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Gli Usa voltano le spalle. Il fallimento della guerra
all’Iran allontana l’establishment statunitense da Saddam, che resta solo alla
guida di un Iraq indebolito dal conflitto e indebitato fino al collo. Ancora
una volta, nell’agosto del 1990, sfruttando pretesti di confine, ordina
l’invasione del ricco Kuwait, puntando all’annessione per sfruttarne le
risorse. Il 17 gennaio 1991, una forza multinazionale
guidata dagli Stati Uniti, lancia attacchi aerei sull'Iraq e sul Kuwait
occupato. Le ostilità cessano il 28 febbraio con la cacciata delle forze
irachene dal Kuwait. Ma le forze alleate decidono di non rovesciare Saddam, per
non destabilizzare l’Iraq e la regione. La comunità internazionale istituisce
due zone di ‘non sorvolo’ per proteggere curdi e sciiti, che anche questa volta
avevano appoggiato l’attacco al regime di Saddam, e impone sanzioni che
riducono alla fame la popolazione civile irachena. Dopo l’attacco alle Torri
Gemelle del settembre 2001, l’Iraq viene presentato dall’amministrazione Bush
come un alleato di al-Qaeda e il regime di Saddam viene ritenuto in possesso di
armi di distruzione di massa. Nessuna delle accuse è dimostrata ed entrambe si
riveleranno false, ma il 20 marzo 2003 parte la
campagna militare anglo-americana in Iraq. Il 9 aprile
le forze statunitensi entrano a Baghdad: è la fine del regime di Saddam. Parte
la caccia al rais, che è fuggito per tempo. Il 14 dicembre
viene catturato in un rifugio nei pressi della sua città natale, Tikrit. Da
quel momento, sotto la custodia degli Usa, è rinchiuso a Camp Cropper, base
statunitense nei pressi dell’aeroporto di Saddam.
Il processo. Il
procedimento a carico di Saddam Hussein, e sette coimputati, si apre il
19 ottobre 2005. Presiede il giudice Rizkar Mohammed Amin.
L’accusa per la quale i dirigenti iracheni si trovano in aula è di aver
commesso crimini contro l'umanità per la strage compiuta a Dujail nel
1982.
L'ex presidente iracheno si proclama innocente e contesta furiosamente
la
legittimità del tribunale, ribattezzato Alta corte irachena. La linea
difensiva
di Saddam è molto aggressiva, accusa i giudici di essere uno strumento
degli
Stati Uniti e viene spesso espulso dall’aula. La pressione sulla Corte
è enorme
e il 23 gennaio 2006 il giudice Amin, accusato
di essere troppo debole, si dimette. Al suo posto viene nominato il curdo Rauf
Rashid Abdel Rahman. Il 19 giugno 2006 il
pubblico ministero chiede la condanna a morte di Saddam, del fratellastro
Barzan al Tikriti e dell'ex vicepresidente Taha Yassin Ramadan, mentre gli
avvocati di Saddam boicottano il processo ritenendo che in quella sede non
siano garantiti i diritti della difesa. Il giudice assegna agli imputati legali
d'ufficio. Il 5 novembre 2006 arriva la sentenza e l’esito è
scontato: la corte condanna a morte Saddam. Il giorno dopo comincia il
processo d’appello che finisce il 26 dicembre scorso: la Corte d'appello
conferma la condanna a morte per Saddam Hussein, accusato di crimini contro
l'umanità.
Il balletto dell’esecuzione. Comincia
una fase convulsa. Uno degli avvocati di Saddam, Ahmet Essadik, dichiara che a
suo giudizio “l'esecuzione potrebbe avere luogo il 2 gennaio. Dopo sarà più
difficile, perché i democratici statunitensi assumeranno il controllo delle
Camere il giorno dopo'”. Secondo Essadik dunque, l’amministrazione Bush non
vuole correre il rischio che la nuova maggioranza del Congresso blocchi
l’esecuzione del rais, ritenuta l’unico successo d’immagine per Bush e i suoi
della fallimentare campagna irachena. Il 29 dicembre Khalil al-Dulaimi, un
altro degli avvocati dell'ex dittatore, dichiara che “responsabili statunitensi
mi hanno chiamato e mi hanno chiesto di prendere gli effetti personali del
presidente e di Barzan al Tikriti”. Sembra che abbia avuto inizio la procedura
per l’esecuzione. L’ultimo atto del rais non sarà comunque annunciato prima,
per motivi di sicurezza. Al mattino si diffonde la notizia che la custodia di
Saddam sia passata agli iracheni e che la forca sia stata già allestita, mentre
a Saddam sono state chieste le ultime volontà. Il governo iracheno nega, e
sostiene che l’esecuzione non avrà luogo fino al 29 gennaio. Ma in serata le
notizie si fanno più serrate, e un avvocato di Saddam sostiene che il dittatore
sarà giustiziato nel giro di poche ore. E così è stato, mettendo al riparo
almeno per il momento i suoi giudici da tutte le accuse mosse da più parti di
non aver rispettato i diritti dell’uomo ucciso per non aver rispettato i
diritti degli altri. Christian Elia
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