Felipe Calderon corre ai ripari e a Tijuana invia l'esercito per contrastare il traffico di droga
Che la zona di frontiera fra Usa e Messico fosse un groviglio di problemi lo
si sapeva da tempo. Che in quella parte del continente americano passassero tutti
i giorni, oltre a centinaia di clandestini, quintali di cocaina e marijuana, anche.
Che i poliziotti addetti ai controlli non fossero del tutto inconsapevoli di quello
che accadeva, lo si poteva facilmente immaginare.
Adesso, però, ci sono le conferme: i 2.300 poliziotti in servizio a Tijuana
sono stati disarmati perché sospettati di far parte del ‘sistema narcotraffico’
.
La prima misura. A poco più di un mese dal suo insediamento, Felipe Calderon cerca di porre
rimedio alla ‘situazione Tijuana’, vero e proprio crocevia di clandestini, armi
e droga, inviando circa 3.300 uomini della Polizia Federale e dell’Esercito messicano
a pattugliare la città.
L’attività degli uomini in divisa sarà supportata anche dalla Marina messicana,
che sorveglierà le coste in prossimità del confine, e dall’aviazione, che dall’alto
potrà fornire preziose informazioni su movimenti sospetti.
Ma c’è dell’altro: tutte le armi finora sequestrate ai poliziotti saranno controllate
a fondo per mezzo di esami balistici, in modo da poter dire con esattezza se siano
state utilizzate in passato per omicidi o altri crimini violenti. Sì, perché nel
solo 2006 nel comprensorio di Tijuana sono stati oltre 500 i morti causati dalla
violenza delle mani armate dai narcos.
Ma è impossibile solo pensare che i poliziotti di Tijuana siano tutti disonesti.
Infatti, nel corso del 2006, ben 33 tutori dell’ordine sono stati uccisi dai killer
assoldati dai narcotrafficanti, come ricorda il primo cittadino di Tijuana, Jorge
Hank Rhon (non del tutto favorevole al disarmo dei suoi uomini): “I nostri uomini
lavorano in una città dove rischiano continuamente la vita”.
Le reazioni. “Non abbiamo mai vissuto una situazione simile a questa, dove l’esercito ha
la supremazia in città” racconta Manuel Valenzuela, del Colegio de la Frontiera
Norte, che aggiunge: “I tijuanensi hanno accolto con relativa passività i blocchi
stradali, le lunghe code e le ore di attesa in auto con la speranza che servano
a migliorare le precarie condizioni di sicurezza pubblica in città”.
Un’inchiesta svolta dall’”Istituto de Estudio sobre la Inseguridad” (un organismo indipendente al quale partecipano le università di maggiore prestigio)
e dalla Confederacion Patronal stabilisce che Tijuana ha il tasso più alto di delitti per mano dei sicari dei
gruppi di narcotrafficanti. “In questa città c’è anche un alto tasso di impunità”
racconta Eduardo Medina, procuratore federale e massimo responsabile della lotta
al crimine organizzato dello Stato.
Non solo Tijuana. Non è solo la cittadina di confine con gli Usa a preoccupare il neoeletto presidente
Calderon. In un altro stato della federazione messicana, Michoacan, da un paio
di settimane 7.000 uomini dell’esercito sono scesi per le strade per cercare di
assestare un duro colpo ai cartelli locali dediti al traffico di sostanze stupefacenti;
innumerevoli posti di blocco e ronde hanno di fatto calmato la situazione, che
sembrava sfuggita di mano alle autorità preposte al controllo.
Grazie ai controlli minuziosi, gli uomini dell’esercito sono riusciti a sequestrare
ingenti quantitativi di droga e armi. In più, fanno sapere le autorità, sarebbe
stato arrestato Jeremias Ramirez Garcia, da tempo a capo del gruppo ‘Los Zetas’,
un’organizzazione criminale nata da ex soldati dei nuclei antidroga che ora offrono
i loro ‘servizi’ ai narcotrafficanti messicani, boliviani e colombiani.
Nel frattempo il governo di Felipe Calderon sta valutando la possibilità di istituire
una specie di nuovo ministero da affidare a un superpoliziotto antidroga “che
si specializzi in strategie militari, operazioni coperte, spionaggio”.