Scritto per noi da
Erminia Calabrese
Guerra. Viaggiando nel Sud
del Libano, a quattro mesi dalla fine dell’ultimo conflitto israelo-libanese,
il ricordo della guerra, è evidentemente evocato e riportato alla mente di
qualunque passante. Le macerie, e i resti di quelli che prima erano case,
scuole, moschee, centri di cultura sono dispersi ovunque su quel territorio
roccioso che caratterizza il Sud del Libano. Libri, foto di famiglia,
indumenti, bambole, vecchie lavatrici, sparsi qua e là tra le macerie sembrano
testimoniare la vita quotidiana di quelli che
alcuni media occidentali hanno preferito chiamare per trentatrè giorni
combattenti e non semplici civili. A
distanza di quattro mesi è incredibile come il partito
Hezbollah, che
ama autodefinirsi il grande vincitore di questa guerra, abbia trasformato ogni
luogo in un mezzo di propaganda del partito stesso, unica finalità quella di
perpetrare la memoria, soprattutto tra la popolazione sciita, da sempre
designata dal partito, con il termine “i diseredati”, alludendo al fatto che la
situazione della comunità sciita risulta essere la più svantaggiata sia
economicamente che politicamente, nonostante sia la più numerosa in Libano.
Memoria e distruzione. A
Khiam, che ha la sfortuna di innalzarsi sulla località israeliana di Metulla,
la prigione, tristemente celebre per essere stata per 15 anni il centro di
detenzione, in mano all’ALS ( Esercito libanese del Sud, collaborazionista con
Israele), è stata distrutta durante l’ultima guerra, assieme alla lapide che
ricordava i nomi degli ufficiali che avevano collaborato con Israele.
Abu Hassan, proprietario di un
piccolo supermarket nei pressi della prigione, racconta: “ Israele con questo
attacco al campo di Khiam ha voluto cancellare i crimini e barbarie perpetrati
durante i 22 anni di occupazione”. Ma anche qui la macchina di propaganda di
Hezbollah ha subito restituito ai suoi abitanti la memoria di quegli anni, impiantando in quello che ormai è solo un
grande campo, foto giganti del museo-prigione prima del conflitto e vari slogan
inneggianti alla vittoria.
Qana. A Qana, altro
villaggio nel sud del Libano, la gente ormai parla di ‘
magzara ‘adime o
magzara jadide (massacro vecchio o nuovo) riferendosi alla strage del 1996 e all’ultima, del 2006 dove circa 36 persone, molti dei
quali bambini, hanno perso la vita durante
il bombardamento israeliano di un palazzo. Anche qui, il luogo dove sorgeva la
casa è diventato un museo a cielo aperto. Le bare allineate sulle rovine del
palazzo sono incorniciate dalle foto delle vittime e dalle bandiere del partito
di Dio e da quelle nere che ricordano la celebrazione sciita dell’
Ashura.
Il padre di Lina, una bambina di 12 anni vittima dell’attacco, non smette di
ricordare tra le lacrime che sua
figlia, come gli altri, era una semplice bambina che amava i giochi e la
scuola. “Questo, invece - continua, indicando una lapide - era mio nipote, era venuto dal Canada, cinque giorni prima
per celebrare la
khutba, il fidanzamento”.
Banlieu Sud. La propaganda
di Hezbollah, non si ferma nel sud del Paese. Anche nella banlieu Sud di
Beirut e nei vari negozietti vicini alle moschee, rigorosamente sciite, si
possono trovare poster, discorsi e inni del partito. Zeinab, che gestisce un
piccolo negozio di souvenir presso la grande moschea di Hret Hreik, mostra con
entusiasmo e quasi fierezza di possedere tutti i discorsi del sayyed
Nasrallah dalla fine della guerra ad oggi: “Questo è il suo ultimo discorso, è
arrivato
stamattina”, dice mentre regala ai clienti foto del sayyed e adesivi del
partito. E’ grazie a questa propaganda e al suo effetto sull’opinione pubblica
locale che il partito Hezbollah ha trasformato l’ultimo conflitto in una vera
e
propria vittoria e in orgoglio nazionale malgrado i 1300 libanesi morti, la
maggior parte civili, e la distruzione completa di villaggi e periferie.