
“Gli insegnanti e gli studenti chiedono che abbia fine il massacro, la distruzione
di case e gli assalti dei militari che finiscono per danneggiare la popolazione
civile. Ci siamo consultati e, a carico di Hussein al-Houthi, non emergono colpe
tali da giustificare un uso così massiccio e indiscriminato della forza. L’unica
colpa di al-Houthi è quella di condannare il comportamento del governo degli Stati
Uniti e d’Israele. Questo non va bene al governo”.
Questo testo è stato pubblicato ieri sul sito del quotidiano Yemen Times. A firmarlo
alcune tra le più importanti madrase (scuole craniche) dello Yemen, dove sono
in corso violenti scontri tra i corpi speciali del governo di Saa’na e i militanti
della confraternita sciita Zaidi Shiite (giovani credenti), guidata dal leader
Hussein al-Houthi. L’attacco in grande stile dei militari yemeniti è cominciato
il 20 giugno 2004 ed è ancora in corso. Secondo lo Yemen Times, fino a ieri, le
vittime sarebbero 67, di cui 15 soldati. Tra i morti anche Zaid bin Ali al-Huthy,
numero due della confraternita. Teatro dei combattimenti è la zona montuosa nello
Yemen del nord, ma particolarmente la cittadina di Saa’da, a 240 chilometri dalla
capitale.
“Una normale operazione della guerra al terrorismo che ci vede in prima linea
da tempo”, ha dichiarato il ministero degli Interni dello Yemen, che ha negato
qualunque abuso della forza nei confronti della popolazione civile della zona,
notoriamente avversa al governo. Secondo le autorità di Saa’na, le prediche del
venerdì di al-Huthy, sono dei veri e propri inviti alla lotta armata contro gli
Usa e Israele e, di riflesso, anche contro il governo del Presidente Saleh, da
tempo dichiaratosi al fianco di Washington nella lotta al terrore.
Secondo fonti d’intelligence yemenite (addestrate da specialisti della CIA),
dietro la scuola del Zaidi Shiite, si nascondeva una milizia paramilitare che
puntava al rovesciamento del governo di Saleh, mentre i religiosi non fanno mistero
di vedere dietro questa operazione dei corpi speciali un modo per zittire le voci
di dissenso rispetto alla politica filo-occidentale di Saa’na e, allo stesso tempo,
un’operazione contro la minoranza sciita del Paese.
“Non si può escludere un bilanciamento di politica interna dietro questa operazione,
ma credo che la motivazione dell’iniziativa dei militari sia comunque legata alla
lotta al terrorismo”, spiega Alessio Orlando che ha seguito lo Yemen per il sito
di analisi politica Equilibri.net, “come molti Stati della Penisola Arabica, per
esempio l’Arabia Saudita, c’è nello Yemen una chiara volontà di apparire affidabili
alla comunità internazionale nella lotta la terrorismo, per non essere più considerati
degli stati canaglia”.
Il problema che accomuna questi governi è lo stesso: ottenere dei risultati nella
lotta al fondamentalismo, senza apparire agli occhi della propria gente dei vassalli
della politica statunitense nella regione. “Esiste una frattura tra leadership
politica e opinione pubblica, anche nello Yemen”, continua Orlando, “la riunificazione
del Paese è stata possibile grazie alla comune volontà di tutte le parti sociali
e, in questo processo, le tribù, hanno avuto un ruolo chiave”.
La storia dello Yemen è infatti strettamente legata al profondo rispetto di cui
godono i capi tribù del nord del Paese (zona in cui ora si combatte). Il loro
potere si affievolisce man mano che ci si avvicina alle zone più cosmopolite della
costa, ma restano un fattore sociale determinante.
La guerra civile scoppiata nel 1994 aveva messo in ginocchio il Paese. Nel 1998,
la svolta con la riunificazione e una politica di compromesso basata sulla possibilità
di sviluppo economico, di cui la lotta la terrorismo è un fattore determinante
sia per il turismo che per gli aiuti elargiti da Washington. Che ha intensificato
i rapporti con il governo yemenita dopo l’ondata di arresti che nel maggio scorso
ha portato Abdel Qader Ba-Jammal a dichiarare che “il 90 per cento dei terroristi
presenti sul suolo yemenita è adesso assicurata alla giustizia. In tutto questo
è stato determinante l’aiuto dei clan tribali.
“L’opera del governo nei loro confronti è stata quanto mai elementare: pagare
i capi tribali in cambio d’informazioni utili per scovare e arrestare i ricercati”,
spiega Orlando, “la lealtà delle tribù yemenite è stata così compromessa agli
occhi di al-Qaeda, ma esse saranno sempre un fattore chiave nella sicurezza interna,
data la loro influenza su certe porzioni della popolazione. Il governo non potrà
continuare ad elargire denaro all’infinito”.
Il problema che si pone quindi al governo di Saleh è quindi quello che attanaglia
la maggior parte dei politici arabi: combattere il terrorismo per accreditarsi
come partner politici credibili, ma riuscire al contempo a contenere l’insoddisfazione
interna per una politica che viene quasi sempre vissuta come un atto di sudditanza
ai governi dei Paesi ricchi.
L’operazione del governo contro la confraternita di al-Houthi rientra in un piano
più vasto che prevede la chiusura di tutte quelle scuole coraniche (un centinaio
in tutto il Paese) che non professano una visione moderata dell’Islam. Questo
è però un terreno minato, su cui si giocano i futuri equilibri del governo di
Saa’na. Il tentativo d’istituire un Commissione per il dialogo (un organo di saggi
incaricati di redimere i musulmani che si erano radicalizzati) sembrava aver dato
dei buoni frutti, ma i sessanta morti di questi giorni chiariscono che non basta
chiudere una scuola per controllare tendenze fondamentaliste che attraversano
realtà sociali complesse e dove, spesso, è la povertà a fare da cassa di risonanza
al grido di battaglia di certi mullah.