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Una guerra fallita. La lotta al
narcotraffico, nonostante le svariate decine di milioni di dollari
impiegate dal governo afgano, è finora miseramente fallita. La
produzione ha raggiunto livelli record, nel 2006 sono stati distrutti
circa 15.300 ettari di coltivazioni di papavero, meno del 10 percento
delle colture totali. Le regioni più ricche di papaveri sono
quelle meridionali, e in particolare le province di Helmand e
Uruzgan. Non è un caso che siano le stesse zone dove è
più forte la resistenza talebana: i profitti dell'oppio, di
cui i contadini ricevono una minima parte, vanno a ingrassare i
signori della guerra locali e i combattenti del mullah Omar. Con la
complicità, secondo molti osservatori, dei funzionari
governativi, che chiudono un occhio o due in cambio di soldi e
protezione. I papaveri dunque finanziano la jihad. Se ne è
accorto il presidente afgano, Hamid Karzai: “Bisogna distruggere
l'oppio, o l'oppio distruggerà noi”. Se ne è accorto
Habibullah Qaderi, ministro della lotta al narcotraffico: “Nel
Paese ci sono quasi un milione di tossicodipendenti”. E se n'è
accorto anche il resto del mondo, inondato di eroina “made in Afghanistan”.
Chi ci guadagna? E'
da notare poi che il traffico di oppio non arricchisce soltanto
signori e signorotti della guerra afgani: a ogni passaggio di mano il
margine di profitto aumenta esponenzialmente. L'oppio grezzo, nel
2006, costava in Afghanistan circa 70 euro al chilo. L'eroina
raffinata, nel mondo occidentale, poco meno di 70 euro al grammo. Se
per i contadini afgani strangolati dai debiti la coltivazione di
papavero rappresenta solo un mezzo di sussistenza (spesso l'unico,
poiché l'oppio rende più di qualsiasi altra
coltivazione), sono i trafficanti internazionali che si mettono in
tasca il grosso dei guadagni. Come denuncia anche Antonio Maria
Costa, direttore dell'agenzia Onu per la lotta alla droga:
“L'Afghanistan ne ricava una brutta fama, gli stranieri ne ricavano
grossi profitti”, stimati in 50 miliardi di dollari nel 2006.
Quali soluzioni? Finora, dunque,
l'eradicazione dei campi di papavero non è servita. Né
sono serviti i programmi di “pubblica consapevolezza” organizzati
dal governo afgano. I contadini ammettono di essere in mano ai
trafficanti, e di non poter rinunciare alla coltivazione di oppio
per motivi economici e per paura di ritorsioni. L'idea, suggerita da
diversi fronti, di trasformare il mercato illegale in un commercio
legale di oppio per l'industria farmaceutica è stata bocciata
come irrealistica da Antonio Maria Costa: “Sul mercato della droga
rende tre volte tanto, e comunque la produzione mondiale afgana dello
scorso anno equivale al fabbisogno mondiale di morfina per cinque
anni”. Gli Stati Uniti hanno chiesto al governo afgano di
intraprendere una campagna di fumigazioni aeree dei campi di
papavero, proposta che ha scatenato le critiche dei britannici e dei
canadesi impegnati in Afghanistan. Il generale britannico David
Richards, fino al prossimo febbraio comandante delle truppe
straniere di Isaf nel Paese, sostiene che le fumigazioni
inevitabilmente distruggerebbero oltre ai papaveri anche gli altri
raccolti, e questo porterebbe a un aumento dell'ostilità degli
afgani verso la presenza straniera. Il governo afgano ha dapprima
rifiutato l'ipotesi, poi accettato di condurre fumigazioni ma solo da
terra, escludendo l'uso di aerei. Non è chiaro però se
e quando inizieranno. Né quale sarà il loro effetto
sulla vita di quel 12 percento di popolazione che sopravvive grazie
alla coltivazione del papavero. Cecilia Strada
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