Lo scorso dicembre, le truppe statunitensi avevano arrestato due iraniani, che godevano dell’immunità diplomatica ed erano giunti in Iraq su invito del presidente Talabani. Secondo l’emittente Al Jazeera i due episodi sarebbero in qualche modo collegati. “L’unità Usa ha compiuto l’incursione provenendo da fuori dal territorio curdo –sostiene la televisione del Qatar- probabilmente senza avvertire le autorità curde”. “La gente in Kurdistan è preoccupata per le ingerenze degli iraniani che, solo nella regione del nord hanno quattro consolati con cui controllano la presenza di dissidenti curdi iraniani” mi spiega Hawar da Sulemimaiya. “Ma adesso prevale il timore per l’ingerenza diretta degli statunitensi, che non considerano minimamente le autorità curde. Lo conferma il fatto che nessuno era stato avvisato del raid. La gente di Erbil questa notte ha avuto molta paura”.
 
Il piano B. “Qui a Suleimaniya -racconta Hawar- da almeno due notti nessuno riesce a dormire a causa dei jet statunitensi che passano sopra le nostre teste. Potrebbe trattarsi di un pattugliamento, ma si teme che il piano Usa preveda anche operazioni militari contro le basi del Pkk in Kurdistan”. L’incursione di questa notte avviene all’indomani del discorso del presidente Bush, che ha annunciato la nuova strategia per riportare sotto controllo il Paese, che da mesi affronta una vera e propria guerra civile. Il nuovo piano per l’Iraq consiste nell’invio di 21500 nuovi militari, gran parte dei quali verranno schierati a Baghdad e dintorni. Il piano presuppone anche la collaborazione delle autorità irachene, dalle quali il Pentagono pretende maggiori risultati. Bush conta soprattutto sulla collaborazione del premier sciita Al Maliki, che ha promesso una decisa stretta contro le milizie che seminano morte nel paese, incluse quelle sciite, legate al movimento di Moqtada Sadr. Rivolgendosi a queste ultime, un portavoce del governo iracheno ha dichiarato “Se vogliamo costruire uno stato non abbiamo altra scelta che attaccare i gruppi armati”. Al Sadr, che nei mesi precedenti aveva boicottato il governo, ha annunciato l’intenzione di tornare ad appoggiarlo all’indomani dell’esecuzione di Saddam, ma se le sue milizie venissero attaccate potrebbe decidere di uscire nuovamente dai giochi politici. Non tutte le milizie però fanno capo a Moqtada Sadr, diversi rapporti d’intelligence sostengono che molte formazioni sciite, soprattutto nel sud del Paese, sono armate dall’Iran e agiscono direttamente nell’interesse di Teheran.
 
Baath. Secondo il piano statunitense dovrà essere l’esercito iracheno a combattere le milizie sciite, così da lasciare mani libere alle truppe della coalizione per concentrarsi sul quelle sunnite: sia quelle vicine ad Al Qaeda che quelle legate ai gruppi tribali. L’esercito iracheno è però composto in larga parte da soldati sciiti, dunque per smantellare le milizie filoiraniane verranno usate truppe composte in maggioranza da curdi. Un’altra novità -poco pubblicizzata- della strategia Usa per l’Iraq è il tentativo di riportare alla politica quel che resta del partito Baath. A Baghdad si parla con insistenza delle rivelazioni di Hassan Al Alawi, un ex baathista, secondo cui l’esecuzione di Saddam sarebbe stata avallata da un gruppo del Baath dissidente rispetto a Saddam. Il gruppo, vicino al Baath siriano, si sarebbe accordato con Maliki concedendo l’assenso all’impiccagione in cambio dell’abolizione della legge sulla de-baathificazione dell’Iraq. La legge, che risale al 2003, è stata già in parte abolita. Ora la strada per il ritorno del Baath nella politica irachena è aperta.
 

Naoki Tomasini

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