
“Il governo tunisino detiene in condizioni inumane d’ isolamento dozzine di prigionieri
politici. A dispetto della recente riforma carceraria del Paese, le condizioni
dei reclusi in isolamento è atroce”. Non va per il sottile Human Rights Watch,
l’organizzazione statunitense che si batte per il rispetto dei diritti umani nel
mondo. Mercoledì 7 luglio 2004, nel corso di una conferenza stampa, ha pubblicato
uno dei suoi temutissimi (dai governi) rapporti. Si chiama Tunisia: long term
solitary confinment of political prisoners, giusto per non lasciare spazio a dubbi.
Nelle 33 pagine del documento viene sottolineato come questa politica “violi
la stessa legge tunisina e qualle internazionale” e sostiene che la pratica del
prolungato e ingiustificato isolamento dei prigionieri riguardi almeno 40 dei
500 reclusi per motivi politici.
“La Tunisia usa l’isolamento per un lungo periodo per spezzare i prigionieri
politici e le idee da loro rappresentate”, spiega ai giornalisti Sarah Leah Whitson,
direttore esecutivo di HRW per il Medio Oriente e il Nord Africa, “questa politica
disumana non è funzionale a nessun obiettivo penale legittimo”.
Il rapporto si sofferma a lungo sulle procedure di questa pratica carceraria
e ne un elenco di sofferenze e violazioni a cui vengono sottoposti i detenuti:
per molti di loro l’unico contatto con il mondo esterno è rappresentato dallo
staff del penitenziario, passano in media 23 ore al giorno da soli, ma spesso
e volentieri non escono dalle piccolissime celle per giorni interi. Per i detenuti
l’accesso ai libri o ad altri mezzi d’informazione è ristretto e mancano le minime
condizioni di illuminazione e ventilazione delle celle.
Gli standard del diritto penale internazionale ritengono l’isolamento una pena
da infliggere solo per brevi periodi, sotto stretta sorveglianza medica e solo
per legittimi motivi carcerari, quali possono essere ad esempio la prevenzione
di una rivolta o la disciplina detentiva rispetto al comportamento del prigioniero.
L’isolamento non può mai essere usato per ottenere informazioni, come invece fa
il governo tunisino, almeno secondo HRW.
Alcuni dei prigionieri politici hanno trascorso in isolamento 13 anni e, recentemente,
hanno cominciato uno sciopero della fame per chiedere condizioni più umane di
detenzione e la fine dell’isolamento. Le loro richieste sono semplici: almeno
un’ora al giorno di esercizio fisico fuori dalla cella, la presenza di una finestra
nel locale, la possibilità di interagire socialmente e di ricevere stimoli mentali
per evitare gravi forme di disturbo psichico.
I detenuti che in Tunisia rimangono in isolamento per anni sono quasi tutti dirigenti
o militanti del disciolto partito Nahdha, formazione di fondamentalisti islamici.
Il movimento venne tollerato dal governo del Presidente tunisino Ben Alì fino
al 1990, quando le autorità di Tunisi decisero che il partito rappresentava un
rischio per la democrazia del Paese africano. Secondo il governo, il Nahdha, puntava
a fare della Tunisia un Paese islamico tradizionalista.
HRW sottolinea che qualunque fosse lo scopo di questa formazione, ai detenuti
non è stato spiegato il motivo dell’isolamento e non è stato concesso un processo
d’appello. Nel 1992 furono 265 i militanti processati e, l’organizzazione statunitense,
sostiene che i processi a loro carico furono caratterizzati da sistematiche violazioni
dei diritti di difesa e da violenze e intimidazioni agli avvocati del Nahdha.
In generale però, per HRW, dal processo non sono mai emerse prove così gravi contro
gli imputati da giustificare un trattamento così duro dei detenuti.
Le informazioni sulle quali HRW ha costruito il suo rapporto provengono dai familiari
dei detenuti. Il racconto di Wahida Trabelsi, moglie di Hamadi Jemali, uno dei
leader del Nahdha detenuto in isolamento, è uno di questi. “Dopo molto tempo ho
ottenuto un permesso per visitare Hamadi”, racconta Wahida, “sono entrata in una
stanza e tutte le porte sono state chiuse. Sedevo di fronte a mio marito, a un
metro buono di distanza. Tra noi c’era una grata e 4 agenti del carcere che non
si sono mai allontanati. Tre vicino a lui e uno vicino a me. Il colloquio sarebbe
dovuto durare 15 minuti, ma le guardie interrompevano ogni volta che ritenevano
non consentito quello che io e mio marito ci stavamo dicendo. Alla fine potevamo
solo guardarci e dire sto bene oppure è tutto a posto”.
HRW si è dichiarata soddisfatta delle dichiarazioni rese da Bechir Tekkari, ministro
della Giustizia e dei Diritti Umani tunisino, il 20 aprile 2004. Il ministro si
è infatti impegnato a consentire agli ispettori della Croce Rossa Internazionale
di visitare le prigioni del Paese, ma l’organizzazione sottolinea anche con disappunto
che rispetto alle domande poste al governo di Ben Alì rispetto all’isolamento
prolungato dei detenuti politici non è arrivata nessuna risposta.