
“La società civile egiziana e tutti i popoli arabi non hanno alcun bisogno di
sancire falsi rapporti di amicizia con uno Stato come Israele, che si macchia
di politiche repressive verso la popolazione palestinese e, anche se subentrassero
degli accordi di pacificazione, questi dovrebbero essere sanciti dai governi e
non da privati cittadini”.
Questa la motivazione della sentenza di lunedì 3 maggio 2004, con cui la Corte
d’Appello amministrativa del Cairo, in Egitto, ha respinto la richiesta di costituzione
di un’associazione di amicizia israelo-egiziana. La proposta veniva da Nabil Abdul
Azeem, uno dei più noti produttori cinematografici egiziani, che si era visto
respingere la richiesta in primo grado.
Qualche giorno dopo, esattamente domenica 9 maggio, la Corte che in Egitto decide
della possibilità per una nuova formazione politica di candidarsi e di vedere
eletti i propri rappresentanti in Parlamento, boccia la richiesta di un nuovo
partito che si presentava con il nome di International Party of Peace. La motivazione
è secca e non ammette repliche: “è uno schieramento che non aggiunge nulla di
nuovo, non si fa testimone di una nuova filosofia o di una caratteristica che
lo differenzi dagli altri; il suo programma non va oltre una scontata condanna
al terrorismo e una proposta di mantenimento della pace. Nulla che lo Stato egiziano
non persegua ogni giorno con ogni mezzo”.
La richiesta della licenza per questa formazione politica era stata avanzata
da Atef Ahmad Boudi, noto attore egiziano, quasi a simboleggiare una sorta di
militanza civile del mondo cairota della celluloide, di cui si era già parlato
nel novembre del 2003, con l’uscita del film Notti insonni, scritto e diretto
da Hani Khalifa e Tamer Habib, due trentaquattrenni. Ottimi incassi (un milione
e mezzo di dollari nei primi tre mesi) e bufera di polemiche tra i tradizionalisti
che accusavano il lungometraggio di proporre contenuti osceni.
Nel mezzo, tra conservazione e libertà di espressione, come sempre, lo Stato
che, ormai da 23 anni s’identifica con Hosni Mubarak, un monarca più che un presidente
di una repubblica parlamentare.
Il potere, con il braccio armato della censura, ha vietato il film ai minorenni,
ma non a tutti, come chiedevano i religiosi più intransigenti. La politica del
giusto mezzo, che caratterizza da sempre la linea politica dell’ex vice-premier
di Sadat, che pagò con la vita la firma del 1978 della pace con Israele a Camp
David.
Mubarak, ormai avanti con gli anni e vittima di un malore in pubblico nel novembre
2003, pensa alla sua sucessione che, malgrado le smentite di rito, dovrebbe portare
al potere il secondogenito Gamal. L’Egitto, secondo percettore di aiuti statunitensi
dopo Israele e fedele alleato di Bush padre nel primo attacco all’Iraq nel 1991,
è sempre stato un punto di riferimento per Washington nell’area.
Ci tiene a non perdere questo privilegio, a vantaggio magari della più moderna
Giordania, ma deve fare i conti con le pressioni che provengono dall’interno del
Paese. L’organizzazione islamica dei Fratelli Musulmani, fondata nel 1928 e dichiarata
fuorilegge qualche anno fa, continua ad avere un ottimo seguito tra la popolazione,
grazie al suo impegno nel sociale e alla capillare penetrazione del mondo universitario
e delle moschee. Il gruppo, pur presentandosi con un altro nome, sembra il rivale
più pericoloso per il Partito Democratico Nazionale che, con Mubarak, governa
il Paese in maniera assoluta dal 1981.
L’opinione pubblica egiziana, tradizionalmente allergica alla politica, si trova
spiazzata di fronte a un regime che, se non bastassero gli scandali per episodi
di corruzione, sembra sempre troppo morbido con Israele e Stati Uniti che, con
la seconda Intifada e l’occupazione dell’Iraq, hanno esacerbato come mai prima
gli animi dei giovani egiziani.
Quindi il governo del Cairo si trova nel mezzo, tra la crescita del consenso
per i fondamentalisti islamici, la paura di perdere il ruolo di interlocutore
privilegiato con i Paesi più ricchi del pianeta e la richiesta di un rinnovamento
sociale dei giovani egiziani. Qualche risposta si avrà con le presidenziali del
2005, ma Mubarak sa che deve trovare un modo per far convivere tutti sotto il
suo carisma per preparare una transizione indolore al figlio.
Non può fare eternamente conto sulla repressione che ha in Omar Suleyman, il
potentissimo capo dei servizi segreti, il suo esecutore senza troppi scrupoli,
almeno stando ai rapporti delle principali organizzazioni per la tutela dei diritti
umani.
Sembra la trama complessa di un film, magari prodotto negli ambienti della cinematografia
cairota, che si candida a capofila di una richiesta di rinnovamento che Mubarak
non potrà ignorare in eterno. Non resta che sperare nel lieto fine.