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. Watada dovrà rispondere di cinque capi d’imputazione: l’aver rifiutato il dispiegamento,
e altri quattro capi d’accusa di condotta impropria per un ufficiale, relativi
alle dichiarazioni pubbliche fatte da Watada per spiegare la sua decisione. In
sostanza, rischia quattro anni di reclusione solo per aver parlato alla stampa.
Nel suo processo, di conseguenza, un altro elemento di novità è l’invito a testimoniare
spedito a due giornalisti freelance, Sarah Olson e Gregg Kakesako, che in giugno
avevano intervistato Watada. E’ nei loro articoli che erano contenuti originariamente
i commenti del tenente sulla legalità del conflitto in Iraq. I due reporter sono
rimasti spiazzati dall’invito a comparire, che giudicano un precedente grave.
“Quale soldato contro la guerra sarebbe disponibile a parlare con me o con altri
giornalisti sapendo di rischiare quattro anni di carcere per aver spiegato le
sue ragioni contro la guerra in Iraq?”, ha detto la Olson in un’intervista alla
radio pacifista Democracy Now!.
Opinione pubblica divisa. Watada non è un obiettore di coscienza e non si definisce tale: è rimasto nell’esercito,
alla base dove era stato assegnato, e si è anzi offerto di servire in Afghanistan,
una guerra che – disse una volta – considera “legata agli attacchi dell’11 settembre
2001”. L’esercito ha però rifiutato lo scambio, così come Watada non ha poi accettato
di essere mandato in Iraq con la promessa di un incarico amministrativo e non
al fronte. In soccorso del giovane tenente sono venuti tutti i gruppi pacifisti
statunitensi, mentre l’opinione pubblica è divisa tra chi pensa sia codardo e
chi giudica il suo un gesto giusto e coraggioso. A febbraio si saprà quale sarà
il suo destino. Lui, intanto, ha già detto di essere pronto ad accettare qualsiasi
conseguenza, pur di rimanere fedele ai suoi principi.Alessandro Ursic