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La massima divinità della Corea
del Nord ama le Ferrari e il karaoke, e indossa scarpe con il rialzo.
Di dodici centimetri. E' Kim Jong Il, il dittatore più
narcisista del mondo, un dittatore a cui poco importa che il suo Paese stia affrontando
un inverno durissimo: le inondazioni della
scorsa estate hanno distrutto buona parte dei raccolti e le sanzioni
decise dalla comunità internazionale a seguito del test
missilistico effettuato da Pyongyang il 9 ottobre hanno peggiorato la
situazione. Si teme una carestia, e tra la popolazione è
ancora vivo il ricordo di quella che, alla fine degli anni Novanta,
uccise milioni di persone. Ciononostante, il 40 percento del budget
nazionale viene speso per la “deificazione” di Kim Jong Il,
soprannominato “il caro leader”, e della sua famiglia - in primis
il padre Kim Il Sung, che ha guidato la Corea fino al 1994.
Una statua tira l'altra. Mentre
vengono tagliate le spese per la sanità, le pensioni e
addirittura la difesa, continuano ad aumentare i fondi destinati a
statue e monumenti – ce ne sono già trentamila disseminati
nel Paese - musei e templi, festival artistici e concerti rock.
Tutti dedicati al caro leader e a suo padre. La popolazione è
invitata a piantare nei giardini delle proprie case una varietà
di begonia che si chiama “kimjongilia”, e il compleanno di Kim
Jong è festa nazionale. Il caro leader ha chiamato il suo programma
di governo “il socialismo a modo nostro”: la fedeltà al
popolo e al partito sono sostituiti dalla fedeltà con
forti tinte mistiche alla famiglia del leader. Kim Jong Il è
considerato un vero e proprio dio.
Il buco nero della stampa. La
principale minaccia, per il caro leader, è costituita dai
mezzi di comunicazione di massa. Il regime teme che, grazie alle
informazioni provenienti dal mondo esterno, i venti milioni di
coreani possano scoprire che “là fuori” si vive meglio. La
censura è quindi uno strumento fondamentale a tutti i livelli.
Nella classifica della libertà di stampa nel mondo nel 2006
pubblicata da Reporter Sans Frontieres, la Corea del Nord – per il
quinto anno consecutivo – occupa l'ultima posizione: un vero e
proprio “buco nero” dell'informazione. I giornalisti nordcoreani
possono pubblicare solo notizie autorizzate dal regime, e sono
centinaia, secondo quanto riportato da esuli e dissidenti, quelli
imprigionati perché si erano discostati dalle veline
governative.
Nordcoreano è meglio. Qualcosa, tuttavia, riesce ugualmente a
filtrare sul mercato nero dell'informazione: attraverso il confine
cinese arrivano cd, videocassette, telefoni cellulari. Un grosso
problema per il dio del karaoke. E il regime cerca di correre ai
ripari puntando tutto sull'orgoglio nazionale. All'indomani del test
missilistico, ad esempio, sono spuntati ovunque enormi
cartelli: “Siamo un Paese con un deterrente nucleare”.
L'isolamento diventa un punto di forza: secondo Kim il sangue del
Paese è rimasto puro, determinando l'intrinseca superiorità
razziale dei nordcoreani. E mentre il Paese rischia di morire di
fame, la “divinità guardiana del pianeta”, come viene
apostrofato dai quotidiani che lui stesso controlla, pianta begonie e
pensa alla prossima statua.Cecilia Strada
Parole chiave: Kim Jong Il, caro leader, Corea del Nord, Kimjongilia, begonia, Pyongyang, jutcha