12/01/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



A due anni dalla firma della pace tante ancora le incognite da risolvere
Non è certo stato festeggiato nel migliore dei modi, due giorni fa a Juba, il secondo anniversario degli accordi che hanno posto fine alla guerra civile tra nord e sud Sudan. Il presidente Hassan Omar el-Bashir e Salva Kiir, vice capo di stato e leader dell’ex-gruppo ribelle del Sudan People’s Liberation Army (Spla), nel fare il punto sul processo di pace si sono scontrati pubblicamente. Un litigio specchio delle difficoltà che attraversa il Sudan meridionale, dove continua a crescere l’insoddisfazione per il mancato rispetto degli accordi.
 
Hassan el-Bashir e, di spalle, Salva KiirLitigio. Ad aprire le “ostilità”, salendo sul palco allestito a Juba davanti a migliaia di persone, è stato Kiir, che ha evidenziato tutte le pecche del processo di pace: il mancato disarmo delle milizie filo-governative nel sud, responsabili lo scorso autunno degli scontri che a Makalal fecero almeno 100 vittime; il non-rispetto degli accordi per la spartizione degli introiti petroliferi (fissata al 50 percento tra nord e sud); e per finire, il mancato ritiro delle truppe governative dalla regione del Nilo occidentale superiore. Tutti problemi riconosciuti da el-Bashir, il quale però li imputa alla leadership del Spla, colpevole di essere entrata tardi nelle commissioni di transizione ritardando così la messa in pratica degli accordi. Il parziale fallimento è quindi un piano preordinato dalla capitale Khartoum per mettere in crisi il sud o il risultato di manchevolezze e lentezze burocratiche? La verità sembra stare nel mezzo.
 
Luci e ombre. Per fare luce sulla questione PeaceReporter ha raggiunto telefonicamente Patrick Smith, direttore della rivista di geopolitica Africa Confidential. “A due anni dagli accordi, c’è da sottolineare che la tregua sta reggendo. Le parti hanno avviato un processo politico serio, specialmente Khartoum, che si è impegnata davanti alla comunità internazionale per garantire, nel 2011, il referendum per l’autodeterminazione del sud Sudan. Per la prima volta dall’indipendenza – prosegue il nostro interlocutore -  le popolazioni meridionali hanno un certo potere politico: il problema è che questo potere rimane formale. I leader del sud vengono infatti costantemente emarginati dal National Congress (il partito al potere del presidente, ndr); anche perché, impegnati come sono a dotare il sud delle infrastrutture e delle istituzioni di base, non riescono ad essere coinvolti nella politica nazionale. A cominciare dal controllo delle risorse petrolifere”, principale risorsa economica del Paese.
 
Un combattente del SplaMilizie. Negli ultimi mesi il problema del disarmo delle milizie ha preso il sopravvento. Utilizzate da Khartoum al posto dell’esercito durante la guerra, molte di queste formazioni armate sono ancora in attività. Secondo il presidente el-Bashir, 30 dei 40 mila miliziani in attività sarebbero stati disarmati. Numeri che Radia Achouri, portavoce della Unmis (la missione Onu nel Paese) contattata da PeaceReporter, non ha potuto confermare, pur sottolineando che “il programma di disarmo sta continuando, ma coinvolge soprattutto civili staccatisi dalle milizie”. Secondo Smith, invece, “le milizie del sud, nonostante abbiamo una certa autonomia, sono ancora legate a Khartoum, che le usa per esacerbare le divisioni già esistenti nella parte meridionale. Buona parte dell’establishment del Nc non ha mai visto di buon occhio gli accordi ed è ostile al referendum del 2011, e le milizie sono un modo per mettere i bastoni tra le ruote. Non è un caso che le figure coinvolte negli scontri di novembre siano tra le più vicine a Khartoum”. Nonostante tutte le difficoltà, il processo di pace sembra tenere, anche perché né il nord né il sud vogliono essere additati come gli affossatori degli accordi. Ma il tempo passa e le incognite all’orizzonte restano. 

Matteo Fagotto

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