
“Cinque minuti, hanno impiegato solo cinque minuti, a decidere di confermare
la sentenza del processo del 1994. Una farsa”. Silvana Barbieri, dell’Associazione
Puntorosso di Milano, che al telefono da Ankara, in Turchia, commenta a caldo
la conferma della condanna di Leyla Zana e di altri tre deputati del Partito Democratico
Popolare curdo (Dehap) a 15 anni di carcere.
“Non è stata ascoltata la testimonianza chiave del prefetto di Dyarbakir, che
poteva dimostrare che, nei giorni in cui accusano Leyla di essere andata in Libano
a propagandare la lotta armata, si trovava in città”.
Si chiude così quindi, dopo 14 udienze, il rifacimento del processo che i rappresentanti
curdi eletti al Parlamento turco nel 1991 avevano ottenuto grazie alle riforme
del sistema giudiziario turco degli ultimi tempi, ma il risultato non è cambiato.
Così come è rimasta invariata l’accusa: terrorismo e separatismo.
Leyla Zana, Hatip Dicle, Orhan Dogan e Selim Sadak, gli imputati, non erano presenti
in aula, perché, come ha dichiarato il loro avvocato Alatas dopo un’udienza, “non
ha senso venire in aula. I miei assistiti rinunceranno al loro diritto di parlare
in aula perché è inutile. L’atteggiamento della Corte e del ministro della Giustizia
turco è inaccattabile”.
Cemil Cicek, il ministro di cui sopra, aveva infatti dichiarato che “gli imputati
usano il tribunale per inscenare uno spettacolo ad uso e consumo degli osservatori
internazionali”.
Ricostruendo la storia di questo processo, ci si imbatte in una piccola grande
donna, Leyla Zana. La scelta di non presenziare alle udienze ci ha privato dell’immagine,
che ha fatto il giro del mondo, di questa figura minuta, ammanettata, con un sorriso
amaro, quasi a voler tranquillizzare chi la segue e la sostiene da fuori, che
appariva ancora più piccola tra un mare di poliziotti e soldati.
Leyla ha 44 anni. Nata in un villaggio nei pressi di Dyarbakir, la città più
grande di quel sud-est turco abitato dalla minoranza curda. Seguendo le tradizioni
familiari curde, a 14 anni smette di studiare e viene data in sposa al cugino
Mehdi Zana, di venti anni più vecchio di lei. Lui è il sindaco di Dyarbakir, attivista
curdo, che nel 1980 viene arrestato e condannato a trent’anni di reclusione per
aver fatto la campagna elettorale in lingua curda, cosa assolutamente proibita
in Turchia.
La giovane moglie lo va a trovare, ma conoscendo solo la lingua curda, non può
avere colloqui con il marito, tumefatto dalle torture subite durante gli interrogatori.
Leyla decide di impegnarsi in prima persona nella lotta per il riconoscimento
dei diritti culturali e linguistici dei curdi in Turchia e per l’emancipazione
del ruolo della donna nella società curda.
Smette di fare la mamma e la moglie a tempo pieno, impara il turco e lo insegna
ad altre donne curde che hanno i propri cari in carcere, diventa una dirigente
del movimento politico curdo.
In quegli anni, in Turchia, si combatte una vera e propria guerra. Leyla sceglie
la militanza pacifista, lottando per i diritti dei curdi e perché cessino le faide
tribali curde, strumentalmente usate da Ankara. L’impegno di questa donna è soprattutto
rivolto alla sua gente, ad una società patriarcale e misogine, in cui le donne
non hanno voce in capitolo.
La rapida carriera politica è interrotta da un primo arresto nel 1988, ma che
non le impedisce, tornata libera, di candidarsi a Dyarbakir per il Parlamento
turco e di essere eletta nel 1991 con l’84 per cento dei voti.
Al momento del giuramento dei deputati per l’inizio dei lavori dell’Assemblea
Nazionale, Leyla si alza e, con i capelli legati con tre nastri con i colori della
bandiera del Kurdistan, tiene il suo discorso in lingua curda. L’arresto, assieme
ad altri tre deputati è immediato.
Per la cronaca, visto che nei verbali d’Assemblea il discorso è catalogato come
incomprensibile, Leyla aveva detto: “io lotto per la fraterna convivenza del popolo
curdo e di quello turco in un quadro democratico”.
Da quel momento comincia il calvario giudiziario di Leyla. Viene accusata da
un pentito curdo in carcere di aver tenuto un comizio, durante la campagna elettorale
del 1991, in un campo di addestramento del PKK, il partito combattente di Abdullah
Ocalan, in Libano in cui incitava alla lotta armata.
Il prefetto di Dyarbakir ha sempre sostenuto che in quei giorni Leyla si trovava
in città, quindi non il Libano, ma non è stato ascoltato come teste. La condanna
è arrivata nel 1994, durissima. Quindici anni di reclusione e la pena di morte
scampata solo per le pressioni della diplomazia europea.
Per queste e altre violazioni dei diritti della difesa, la Corte di Giustizia
di Strasburgo, nel 2001, ha dichiarato iniquo il processo perché la difesa non
ha avuto il tempo di conoscere gli atti e troppi testimoni a discarico non sono
stati ascoltati.
Il governo turco, preoccupato di avvicinarsi sempre più agli standard europei
sui diritti umani, ad oggi la principale barriera all’ingresso del Paese nell’Unione
Europea, ha deciso per un nuovo processo, cominciato nel marzo 2003, che si è
concluso come sappiamo. L’abolizione della tortura nel dicembre 2003 è un passo
in questo senso, ma Amnesty International sostiene che non si notano cambiamenti
sostanziali. Romano Prodi, Presidente della Commissione Europea (il cui Parlamento
ha insignito la zana del Premio Sacharov), il 15 gennaio 2004, in un discorso
al Parlamento turco è stato molto chiaro: “Complimenti per le riforme adottate,
ma ora vanno attuate. Bisogna sbloccare il processo a Leyla Zana e agli imputati”.
I colloqui per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea cominceranno nel dicembre
2004, ma la sentenza di oggi è un segnale negativo sul cammino delle riforme in
Turchia. Leyla (come i suoi compagni) aspetta in cella, magari con un sorriso
amaro, giusto per tranquillizzare quelli che sono fuori.