Tre esplosioni sono avvenute ieri nella cittadina di Khorramshahr, nella regione del Khuzestan, nell’Iran
meridionale, al confine con l’Iraq. La notizia è stata riportata dall’agenzia
stampa iraniana Fars, con la dichiarazione di un funzionario pubblico
della località che racconta di come “si è sentito un boato tremendo, e sono
esplose molte finestre”. Non c’è notizia di vittime, ma l’episodio è solo
l’ultimo segnale di una tensione che attraversa la regione iraniana.
Una regione bollente.
Secondo altre fonti, l’esplosione parrebbe collegata all’operazione di
rimozione di alcune mine inesplose, eredità del conflitto con l’Iraq che negli
anni Ottanta costò la vita a circa un milione di persone. Ma il silenzio degli
organi di stampa ufficiali sulla vicenda, come l’agenzia stampa governativa
Irna,
rende poco credibile questa ipotesi. Il Khuzestan, oltre a essere la zona più
ricca di petrolio di tutto l’Iran, è anche la zona dove sono prevalentemente
insediati gli arabi, che nel Paese rappresentano più o meno il 3 percento della
popolazione. Le tensioni della minoranza araba con il governo centrale sono
note: gli arabi si sentono vessati dalla politica dell’esecutivo di Teheran,
nonostante abbiano pagato in prima persona il prezzo del sanguinoso conflitto
con l’Iraq. Il primo episodio è avvenuto ad aprile del 2005, quando
al-Jazeera
ha diffuso la notizia dell’esistenza di un piano del governo iraniano per
deportare la popolazione di origine araba. La notizia era un bluff, ma gli
scontri tra polizia e manifestanti scesi in piazza per protestare ha portato
alla morte di 31 persone e all’arresto di altre 300. La tensione torna alle
stelle per un attentato, il 16 ottobre 2005, quando due esplosioni
uccidono sei persone e provocano oltre cento feriti nel mercato di Ahwaz,
capoluogo della provincia, dove è in programma per quel giorno un comizio del
presidente Ahmadinejad. L’esplosione è avvenuta mentre, oltre il confine
iracheno, si teneva il referendum sulla costituzione. Il governo di Teheran
accusa della destabilizzazione l’Occidente, in particolare la Gran Bretagna,
che dalla vicina Bassora, in Iraq, tenta di destabilizzare il Khuzestan per
danneggiare il governo iraniano. Londra smentisce, ma la tensione nella regione
è palpabile.
Un cappio attorno al dialogo. In
questo senso non contribuirà a rasserenare gli animi la lettera inviata alle
famiglie di 7 detenuti di origine araba, nella quale si annuncia ‘per i
prossimi giorni’ l’esecuzione della sentenza capitale ai loro danni. La notizia
è stata diffusa dopo la denuncia di Philip Alston, rappresentante speciale
delle Nazioni Unite per le esecuzioni extra giudiziali, sommarie o arbitrarie,
il quale ha chiesto al governo iraniano di sospendere le sentenze di morte, in
quanto il processo subito dagli imputati è “stato chiaramente non equo”. I 7
condannati facevano parte di un gruppo di 10 uomini, tutti arabi, arrestati a
giugno del 2006 ad Ahwaz, con l’accusa di aver preso parte all’attentato del 16
ottobre. Tre di loro sono stati giustiziati nel dicembre scorso, e adesso
toccherebbe agli ultimi 7. Secondo Alston e i suoi collaboratori però, “gli
avvocati della difesa sono stati intimiditi e le confessioni ottenute dai 10
imputati sono state estorte con la tortura. Tutto il procedimento è stato
secretato, dopo che il governo ha imposto alle parti il rispetto della
sicurezza nazionale”. L’accusa
permetteva che il processo restasse segreto, in quanto i 10 imputati venivano
accusati di “tentata destabilizzazione del Paese e rovesciamento del governo”,
ma i funzionari dell’Onu criticano anche il fatto che tutti gli uomini, pur in
mancanza di prove certe, fossero stati ritenuti colpevoli di alto tradimento
per aver ricevuto addestramento da parte di agenti d’intelligence israeliani,
britannici e statunitensi. La partita del Khuzestan non finisce qui.
Christian Elia