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Le proteste. Nella lettera, il piccolo Anas al-Banna accenna a una missiva già spedita ma
rimasta senza risposta: “Perché mio padre è lontano, in quel posto chiamato Guantanam
(sic) Bay? Non vedo mio padre da tre anni, mi manca tantissimo. E so che non ha
fatto niente perché è un brav’uomo. Spero che questa volta lei mi risponda”, scrive
il bambino figlio di Jamil al-Banna, un giordano che risiede in Inghilterra, arrestato
nel 2002 in Gambia insieme a un amico iracheno, durante un viaggio di lavoro,
e spedito a Guantanamo come presunto terrorista. Giovedì 11 gennaio Anas sarà
all’esterno di Downing Street con la madre, mentre davanti all’ambasciata statunitense
a Londra centinaia di manifestanti si inginocchieranno con indosso la tuta arancione
dei detenuti. Un’iniziativa simile sarà organizzata da Amnesty International a
Roma, in piazza di Pietra, alle 17.30. Altre manifestazioni sono previste a New
York, Sydney e decine di altre città negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in
Italia.
La Sheehan a Cuba. A Cuba, nel frattempo, è già arrivata Cindy Sheehan insieme ad altri undici
attivisti tra cui Asif Iqbal, uno dei tre ex prigionieri britannici la cui storia
ha ispirato il film “The Road to Guantanamo”. Oggi il gruppo sarà all’esterno della base Usa. Nei giorni scorsi, la Sheehan
ha definito i componenti dell’amministrazione Bush “nemici dell’umanità”, sostenendo
che il suo viaggio vuole far conoscere “le barbare attività di Guantanamo” e spingere
il nuovo Congresso di Washington, controllato dai democratici, a contestare la
politica di detenzione a tempo indefinito voluta dall’amministrazione Bush. La
visita della Sheehan, che ha anche chiesto la fine dell’embargo commerciale statunitense
su Cuba, è stata accolta con reazioni miste dai rappresentanti dei dissidenti
del regime di Castro. Miriam Leiva, un’attivista dei diritti umani dell’isola,
ha detto che la Sheehan è benvenuta, ma che avrebbe anche potuto dire qualcosa
sui 280 detenuti politici nelle carceri cubane.
Tutto da rifare. Ma nonostante i ripetuti appelli internazionali e le centinaia di manifestazioni,
la chiusura di Guantanamo non sembra affatto vicina. Nel centro di detenzione
sono rinchiusi 395 detenuti, 11 dei quali ancora in sciopero della fame. In questi
cinque anni sono stati rilasciati 379 prigionieri, mentre altri 10 detenuti avrebbero
dovuto essere processati davanti alle corti militari istituite dall’amministrazione
Bush. Nel giugno scorso la Corte Suprema dichiarò però incostituzionali questi
procedimenti, ordinando che i detenuti venissero processati davanti a una corte
penale statunitense. Ma prima delle elezioni di novembre, quando il Congresso
era ancora repubblicano, l’amministrazione Bush è riuscita a far approvare il
Military Commissions Act, legittimando in sostanza quello che per la Corte Suprema
era incostituzionale. Al momento, la situazione è in stallo. La Casa Bianca vorrebbe
processare un’ottantina di detenuti in queste corti militari, che dovrebbero costare
oltre 125 milioni di dollari (96 milioni di euro). Quelli che lottano per la chiusura
di Guantanamo, in pratica, sanno che è tutto da rifare. “Spero”, ha scritto Michael
Ratner, direttore del Center for Constitutional Rights, “che non ci vogliano altri cinque anni”.Alessandro Ursic
Parole chiave: guantanamo, terroristi, bush, corti, militari