Numero 7. Dal 1° dicembre al 31 dicembre 2006
114 morti in un mese, di cui 108 lungo le rotte
Senegal-Canarie. Una vittima a Malta e 3 dispersi nel mar Egeo, in Italia 2
giovani asfissiati sul camion su cui viaggiavano nascosti a bordo del traghetto
Zara-Ancona. Almeno 5.856 le vittime dal 1988.
Espulsioni di massa. Allarme deportazioni collettive
in Marocco e Libia. Nessun motivo per festeggiare. L’ultimo mese del 2006
regala solo lacrime ai familiari di almeno 114 giovani partiti per l’Europa e
annegati assieme alla loro illegale speranza. Tanti – secondo l’osservatorio
Fortress
Europe - i morti alle frontiere del Vecchio continente a dicembre. Sulle
rotte dal Senegal alle Canarie hanno perso la vita 108 persone, a Malta una
vittima e nel mar Egeo 3 dispersi, mentre in Italia 2 giovani sono asfissiati
dalle esalazioni del carico del camion su cui viaggiavano nascosti a bordo del
traghetto Zara-Ancona. A questi vanno aggiunti i 4 decessi avvenuti in 3 centri
di detenzione per migranti in Italia, Francia e Russia. Dal 1988
Fortress
Europe ha censito sui media la morte di almeno 5.856 candidati
all’immigrazione clandestina hanno perso la vita alle porte dei nostri Paesi,
1.949 dei quali risultano dispersi in mare.
17 dicembre. Alla spiaggia di Yoff, a Dakar, spuntano
dalla notte del mare 25 fantasmi su una piroga. Sono i soli superstiti dei 127
adventuriers partiti due settimane prima da Casamance, al confine con la Guinea
Bissau, per le isole Canarie. Una rotta più lunga, ma più sicura perchè lontana
dai pattugliamenti delle acque di Dakar e Saint Louis. Il mare in tempesta ha
rovesciato il legno due volte e le onde hanno ingoiato chi non sapeva nuotare.
I pochi sopravvissuti sono stati decimati da due settimane alla deriva senza
più viveri a bordo. Non li hanno salvati i grigri preparati loro dai marabù dei
villaggi, talismani di conchiglie e cinturini di pelle per la protezione degli
spiriti. Gli dei del mare hanno avuto la meglio. Centodue corpi sul fondo
dell’Atlantico. Una settimana prima Dakar aveva contato altre 4 vittime dopo il
naufragio di un’altra piroga, mentre il 7 dicembre finalmente sbarcati alla
meta agognata – le Canarie – due giovani morivano per ipotermia, uccisi dal
freddo delle notti di una settimana di mare. Centootto morti in trenta giorni
non sono pochi. Dal 1988 fanno almeno 1.726 vittime lungo le rotte per Spagna
e
Canarie, di cui 868 solo nel 2006. Il governo spagnolo parla addirittura di
6mila vittime. Cifre allarmanti che gridano contro le responsabilità dei
Governi europei ed africani, sordi alle ragioni della migrazione illegale di
tanti uomini e donne, accusati di un’invasione che non c’è.
La Spagna e i migranti. Madrid insiste sulla cifra
record dei 31mila arrivi alle Canarie del 2006 contro i 5mila del 2005. Ma
dietro l’allarmismo si nasconde una realtà diversa. Nel 2005 la Spagna
regolarizzò 690mila immigrati clandestini: il 20% erano ecuadoregni, il 17%
rumeni e il 12% marocchini, seguiti a ruota da Colombia, Bolivia e Bulgaria.
Ebbene l’Africa sub sahariana – da cui tutti temono l’invasione della Penisola
iberica - non superava il 4% delle richieste. Lo stesso in Italia. Nella
sanatoria del 2002 ben 134mila dei 646mila immigrati regolarizzati venivano
dalla Romania, 101mila dall’Ucraina, 48mila dal Marocco e dall'Albania e 34mila
dall’Ecuador. Il mistero è svelato dalle cifre del Ministero degli Interni
italiano: nel primo semestre 2006 il 63% degli immigrati senza permesso di
soggiorno erano entrati in Italia con un visto turistico poi scaduto, e un
altro 24% era arrivato da altri Paesi dell’area Schengen approfittando
dell’abolizione dei controlli alle frontiere interne dell’Ue. I 20mila sbarcati
in Sicilia nel 2006 (erano 19mila nel 2005) rappresentano quindi non più del
13% degli ingressi illegali. La verità è che i meccanismi di ingresso legale
per motivi di lavoro non funzionano. Ma a differenza di altri, nei Paesi
africani le possibilità di ottenere un visto turistico sono pressoché nulle per
i candidati all’immigrazione. Questo il dato reale. L’Europa però preferisce
parlare di “pressione senza precedenti” e spendere milioni di euro per la
repressione di un’invasione che non c’è.
Fondi per la lotta contro i disperati. Un miliardo e
820 milioni di euro non sono pochi. Questa la cifra spalmata sui prossimi sette
anni per il controllo delle frontiere esterne dell’Unione europea. Si tratta di
quasi la metà delle risorse destinate al capitolo immigrazione nel bilancio
approvato dal Parlamento europeo. Nella partita rientra anche Frontex,
l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, il cui bilancio per il 2007
è stato raddoppiato a 340 milioni di euro, con l’obiettivo dichiarato di creare
un sistema permanente di pattugliamento della costa sud dell’Europa. Vanno in
questa direzione il prolungamento di 6 mesi della missione Hera in Senegal,
operativa dal 7 settembre 2006 e le pressioni su Tripoli per una operazione
congiunta lungo le coste libiche la prossima estate. La Spagna di Zapatero, che
ha speso 45milioni di euro nel 2006 per i rimpatri aerei dalle Canarie al
Senegal di almeno 4.400 persone, ha appena concluso con il Marocco un accordo
per il rimpatrio dei minori. E l’Italia ha rinnovato la cooperazione con la
Tunisia per i controlli del Canale di Sicilia. Simili accordi ormai fanno parte
delle relazioni diplomatiche dell’Europa con tutta la cintura di Paesi che va
dalla Turchia al Gambia, passando per tutto il Maghreb, la Mauritania e il
Senegal. Aiuti in cambio di operazioni di controllo delle frontiere esterne
europee. Un impegno che però troppo spesso si traduce in detenzione arbitraria
e deportazioni collettive, in condizioni perlopiù degradanti. La rete Migreurop
denuncia che all’alba del 23 dicembre una retata di polizia in diversi
quartieri di Rabat ha causato l’arresto e la deportazione alla frontiera con
l’Algeria a Oujda di circa trecento persone, tra cui numerosi richiedenti asilo
e rifugiati politici riconosciuti dall’Alto commissariato per i rifugiati
dell’Onu in Marocco. Stesso copione il 25 dicembre a Nador, alle porte di
Melilla. In Algeria non si fermano le deportazioni alla frontiera con il Mali,
dove i migranti sono abbandonati in pieno deserto nel villaggio di Tinzawatin.
In Libia, già accusata di detenzioni arbitrarie e torture da Human Rights Watch
e Afvic (Amis et familles des victimes de l’immigration clandestin), continuano
le deportazioni collettive. Lo rende noto un comunicato dell’Agenzia Habeshia,
secondo cui 400 cittadini eritrei detenuti nel carcere di Al-Kufrah, una
struttura al confine con il Sudan finanziata dall’Italia, rischierebbero di
essere espulsi e al loro rientro incarcerati e mandati ai lavori forzati. Per
alcuni si profilerebbe addirittura la pena di morte, si legge, “per il ruolo
politico che avevano”. Già nel 2003 Tripoli aveva deportato ad Asmara 181
persone, su richiesta del presidente eritreo Iseya Afewerki, “di queste persone
fino ad oggi non si ha notizia”.
I confini dell’Europa. Diversa la situazione della
Turchia. Ankara minaccia di non essere più della partita se Atene continuerà ad
espellere in Turchia i migranti irregolari trovati in Grecia e se l'Ue non
parteciperà alle spese. Lo sostiene il Direttore generale della sicurezza del
ministero dell'Interno turco, Mehmet Terzioglu riferendosi in particolare alle
frizioni con la Grecia dopo il caso Karaburun, quando all’alba del 26 settembre
8 persone morirono annegate a 400 metri dalle spiagge della città turca,
gettate in mare con un gruppo di 40 persone dalle forze armate greche, che le
avevano arrestate sull’isola di Hiyos. Non è la prima volta. Secondo Ankara la
Guardia Costiera greca avrebbe abbandonato nelle acque territoriali turche
almeno 5.800 migranti irregolari respinti alla frontiera dal 2003 al 2006. Sulle
rotte tra Turchia e Grecia hanno perso la vita almeno 452 persone, gli ultimi
3
il 2 dicembre, dispersi al largo di Edremit. Due giorni dopo a Marsiglia, in
Francia, moriva suicida in un centro di detenzione per migranti in attesa di
espulsione, il giovane Kazım Kustul, 22 anni. Il giovane turco viveva in
Francia dal 2003. Il suo non è un caso isolato. Il 9 dicembre, un quarantenne
bulgaro detenuto nel centro di permanenza temporanea di Lamezia Terme
(Catanzaro) si impiccava al passamano di una scala. E il 2 dicembre in Russia
era morta di infarto Manana Dzhabelia, 51 anni, Georgiana, arrestata per essere
espulsa. Soffriva di diabete, probabilmente si sarebbe salvata se fosse stata
soccorsa da un medico, denunciano le associazioni che ricordano un caso simile
nel mese di novembre. Non si tratta di casi isolati, ma piuttosto dei regolari
effetti collaterali della detenzione amministrativa degli irregolari. Il 28
dicembre del 1999 sei persone morivano in un rogo al cpt Serraino Vulpitta di
Trapani. L’allora prefetto Leonardo Cerenzia venne assolto. Perchè sulla
vicenda non cali anche il sipario dell’oblio dopo quello dell’impunità, la Rete
antirazzista siciliana ha manifestato davanti a quel cpt per ricordare. La
morte di tanti uomini e donne è ormai diventata banale, lo sdegno è coperto dal
cinismo e la memoria svanisce.
Ricordando Portopalo. Sono ancora là invece i
fantasmi delle 283 vittime del naufragio del Natale 1996. Nel decimo
anniversario della più grande tragedia del Mediterraneo del dopoguerra i loro
resti rimangono sepolti sotto 106 metri di mare a 20 miglia dalla località di
Porto Palo (Siracusa), bloccati nella stiva della F-174, affondata con il suo
carico umano da trafficanti senza scrupoli poi fuggiti in Grecia a bordo di una
seconda nave su cui riuscirono ad aggrapparsi alcuni dei superstiti. Melting Pot
dedica uno speciale ad una vicenda criminale che grazie alle testimonianze dei
superstiti, al ritrovamento di un pescatore e al lavoro di un giornalista è
riemersa dall’oblio nel 2001 quando Giovanni Maria Bellu mostrò le immagini del
relitto. Si aprì un processo che rimane ancora aperto. L’armatore pakistano e
il capitano della Yohan sono accusati di omicidio volontario plurimo. Sarà fatta
giustizia? Difficile dirlo in un Paese, l’Italia, dove a
rischiare il carcere sono piuttosto i comandanti delle navi colpevoli di
soccorrere i naufraghi del Canale di Sicilia, come tristemente dimostra il caso
della Cap Anamur, che nel luglio 2004 salvò la vita a 37 persone e di cui oggi
si dibatte nelle Aule del Tribunale di Agrigento contestando al comandante e al
secondo di bordo il reato di favoreggiamento aggravato dell’immigrazione
clandestina.
Gabriele Del Grande