Arber Desku and Dejan Milic, entrambi diciassettenni, vivono a 11 chilometri
di distanza. Arber frequenta il ginnasio Sami Frasheri di Pristina e Dejan è studente
di una scuola secondaria della città di Lipjan. Sono entrambi nati in Kosovo,
ma la distanza tra loro sembra insormontabile. Le differenze tra Arber, di etnìa
albanese, e Dejan, serbo, vanno oltre l’appartenenza etnica, la lingua, la religione
e la cultura. Esse affondano le loro radici nella percezione del passato, di chi
sono gli eroi e chi le vittime.
Una storia spaccata. Quelli che per una parte sono eroi, per l’altra sono terroristi. Perfino una
storia recente come quella del conflitto in Kosovo del 1998-1999, che entrambe
le parti ricordano così vividamente, sembra molto diversa se osservata dall’uno
o dall’altro punto di vista.
Quotidianamente queste differenze vengono solo esasperate, quando Arber si reca
alla sua scuola albanese e Dejan alla sua scuola serba. Questo perché nelle scuole
del Kosovo vengono insegnate due storie diverse, e finché il conflitto recente
rimarrà nella memoria viva è pressoché impossibile immaginare una versione dei
fatti che soddisfi entrambe le parti. Benché i funzionari dell’Istruzione di ambo
le parti sostengano che i loro libri di testo sono privi di linguaggio xenofobo,
o che inciti all’odio, nei libri di testo serbi gli albanesi sono spesso dipinti
come stranieri sul suolo serbo, mentre i libri di testo in lingua albanese descrivono
i serbi come colonialisti giunti dalla Russia. I libri in lingua albanese sono
pubblicati in Kosovo sotto supervisione internazionale, mentre i libri per la
minoranza serba sono importati dalla Serbia.
Secondo Slavomir Miric, vicepreside della scuola elementare serba di Lipjan,
gli allievi studiano principalmente la storia dell’Impero ottomano e la Seconda
guerra mondiale. “Ci sono cinque o sei righe riguardo ai bombardamenti Nato. E
ce n’è due o tre sulla fine del regime Milosevic. Vi si legge che egli fu deposto
il 5 ottobre 2000 e che in seguito le forze democratiche salirono al potere in
Serbia. Questo è tutto”.
Eroi contro. Miric dice che gli eroi al cui riguardo gli studenti imparano di più sono Nikola
Tesla, grande inventore e pioniere nel campo dell’elettricità; Aleksandar, re
della Serbia, a cavallo tra Ottocento e Novecento; e Vuk Karadjic, un linguista
del diciannovesimo secolo che contribuì a definire la moderna lingua serba. Miric
riconosce comunque che nei libri di storia e letteratura in lingua serba si fa
riferimento al Kosovo come alla "culla della nazione serba", un’idea respinta
dalla maggior parte degli albanesi kosovari. Maria Vasic, di 14 anni, dice che
l’eroe che più ha ammirato nelle sue lezioni di storia è Karadjordje Petrovic,
leader della prima rivolta dei serbi contro gli ottomani all’inizio del diciannovesimo
secolo. Da parte sua, Dejan ammira una figura più recente. “Io non so che cosa
gli altri imparano su di lui, ma noi parliamo soprattutto di Milosevic e di come
per noi le cose andavano bene e come si era sicuri quando c’era lui”, dice Dejan
sogghignando. Poi fa un po’ marcia indietro: “Forse nei libri non c’è proprio
scritto così, ma questo è quello che ci insegna il nostro professore di storia,
durante le lezioni”, dice Dejan. La sua controparte albanese, Arber, segue un’analoga
linea. “Non si può fare a meno di menzionarlo [l’Esercito di liberazione del Kosovo],
non si può costruire una storia senza la famiglia Jashari, e non si può semplicemente
ignorare tutti i massacri, gli omicidi e le distruzioni che sono successe qui.
Se no, non sarebbe più storia, e una storia senza quei nomi e quei fatti non è
la nostra storia”, dice Arber. Adem Jashari, comandante dell’Esercito di liberazione
del Kosovo, fu ucciso, insieme a 28 membri della sua famiglia, in uno scontro
con le forze serbe nel marzo 1998. Tra gli albanesi kosovari è diventato una leggenda.
Una scuola divisa. La guerra tra l’esercito e le forze di polizia serbe e l’Esercito di liberazione
del Kosovo ebbe fine nel 1999, dopo 78 giorni di bombardamenti Nato sull’ex Jugoslavia.
Più di 10.000 albanesi kossovari restarono uccisi e migliaia furono i dispersi.
Dopo la guerra, con la presenza permanente delle truppe di pace della Nato in
Kosovo, i serbi locali divennero vittime di attacchi e ritorsioni, col risultato
di migliaia di profughi sparsi nella regione e nella Serbia. Dalla fine della
guerra una missione Onu ha retto la provincia, il cui status dovrebbe essere definito,
stando alle aspettative, all’inizio del prossimo anno. La maggior parte degli
osservatori si aspettano che il capo negoziatore dell’Onu, ai colloqui sullo status,
raccomandi una qualche forma di indipendenza per il Kosovo. Gli albanesi kossovari
hanno sofferto quasi dieci anni di segregazione dopo che la provincia perse la
sua autonomia nel 1991 sotto il regime di Slobodan Milosevic, quando professori
e studenti albanesi furono espulsi dalle università e dalle scuole secondarie.
Gli albanesi kossovari costituirono un sistema di istruzione parallelo, usando
libri e programmi propri. I serbi hanno fatto altrettanto, nonostante gli sforzi
della comunità internazionale e della leadership locale per integrarli nel sistema
educativo kossovaro. La maggioranza dei serbi kossovari, che costituiscono meno
del 10 per cento della popolazione della provincia, sono riluttanti a venire inclusi
nel sistema educativo. “Ciò è semplicemente impossibile. Cosa dovremmo insegnare
allora, facciamo lezione sull’Esercito di liberazione del Kosovo?" dice Miric,
il vicepreside serbo. Arif Demolli, che supervisiona i libri di testo per il ministero
dell’Istruzione, dice che dopo la guerra tutti i libri sono stati riscritti. “Questi
libri sono privi di nazionalismo e xenofobia. Non ci sono critiche al popolo serbo
né a nessun altro popolo, ci sono critiche solo per i regimi come quello di Milosevic".
I libri in lingua albanese sono stati redatti dopo la guerra, sotto la stretta
supervisione della missione Onu. Il ministero dell’Istruzione, retto da rappresentanti
locali, fu istituito nel 2002. Dopo di ciò, il sistema educativo della provincia
è stato supervisionato da un funzionario internazionale e da uno locale. “Qui
noi abbiamo degli osservatori internazionali. Non possiamo pubblicare libri che
in seguito potrebbero essere messi al bando", dice Demolli.
Un futuro incerto. Al di là della supervisione internazionale, il ministro potrebbe volersi guardare
dal glorificare i membri dell’Esercito di liberazione del Kosovo perché il ministero,
fin dall’inizio, è stato retto da esponenti della Lega democratica del Kosovo,
il partito dell’ultimo presidente, Ibrahim Rugova, che non si era alleato con
l’Esercito di liberazione del Kosovo. L’ultima guerra in Kosovo è insegnata nelle
scuole albanesi al tredicesimo anno, in un capitolo di quattro pagine intitolato
“La guerra dell’ Esercito di liberazione del Kosovo e l’intervento della Nato”.
Interrogato sul fatto, se gli insegnanti si attengano ai programmi e ai testi
scolastici, Demolli risponde: “È difficile sapere se vadano al di là di quello
che hanno nei libri. È impossibile controllare tutti”. Molti genitori di ambo
le parti hanno convinzioni molto decise riguardo a cosa dovrebbe esserci nei libri
di scuola dei loro figli. “Io non vedo perché mio figlio, in futuro, non dovrebbe
imparare di più sul nostro leggendario eroe Adem Jashari e su altri eroi dell’Esercito
di liberazione del Kosovo, che rappresenta un momento cruciale della nostra storia”,
dice Hilmi Zekaj, padre di un bambino che frequenta la prima elementare. Zekaj
sostiene che la prossima generazione dovrebbe imparare di più su ciò che lui chiama
le sofferenze dei loro antenati. Djurica Nedelkovic, una madre serba di due bambini
di Lipjan in età scolare, sostiene essenzialmente una tesi similare. “Nessuno
può semplicemente lasciare fuori più di 10 anni della nostra storia e dei nostri
eventi solo perché c’è un nome che non piace alla comunità internazionale e ai
Siptari (albanesi kossovari). Invece, loro dovrebbero imparare di Milosevic, e
certamente dovrebbero vederlo come un eroe nazionale, così come ogni nazione ha
i suoi eroi”, dice la Nedelkovic. Halim Hyseni sviluppa programmi scolastici per
il Centro kosovaro per l’Istruzione, una organizzazione nongovernativa istituita
dalla Soros Foundation. Secondo lui il problema di trasporre la storia recente
nei libri di scuola esiste in tutti i Paesi dei Balcani. “Tutti i testi di storia
nei Balcani sono pieni di un linguaggio fatto di odio e di nazionalismo, che dà
troppo spazio all’[aspetto della] identità etnica. C’è troppa mitologia, ci sono
troppe distorsioni storiche”, sostiene Hyseni. Secondo lui i libri di testo dovrebbero
essere rinnovati in tutta la regione, non solo in un singolo Paese. Considerata
la sistematica distruzione delle relazioni tra i popoli dei Balcani e la persistente
negazione dei crimini commessi negli ultimi decenni, questa potrebbe essere una
vera e propria missione impossibile.