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Silenzi imbarazzati. La versione ufficiale collega
quella che sembra una vera battaglia, più che una sparatoria, allo scontro a fuoco
avvenuto nella foresta di Hammam
Lif, a circa 16 chilometri a sud – est di Tunisi, nella notte tra il 23 e il 24
dicembre scorso, nel quale sono rimasti
feriti due poliziotti e uccisi due membri del gruppo. La zona attorno alla
capitale, dopo il primo scontro, sarebbe stata militarizzata dalle forze
dell’ordine che, visto il risultato del secondo conflitto, davano probabilmente
la caccia al grosso della banda, rintracciato poi il 3 gennaio. Qualunque sia
la dinamica dei fatti, si tratta comunque di un episodio che, nella storia
recente della Tunisia, non ha precedenti. Proprio per questo stupisce il
silenzio dei media nazionali sulla vicenda. Solo il quotidiano Akhbar
al-Jumhurja ha titolato: “Volgiamo la verità”, sintomo che fuori dalle
maglie del controllo che il governo di Tunisi esercita sulla stampa (per la
classifica annuale della libertà di stampa redatta da Reporter sans Frontiere,
la Tunisia è in fondo alla lista, 148° paese su 168), dietro quello che è
accaduto c’è qualcosa di più di una battaglia tra la polizia e criminali
comuni. Le teorie, rispetto alla reale identità dei componenti del gruppo
armato, dei quali il governo non ha diffuso le generalità, sono sostanzialmente
due: trafficanti internazionali di droga per giornali quali Achourouk e Le
Quotidien, oppure fondamentalisti islamici vicini ai salafiti algerini,
come sostengono i giornali Assarih
e al-Hayat, legati quindi a quel Gruppo Salafita per la
Predicazione e il Combattimento che è rimasta l’unica falange armata dai tempi
della guerra civile in Algeria ancora in armi e che si sospetta abbia legami
con al-Qaeda.
La lotta per la successione. “La voce più
ricorrente è quella che si preparasse un grande attentato nella zona turistica
di Hammamet, contro discoteche e alberghi. Un’azione più simile agli ultimi
attentati a Taba e a Sharm el Sheikh in Egitto che non all’attacco alla
sinagoga di Djerba, (l'11 aprile 2002, dove persero la vita 21 persone, in
massima parte turisti)”. A parlare è Malik, un esponente della rete Yezzi, una
sorta di coordinamento delle opposizioni al regime di Ben Alì, al potere dal
1987, quando depose Habib Bourguiba, presidente e leader dell’indipendenza del
Paese, per presunti motivi di salute. E proprio la salute di Ben Alì, sempre
secondo indiscrezioni che trapelano attraverso il muro di silenzio che circonda
l’entourage di potere del governo di Tunisi, potrebbe essere stato l’elemento
che ha cominciato a muovere le acque di quella che sembra una lotta per il
potere. Il presidente infatti non starebbe bene e
già si cominciano a muovere le pedine per la sua sostituzione. “In particolare
gli ambienti islamici sono in fermento dopo che dirigenti e
militanti del disciolto partito Nahdha vennero arrestati, il movimento
islamista venne decapitato – continua Malik – ma adesso ha ripreso vigore, e punta
alla crisi
generata dal vuoto di potere che potrebbe crearsi per ritagliarsi uno spazio di
manovra”. Il movimento Nahdha venne tollerato dal governo del presidente
Ben Alì fino al 1990, quando le autorità di Tunisi decisero che il partito
rappresentava un rischio per la democrazia del Paese africano. Secondo il governo,
il Nahdha, puntava a fare della Tunisia un Paese islamico
tradizionalista. La polemica sull’utilizzo del velo nei luoghi pubblici ha
rilanciato la discussione sulla laicità dello Stato e, in mancanza di una versione
verificabile, la situazione tunisina appare prossima a nuovi sviluppi. Christian Elia