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La svolta. La decisione di al-Bashir segue mesi di tira-e-molla tra Khartoum e le Nazioni
Unite: in sostanza, il Sudan accetterebbe di trasformare l’attuale forza di pace
in Darfur (7 mila uomini dell’Unione Africana) in una missione di peacekeeping ibrida, gestita congiuntamente da Ua e Onu, sposando di fatto la stessa proposta
delle Nazioni Unite che, nei mesi passati, Khartoum aveva bollato come “neocolonialismo
mascherato”. “Accogliamo la notizia con molto piacere – riferisce a PeaceReporter Ahmed Hussein Adam, portavoce del gruppo ribelle darfurino del National Redemption Front – ma i punti da chiarire sono ancora tanti. Anche perché nella lettera il governo
sudanese non entra nel merito dei singoli problemi quali la protezione dei civili
o il numero dei peacekeepers da schierare”.
Campagna mediatica. “Tutto dipenderà dalla volontà politica del governo – incalza Adam – che dovrà
avviare un processo politico al momento inesistente. Khartoum continua ad appoggiare
la “guerra sporca” dei Janjaweed, visto che l’esercito è debole e negli ultimi mesi ha subito pesanti sconfitte”.
Pochi, insomma, sono disposti a credere alla buona fede del governo, anzi. Reeves
anticipa a PeaceReporter che nelle prossime settimane partirà una campagna mediatica, portata avanti
da numerose organizzazioni per i diritti umani, avente lo scopo di “mobilitare
l’opinione pubblica mondiale sulla questione e collegare le atrocità in Darfur
al governo cinese (principale difensore del Sudan nel Consiglio di Sicurezza Onu
per ragioni in primis economiche, ndr) e alle Olimpiadi di Pechino del 2008, a
cui il governo comunista tiene molto. Attualmente, le Olimpiadi sono l’unico punto
debole di immagine a cui Pechino è sensibile, e allo stesso tempo la Cina è il
solo Paese che può fare veramente pressione su Khartoum. Speriamo di coinvolgere
nella campagna anche i governi europei, finora tiepidi sulla questione Darfur
forse perché percepita come una battaglia troppo americana”.Matteo Fagotto