06/01/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La polizia uccide 12 presunti criminali: potrebbe essere il segnale che l’islamismo militante arriva in Tunisia
Sarebbe di 12 morti e 15 arrestati il bilancio di una sparatoria tra le forze dell’ordine tunisine e un non meglio precisato “gruppo criminale pericoloso”, avvenuta il 3 gennaio scorso a Soliman, 45 chilometri a sud di Tunisi. Questo secondo la ricostruzione dell’agenzia di stampa filo-governativa Tap, che cita fonti del ministero degli Interni di Tunisi.
 
mappa della tunisiaSilenzi imbarazzati. La versione ufficiale collega quella che sembra una vera battaglia, più che una sparatoria, allo scontro a fuoco avvenuto nella foresta di Hammam Lif, a circa 16 chilometri a sud – est di Tunisi, nella notte tra il 23 e il 24 dicembre scorso, nel quale sono rimasti feriti due poliziotti e uccisi due membri del gruppo. La zona attorno alla capitale, dopo il primo scontro, sarebbe stata militarizzata dalle forze dell’ordine che, visto il risultato del secondo conflitto, davano probabilmente la caccia al grosso della banda, rintracciato poi il 3 gennaio. Qualunque sia la dinamica dei fatti, si tratta comunque di un episodio che, nella storia recente della Tunisia, non ha precedenti. Proprio per questo stupisce il silenzio dei media nazionali sulla vicenda. Solo il quotidiano Akhbar al-Jumhurja ha titolato: “Volgiamo la verità”, sintomo che fuori dalle maglie del controllo che il governo di Tunisi esercita sulla stampa (per la classifica annuale della libertà di stampa redatta da Reporter sans Frontiere, la Tunisia è in fondo alla lista, 148° paese su 168), dietro quello che è accaduto c’è qualcosa di più di una battaglia tra la polizia e criminali comuni. Le teorie, rispetto alla reale identità dei componenti del gruppo armato, dei quali il governo non ha diffuso le generalità, sono sostanzialmente due: trafficanti internazionali di droga per giornali quali Achourouk e Le Quotidien, oppure fondamentalisti islamici vicini ai salafiti algerini, come sostengono i giornali Assarih  e al-Hayat, legati quindi a quel Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento che è rimasta l’unica falange armata dai tempi della guerra civile in Algeria ancora in armi e che si sospetta abbia legami con al-Qaeda. 
 
il presidente tunisino ben alìLa lotta per la successione. “La voce più ricorrente è quella che si preparasse un grande attentato nella zona turistica di Hammamet, contro discoteche e alberghi. Un’azione più simile agli ultimi attentati a Taba e a Sharm el Sheikh in Egitto che non all’attacco alla sinagoga di Djerba, (l'11 aprile 2002, dove persero la vita 21 persone, in massima parte turisti)”. A parlare è Malik, un esponente della rete Yezzi, una sorta di coordinamento delle opposizioni al regime di Ben Alì, al potere dal 1987, quando depose Habib Bourguiba, presidente e leader dell’indipendenza del Paese, per presunti motivi di salute. E proprio la salute di Ben Alì, sempre secondo indiscrezioni che trapelano attraverso il muro di silenzio che circonda l’entourage di potere del governo di Tunisi, potrebbe essere stato l’elemento che ha cominciato a muovere le acque di quella che sembra una lotta per il potere. Il presidente infatti non starebbe bene e già si cominciano a muovere le pedine per la sua sostituzione. “In particolare gli ambienti islamici sono in fermento dopo che dirigenti e militanti del disciolto partito Nahdha vennero arrestati, il movimento islamista venne decapitato – continua Malik – ma adesso ha ripreso vigore, e punta alla crisi generata dal vuoto di potere che potrebbe crearsi per ritagliarsi uno spazio di manovra”. Il movimento Nahdha venne tollerato dal governo del presidente Ben Alì fino al 1990, quando le autorità di Tunisi decisero che il partito rappresentava un rischio per la democrazia del Paese africano. Secondo il governo, il Nahdha, puntava a fare della Tunisia un Paese islamico tradizionalista. La polemica sull’utilizzo del velo nei luoghi pubblici ha rilanciato la discussione sulla laicità dello Stato e, in mancanza di una versione verificabile, la situazione tunisina appare prossima a nuovi sviluppi. 

Christian Elia

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