L’uccisione del leader indipendentista non significa la fine della questione balucia. Anzi
Scritto per noi
da Alessandra Mezzadri
A poco più di quattro mesi dall’
uccisione di Nawab Akbar
Bugti,
l'anziano leader storico della guerriglia nazionalista balucia, la
situazione in Balucistan è
ancora estremamente tesa. Nonostante il conflitto, che prosegue senza sosta
(*), sembri ripiombato nel
silenzio forzato nel quale era già stato relegato per decenni, le
contraddizioni dell’era post-Bugti stanno emergendo. Il rischio è una
nuova
ondata di violenza in una regione già estremamente povera ed
emarginata.
La gioventù balucia
pronta alle armi. “La morte di Bugti ha cambiato irrimediabilmente il cuore
dei nostri giovani. Adesso tutti i baluci della nuova generazione iniziano a
pensare che la violenza sia l’unica strada per ottenere dal governo pachistano
quello che ci spetta”. Queste sono le parole di un amareggiato Kachkol Ali,
leader dell’opposizione nell’Assemblea per il Balucistan presso il parlamento
pachistano, durante un meeting svoltosi al Best Western Hotel di Islamabad.
Da anni Ali e il suo gruppo, il Partito Nazionalista
Balucio, si battono per l’autonomia economica della provincia in materia di sfruttamento
delle risorse – indipendenza, tra l’atro, sancita dalla Costituzione Pachistana
del 1948. Ma il gas, il rame e l’oro del Balucistan, cosi come il suo porto,
nel distretto di Gwadar, sono troppo preziosi per il governo centrale di
Musharraf.
“I giovani baluci ormai pensano che l’obiettivo del governo sia
solo quello di sfruttare la loro terra. Non credono più che un processo
politico pacifico possa cambiare la situazione. Molti non ci riconoscono più
come loro leader. Ci dicono: ‘Perché continuare a piangere, se il vostro pianto
non è mai udito? Uscite dal parlamento e prendete le armi!’. Se l’autonomia
provinciale non verrà riconosciuta, c’è il rischio di una nuova guerra civile.
E
noi non potremo fare niente in quel caso. C’è persino il rischio che non ci
permettano di presentarci alle elezioni del 2007”.
Vale la pena di ricordare che lo stesso Bugti era
inizialmente favorevole al compromesso politico. Solo in seguito, quando fu
ormai chiaro che il governo centrale non avrebbe concesso nulla, era ricorso alla
lotta armata.
Musharraf: una
vittoria apparente? La uccisione di Bugti, avvenuta ad opera dell’esercito
pachistano il 26 agosto 2006, è stata celebrata come una vittoria da Musharraf
e dalle forze armate pachistane. Forze armate che, come sostiene lo studioso Stephen
Phillip Cohen, autore del
libro
L’Idea del Pakistan, rappresentano
il fulcro del potere politico dello Stato.
“Cohen dice bene quando afferma che mentre gli altri paesi
possiedono l’esercito, il Pakistan è un caso in cui l’esercito possiede un
paese” continua Ali. “E’ impossibile dialogare con questo tipo di istituzioni.
Inoltre, il governo non si rende conto che sta favorendo il diffondersi del
risentimento. In questo modo separatisti e guerriglieri acquistano sempre più
il consenso della popolazione. E insieme al risentimento, si diffonde l’idea di
una identità balucia separata da quella pachistana”.
La vittoria di Musharraf sull’indipendentismo balucio sembra
molto più problematica del previsto. C’è addirittura chi ritiene che il
conflitto Balucio possa diventare per il Pakistan un nuovo Bangladesh.
Il Balucistan come il
Bangladesh? Nel 1971 la parte orientale del Pakistan si staccava da quella
occidentale e riusciva, dopo una sanguinosa guerra di indipendenza, a divenire
quello che oggi è il Bangladesh. Anche in quel caso il conflitto fu
generato dall’ineguaglianza tra province.
Ma secondo Rashed Rehman, direttore del quotidiano nazionale
pachistano The Post, la questione
balucia non può portare a una secessione. Secondo il giornalista, che fece parte
del Blf
(Fronte di Liberazione Balucio) e per anni sostenne la resistenza balucia
contro l’esercito di Zulfikar Ali Bhutto (presidente del Pakistan dal 1971 al
1973), al momento esistono almeno tre grandi differenze tra il
caso del Bangladesh e quello del Balucistan. Seduto alla sua scrivania nella redazione
del Post, a Lahore, Rehman spiega:
“Innanzitutto il Pakistan orientale era la provincia più popolosa del paese,
mentre il Balucistan rappresenta solo il 7 percento della popolazione. La
seconda differenza riguarda la presenza di un appoggio esterno: l’esercito
Indiano intervenne in favore del futuro Bangladesh per bloccare il riversarsi
dei profughi dal Pakistan orientale nello stato indiano del West Bengal. Tale
intervento fece la differenza nel 1971, e inoltre richiamò l’attenzione
internazionale sulla vicenda. La terza differenza riguarda la presenza di una
leadership forte e coerente: il Pakistan orientale la trovò in Sheikh Mujibur
Rahman, il padre del Bangladesh. Il Balucistan oggi manca di una tale figura”.
Il futuro rimane
incerto.
Certo, dopo la scomparsa di Bugti i gruppi nazionalisti non
appaiono organizzati tra loro in modo coerente. Ciononostante, le
contraddizioni causate dalla sua morte stanno generando un fermento i
cui
sviluppi potrebbero essere del tutto inaspettati. Di questo, Rehman è
sicuro.
“Il futuro rimane incerto perché, con la morte di Bugti, il Pakistan
ha fallito come Stato moderno, ha perso moralmente il Balucistan.
Questo non è
da sottovalutare. Nel caso in cui il Balucistan riuscisse a darsi un
nuovo leader, le cose potrebbero cambiare. Quanto agli appoggi esterni,
che fecero la
differenza nel caso del Bangladesh, è vero che ora il Balucistan è
isolato sia a livello nazionale che internazionale. Però non bisogna
dimenticare
la sua posizione geografica chiave: questa zona è un ponte verso
l’Afghanistan
e l’Iran. La Cina, per esempio, ha già grossi interessi economici nella
zona:
il porto di Gwadar, costruito nel Marzo 2002 con soldi cinesi (per
decisione
del il vice premier cinese Wu Bangguo), ne è un esempio”.
Ma ci sono prove che agenti esterni stiano cominciando a
finanziare il conflitto balucio?
Rehman sorride “Non che io sappia”.