
“Con il nostro appello denunciamo la volontà del governo del Marocco di sfruttare
economicamente un territorio che non ha ancora uno status definitivo. Fino a quando
le Nazioni Unite non decideranno sull’autonomia o meno di quelle terre, nessuno
può permettersi di sfruttarne le risorse”.
Omar Mih rappresenta il Fronte Polisario in Italia, spiega così l’invito, diffuso
in rete dalle associazioni che si battono per il rispetto dei diritti del popolo
Saharawi, a scrivere al direttore della Wessex Exploration, una compagnia petrolifera
inglese, per interrompere le trivellazioni esplorative della piattaforma continentale
di l’Aaiun, nel Sahara Occidentale.
Il Fronte Polisario è l’organizzazione politico-militare del popolo Saharawi
che si batte per l’indipendenza del Sahara Occidentale dopo che il Paese è stato
invaso dall’esercito marocchino quando, nel 1975, la Spagna ha abbandonato la
sua colonia. Dopo una guerra lunga e sanguinosa si è arrivati ad una tregua sancita
dalle Nazioni Unite (che monitorano la situazione con una missione d’interposizione
pacifica chiamata MINURSO), in attesa che per la regione venga definito uno status
politico definitivo che decida per l’autonomia o meno del Sahara Occidentale.
“La risoluzione 1514 delle Nazioni Unite considera il territorio in questione
non autonomo, in attesa di un accordo di pace”, spiega Mih, “e questo documento
vieta esplicitamente qualunque sfruttamento delle risorse naturali del Sahara
Occidentale fino alla soluzione della controversia. Queste trivellazioni sono
completamente illegali”.
Visto e considerato che è impossibile per il Marocco sfruttare i giacimenti petroliferi
della zona, sulla cui esistenza non sembrano esserci dubbi, per quale motivo sarebbe
stato dato mandato alla Wessex di cominciare il suo lavoro?
“Attraverso il coinvolgimento di poteri forti, come gli interessi di una grande
compagnia petrolifera”, spiega il rappresentante saharawi, “si cerca di fare pressione
politica su chi deve decidere del futuro del Sahara Occidentale, che dovrebbe
tener presente anche questo elemento”.
L’Onu come si pone di fronte a questo nuovo elemento del trentennale contenzioso
tra i Saharawi e il Marocco? “In un parere del 2002, il responsabile giuridico
del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”, spiega Mih, “interrogato sulla
liceità dello sfruttamento dei giacimenti petroliferi della piattaforma continentale
di l’Aaiun prima della conclusione del processo di pace, si è espresso in maniera
negativa. Nessuno può sfruttare risorse che appartengono solo alla popolazione
locale, almeno fino a quando non sarà stabilita una sovranità certa su quei territori”.
Il divieto pare abbastanza esplicito, ma il portavoce del Fronte Polisario è
scettico sulla reale volontà del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di prendere posizione
sulla questione, visto che “la Francia è un membro permanente del Consiglio e
non ha mai fatto mancare il suo appoggio alla monarchia marocchina. Quando si
è trattato di difendere la popolazione irachena non ha esitato a prendere la decisione
giusta, nei nostri confronti non ha mai usato lo stesso riguardo”.
La campagna in Internet per fare pressione sui vertici della Wessex è coordinata
dalla Western Sahara Campaign, una ong inglese che si batte per i diritti del
popolo saharawi. La compagnia petrolifera non ha ancora dato una risposta e, sul
suo sito, ha una cartina geografica delle sue esplorazioni dove cita anche quelle
nella piattaforma di l’Aaiun, solo che omette di definirla un territorio conteso,
accreditandola geograficamente come Marocco meridionale. La posizione sembra quindi
eloquente. L’unica speranza per il popolo Saharawi sembra quindi l’intervento
delle Nazioni Unite che, ad aprile 2004, hanno prolungato la missione MINURSO
fino all’ottobre 2004, nell’attesa che il governo marocchino accetti il piano
di pace presentato da James Baker, ex segretario di Stato degli Stati Uniti, che
è l’incaricato delle Nazioni Unite per la questione del Sahara Occidentale.
Il piano prevede un referendum tra la popolazione locale che sarà libera di scegliere
se essere un territorio indipendente o una provincia a forte autonomia del regno
del Marocco. Il rinvio, che continua da anni, è dovuto all’ostruzionismo da parte
del Marocco che, ogni volta che si è stati sul punto di votare, ha sconvolto gli
equilibri demografici della regione con l’immigrazione massiccia nella zona di
cittadini marocchini. Questo comportamento inficiava la correttezza del referendum
e gli osservatori internazionali bloccavano il voto. Ora, in una situazione già
complessa, rischiano di aggiungersi gli interessi petroliferi.
Per il momento le Nazioni Unite in generale e James Baker in particolare non
hanno preso posizione sull’argomento e sono in molti a sospettare che non lo faranno.
Da una parte re Mohammed VI, sovrano del Marocco, è uno dei più fidati alleati
dell’amministrazione Bush nel mondo arabo e, di questi tempi, viene ritenuto un
partner indispensabile nella politica statunitense nello scacchiere mediorientale.
Dall’altra Baker è un uomo di fiducia della famiglia Bush che, come è noto, ha
grandi interessi nel mercato del petrolio e, in un momento di crisi planetaria
dello stesso, il Marocco potrebbe essere un partner commerciale affidabile. Sarà
un caso, ma la Wessex ha una sede distaccata in Texas.