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La “cinesizzazione”
del Turkestan Orientale. L’Etim è il più attivo tra i movimenti armati
indipendentisti degli Uiguri, la popolazione turcomanna di religione musulmana
che abita lo Xinjiang, l’antico Turkestan Orientale, occupato dall’esercito di
Mao nel 1949. Da allora, l’indipendentismo uiguro è stato – assieme a quello
tibetano – una grossa spina nel fianco per la Repubblica Popolare Cinese. Un
problema affrontato con una ferra politica di “cinesizzazione”, portata avanti
con l’immigrazione forzata nella regione di centinaia di migliaia di cinesi han
e con la cancellazione di ogni identità culturale uigura (lingua, tradizioni,
simboli e soprattutto religione) e la repressione poliziesca di ogni tentativo
di rivendicarla.
Proteste, rivolte,
repressione e razione. Negli anni ’80, vi furono diverse manifestazioni e
proteste degli studenti universitari uiguri: tutte violentemente represse dalla
polizia militare. La tensione non fece che aumentare, sfociando in periodiche
rivolte anti-cinesi, come quella di Baren, del 5 aprile 1990, finita con la
morte di cinquanta persone, e quella di Ghulja, del 5 febbraio 1997, terminata
con un bilancio di “soli” nove morti, ma seguita da una durissima ondata di
arresti e torture (come il congelamento dei piedi e la successiva amputazione).
Venti giorno dopo quei fatti, diverse bombe esplosero su autobus a Urumqi
(capoluogo dello Xinjiang) uccidendo nove cinesi. Fu l’inizio del “terrorismo”
uiguro, di cui l’Etim fu il principale protagonista.
Uiguri, talebani e
al-Qaeda. Secondo le autorità di Pechino, il gruppo è responsabile di circa
260 attentati condotti nello Xinjang dal 1997 a oggi, attentati che hanno
ucciso 160 persone, ferendone altre 440. L’Etim, secondo il governo cinese, ha
stretti contatti con i talebani afgani e con la rete di al-Qaeda. In effetti,
cinque
suoi membri sono finiti a Guantanamo dopo essere stati catturati dalle
forze Usa in Afghanistan, in un campo d’addestramento militare dei talebani,
dove si preparavano a combattere contro Pechino.
L’oro nero dello
Xinjiang. D’altronde, lo Xinjiang rappresenta per Pechino ciò che l’Iraq
rappresenta per Washington: una vitale giacimento di petrolio. Sotto le dune di
sabbia del magnifico deserto Taklimakan ci sono le maggiori riserve di greggio
e gas naturale del paese, riserve di cui la Cina ha recentemente capito di
avere un disperato bisogno. Inoltre, attraverso lo Xinjang, passeranno le
pipeline che dal 2009 riforniranno di gas turkmeno le megalopoli di Pechino e
Shanghai. Sarà forse per questo, per il rinnovato interesse strategico di
questa regione, che Pechino ha deciso di eliminare preventivamente ogni potenziale
minaccia alla stabilità di questa zona, iniziando dalle basi del Movimento
Islamico del Turkestan Orientale.
Enrico Piovesana