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Tre bombe fatte esplodere quasi contemporaneamente, mercoledì
sera, in tre diverse città della provincia meridionale di Mindanao. Sette morti
e una trentina di feriti, tutti civili. Secondo la presidente Gloria Arroyo non
ci sono dubbi: l’attacco è opera dei terroristi islamici del Gruppo Abu Sayyaf, un attacco rivolto al summit
dell’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (Asean), che ha avuto
inizio proprio ieri nella città filippina di Cebu, presidiata da 13mila
poliziotti.
Da cinque mesi, 8 mila soldati filippini assistiti da
centinaia di soldati delle forze speciali statunitensi, sono impegnati in una
massiccia offensiva contro le roccaforti dei guerriglieri islamici nelle isole
di Jolo, Basilan e Tawi-Tawi. Il governo di Manila sostiene che nelle ultime
battaglie di dicembre sono stati uccisi diversi esponenti di primo piano, sia
del
gruppo filippino del “Padre della Spada” (questo significa Abu Sayyaf) che del movimento indonesiano della Jemaah Islamiyah, da anni attivo nelle
isole filippine meridionali.
ta portando avanti una
difficile trattativa con il governo. “Nella città di General Santos (dov’è
esplosa la bomba più potente, quella che ha ucciso sei delle sette persone, ndr), al momento dell’attentato era in
corso un incontro della commissione mista governo-Milf che monitora il cessate
il fuoco. Scopo dell’attacco – ha detto il portavoce – potrebbe quindi essere
stato quello di sabotare il processo di pace”. Enrico Piovesana